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Guatemala, l’eterna impunità

25 Questa è una storia triste e, in fondo, banale. È la storia di una delle tante tragedie dimenticate, dell’impotenza, della rabbia e della frustrazione di fronte all’indifferenza e all’ingiustizia.

È la storia di anniversari privi di senso e di un paese ferito a morte e piagato dall’infida bestia dell’impunità, che impedisce di dare un senso ad un passato di sangue e violenza bruta, di convivere con un presente di sordo dolore e di camminare verso un futuro differente.

È la storia del paese dell’eterna impunità.

Nel 1996, quando gli Accordi di Pace di Oslo tra il governo guatemalteco e la Unión Revolucionaria Nacional Guatemalteca (URNG) posero fine a quasi 36 anni di conflitto civile, si cercò – a giusto titolo, considerando la bellezza mozzafiato del paese e il fascino della sua cultura millenaria – di promuovere il turismo alla volta dello Stato centroamericano.

Il Guatemala venne allora presentato come “il paese dell’eterna primavera”.

D’altro canto, mentre i turisti cominciavano ad affluire, portando un po’ di sollievo alla disastrata economia locale, due Commissioni della Verità (una creata sotto gli auspici delle Nazioni Unite e conosciuta con il nome di Commissione del Chiarimento Storico e l’altra stabilita dall’Ufficio dei Diritti Umani dell’Arcivescovato di Città del Guatemala nell’ambito del progetto interdiocesano per il recupero della memoria storica) furono incaricate di raccogliere denunce e testimonianze che permettessero di ricostruire con precisione quanto accaduto negli anni del conflitto e di rendere nota questa scomoda verità, affinché le autorità potessero fare giustizia e l’intero paese si potesse guardare allo specchio prima di riprendere il proprio corso.

Nel 1998 la Commissione creata dall’Arcivescovato rendeva pubblica una relazione finale intitolata “Guatemala, mai più!”. Un anno più tardi, dopo aver raccolto migliaia di testimonianze e prove di agghiaccianti violazioni dei diritti umani, anche la Commissione creata sotto gli auspici delle Nazioni Unite pubblicò il proprio rapporto finale conosciuto con il nome di “Guatemala, la memoria del silenzio”.

Le conclusioni e i dati contenuti nei due documenti sono pressoché analoghi e ugualmente sconcertanti: 200.000 morti nel contesto di quello che fu un vero e proprio genocidio perpetrato ai danni delle popolazioni maya, migliaia di casi di torture, stupri, massacri e distruzioni di interi villaggi, ai quali si sommano 45.000 casi di sparizioni forzate di persone (5.000 dei quali di bambine e bambini). Quest’ultimo dato concede al Guatemala il triste e dubbio privilegio di essere il paese latinoamericano con il maggior numero di desaparecidos, superando di gran lunga i più noti casi di Argentina e Cile.

La sparizione forzata venne usata in modo sistematico anche con la finalità di colpire e ledere specificamente alcuni dei valori portanti della cultura maya, quali il culto dei defunti e il rito della sepoltura: migliaia di famiglie e in certi casi intere comunità indigene permangono ad oggi paralizzati nel dolore e nell’impossibilità di superare il proprio lutto per via della mancanza di un cadavere da seppellire e piangere. La sparizione forzata ha anche questo sinistro potere: oltre al colpire la vittima materiale del reato, i suoi effetti si estendono alla famiglia (anche alle generazioni successive) e al tessuto sociale immediatamente circostante lo scomparso e perdurano sino a che non si sia potuta stabilire la pur tragica verità.

Questi sconcertanti dati dell’orrore sono troppo spesso sconosciuti o dimenticati dall’opinione pubblica internazionale, mentre in Guatemala sono oggetto di una continua campagna di insabbiamento – più o meno cruenta – volta a garantire l’assoluta impunità ai militari e ai politici che si sono resi responsabili dei più vili crimini contro l’umanità.

Che la lotta per preservare la memoria, stabilire la verità e ottenere giustizia non sarebbe stata facile, si comprese già all’indomani della presentazione della relazione finale dell’Ufficio dei Diritti Umani dell’Arcivescovato.

Quando, il 24 aprile 1998, Monsignor Juan José Gerardi Conedera presentò al pubblico la relazione “Nunca más”, con il suo contenuto di testimonianze raccapriccianti, dichiarò: “vogliamo contribuire alla costruzione di un paese differente. Per questo recuperiamo la memoria del popolo. Questo cammino è stato e continua ad essere pieno di rischi. Anni di terrore e morte hanno costretto alla fuga e hanno ridotto alla paura e al silenzio la maggioranza dei guatemaltechi. La verità è la parola originale, l’azione seria e matura che ci rende possibile rompere questo ciclo di violenza e morte e aprici ad un futuro di speranza e luce per tutti”.

Due giorni dopo aver pronunciato queste parole, Monsignor Gerardi venne ucciso barbaramente mentre rientrava a casa.

Quest’anno, il 26 aprile, si celebrava il decimo anniversario della sua morte e, sebbene la memoria di quest’uomo coraggioso sia ancora presente e viva nel popolo guatemalteco, ad oggi, le indagini sul suo assassinio non sono ancora culminate nel processo dei presunti responsabili e tutto permane impune.

A prescindere da questo primo inquietante messaggio, centinaia di uomini e donne non si sono lasciati intimidire e hanno continuato a lavorare affinché le parole di Monsignor Gerardi non rimanessero un grido isolato: sono state ottenute delle sentenze di condanna del Guatemala a livello internazionale e sono stati avviati dei programmi di risarcimento e riabilitazione per vittime e intere comunità colpite dalle violazioni dei diritti umani. Grazie all’incessante e coraggioso sforzo di alcune organizzazioni non governative (i cui membri lavorano tra minacce e attentati) sono stati localizzati più di cento tra i bambini e le bambine vittime di sparizione forzata durante il conflitto ed è stata offerta loro, nel caso lo desiderassero, la possibilità di ricongiungersi con la loro vera famiglia e con la propria comunità.

Nel corso degli anni, in Guatemala, sono state adottate riforme che hanno reso quanto meno sulla carta possibile l’avvio di processi, anche perché la legge di amnistia che era stata adottata il 18 dicembre del 1996 (decreto 145-96, conosciuto come “legge di riconciliazione nazionale”) esclude esplicitamente la possibilità di concedere questo beneficio a chi si sia reso responsabile dei crimini di sparizione forzata di persone, tortura e genocidio.

Ciononostante, ad oggi, a fronte di 45.000 desaparecidos, nessuna persona è stata condannata da un tribunale guatemalteco per il reato di sparizione forzata di persone e, nella maggior parte dei casi, i responsabili continuano a vivere a stretto contatto con i famigliari delle proprie vittime, creando un clima potenzialmente esplosivo di paura e risentimento.

Una grande speranza si riponeva nel processo in corso contro il colonnello Marco Antonio Sánchez Samayoa, che, durante il conflitto, era il responsabile delle operazioni militari nella zona di Chiquimula, ove l’esercito si rese responsabile di migliaia di esecuzioni arbitrarie, torture, violenze sessuali e decine di massacri.

In particolare, il 19 ottobre 1981, insieme a alcuni comisionados militares, il colonnello Sánchez Samayoa si rese responsabile della privazione arbitraria della libertà e della successiva sparizione forzata di 7 persone (Jacobo Crisóstomo Chegüen, Miguel Ángel Chegüen Crisóstomo, Raúl Chegüen, Inocente Gallardo, Antolín Gallardo Rivera, Valentín Gallardo Rivera e Santiago Gallardo Rivera).

Essendo trascorsi 28 anni dall’accaduto, si era quasi persa la speranza di poter ottenere giustizia. Ma il lavoro congiunto dei famigliari degli scomparsi, dell’organizzazione non governativa GAM (Grupo de Apoyo Mutuo) e della Procura dei diritti umani, aveva permesso di localizzare e arrestare sia il colonnello Sánchez Samayoa sia 3 dei suoi complici (Salomón Maldonado, José Ríos y Gabriel Álvarez).

Il processo aperto contro questi 4 criminali rappresentava una speranza enorme per i famigliari di tutti i 45.000 desaparecidos guatemaltechi. D’altro canto, contrariato dall’essere l’unico militare in carcere per le violazioni dei diritti umani perpetrate durante il conflitto, Sánchez Samayoa si è affrettato ad invocare l’applicazione della legge di amnistia, nonostante, come detto, tale legge escluda esplicitamente la sparizione forzata dai reati per i quali si può richiedere ed ottenere tale beneficio.

Il 7 dicembre 2008, con una scandalosa risoluzione che è già stata ribattezzata “la risoluzione dell’impunità”, la Corte costituzionale guatemalteca ha accolto le richieste di Sánchez Samayoa, che è tornato in libertà, a far compagnia a migliaia di criminali che continuano a sostenere di aver ucciso, torturato e fatto sparire migliaia di persone per garantire la “sicurezza nazionale”. Un’interpretazione sciagurata e capziosa del diritto che si fa veicolo di ingiustizia.

Dopo questo ennesimo schiaffo in faccia, forte è il senso di sconforto. Di profonda frustrazione. Per coloro che lavorano nel campo dei diritti umani e cercano di utilizzare le sole armi che il diritto mette a disposizione, è uno di quei momenti nei quali si vorrebbe abbandonare tutto. Arrendersi, chiudere gli occhi e fingere che questo schifo non esista. Si pagherebbe pur di non dovere andare dai famigliari delle vittime e spiegare loro che “ancora una volta, la giustizia si è rivelata una promessa vuota”.

Eppure.

Eppure, non solo non si può, ma non è nemmeno giusto che sia così. La resa e il silenzio non sono un’opzione possibile.

Un eminente giudice internazionale scrisse che il lavoro di coloro che si occupano di diritti umani è comparabile alla storia di Sisifo: si spinge una roccia fino alla sommità della montagna e non si fa nemmeno a tempo a godersi il risultato del proprio immenso sforzo che la roccia è già rotolata nuovamente a valle e tocca ricominciare tutto daccapo.

Come Sisifo, nuovamente, inizieremo a spingere questa roccia sulla sommità del monte. Con fiducia e un po’ di sana incoscienza. Dal punto di vista legale, pur con l’amarezza in bocca, si stanno già prendendo tutte le misure necessarie per portare il caso di fronte alle istanze internazionali e ottenere una condanna del Guatemala.

In realtà, tutti possiamo (e, in fondo, dobbiamo) fare qualcosa.

Quello che ci rimane, di fronte all’ingiustizia dettata dai più forti, è il sacrosanto diritto all’indignazione. Ci rimane la possibilità di alzare la voce, ciascuno dalla propria piccola “trincea”, e di fare sapere che questa nuova indecenza non è passata inosservata. Se ne può parlare, si può conoscere e si può diffondere la notizia e impedire che, una volta ancora, il silenzio faccia passare questo sconcio nel comodo paese dell’oblio.

Oggi è il sessantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani, celebrato nel mondo con lo slogan “dignità e giustizia per tutti”. Per migliaia di persone in Guatemala non sarà un giorno di festa. Nemmeno un giorno di primavera. Fino a che non si farà giustizia, sarà solo un nuovo giorno di sfacciata ed eterna impunità.

Una storia triste e, in fondo, banale.

Scritto da Gabriella Citroni, ricercatrice in diritto internazionale dell’Università di Milano-Bicocca e consulente giuridica internazionale della FEDEFAM (Federación Latinoamericana de Asociaciones de Familiares de detenidos desaparecidos).

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