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LA PROSTITUZIONE E L’IPOCRISIA COMUNE

La prostituzione e l’ipocrisia comune

Proibizionismo e regolamentazione: opposte soluzioni a confronto

Premessa:

La prostituzione è forse l’unica “attività lucrosa” che in Italia, nemmeno in anni difficili, ha mai attraversato una crisi. Si tratta di un fenomeno in sempre più costante ascesa, anche se una delle più mal sopportate piaghe delle nostre città (specie nelle periferie).

Si stima (per difetto) che nel nostro Paese siano più di 50.000 le persone che si prostituiscono (oramai non solo donne ma anche uomini e transex), di cui il 20% minorenni e la metà delle quali straniere. Questi numeri bastano da soli per capire le dimensioni raggiunte dal “mercato del sesso”.

Uno dei primi provvedimenti del Governo Berlusconi, da pochi mesi insediatosi, affronta proprio tale piaga sociale, puntando a combattere la prostituzione di strada, a fare “pulizia” nei quartieri più degradati delle nostre città, ma sbarrando la strada ad ogni ipotesi di regolamentazione della prostituzione esercitata in casa.

Siamo davvero sicuri, però, che il modo migliore per risolvere il problema sia criminalizzare le donne che si prostituiscono anziché i loro aguzzini?

la Legge Merlin e la necessità di una sua riforma:

Che una riforma della legislazione in materia sia necessaria è nella natura delle cose: basti dire che la prostituzione è attualmente regolata da una legge (sia pure riformata negli anni e periodicamente messa in discussione) che risale al 1958, quando le lucciole autorizzate a lavorare nelle case chiuse erano solo 4.000 e i “bordelli” autorizzati 714.

Che occorra una regolamentazione più chiara e trasparente si evince anche dalle numerose “storture del diritto” cui si è assistiti negli anni a causa delle lacune presenti: con disinvoltura, ad esempio, si è abusato del Codice della strada oppure si è dato luogo ad interpretazioni forzate del Codice penale per colpire i clienti delle lucciole.

Secondo la Legge Merlin, viene definita prostituzione l’attività che prevede degli atti sessuali prestati dietro pagamento. Il pagamento non consiste necessariamente in una transizione monetaria ma può assumere la forma di un luogo dove abitare, qualcosa da mangiare, sostanze stupefacenti od altre forme di pagamento in natura.

La vigente legge (che 50 anni fa abolì la regolamentazione della prostituzione in Italia e rese illegali i “bordelli”) considera legale la prostituzione ma questa non può essere organizzata né esercitata al chiuso: è per tale ragione che gran parte delle prostitute esercitano per strada, pur col rischio di essere multate per il reato di adescamento. Mentre è punito chi sfrutta e chi favorisce la prostituzione, non sono previsti né obblighi ne diritti per chi si prostituisce: mentre la prostituzione non è illegale, lo sfruttamento e l’adescamento sono reato. Chiuse le “case di tolleranza” (o “case chiuse”), la prostituzione “outdoor” è l’unica oggi tollerata dallo Stato.

La disciplina della prostituzione nel resto d’Europa:

La regolamentazione normativa della prostituzione non è uniforme nei diversi paesi europei. Solo in Irlanda l’attività di meretricio è considerata reato, in alcuni paesi sono espressamente vietate le case chiuse mentre, nella maggioranza, la prostituzione è tollerata o addirittura regolamentata.

In Olanda la prostituzione è legale dal 1815: è sufficiente aver raggiunto la maggiore età per poter esercitare la prostituzione, considerata una professione come ogni altra. Di recente (dall’ottobre 2000) sono diventati legali anche i bordelli. Sono anche disponibili undici zone “speciali”, dove le professioniste del sesso lavorano all’aperto; guai, però, a lavorare fuori da queste zone: la polizia potrebbe anche arrestarle. Vengono pagate le tasse sui proventi dell’attività: le prostitute sono considerate lavoratrici a tutti gli effetti, con diritti e doveri scaturenti da tale condizione. Non sono soggette a controlli sanitari per non violarne la privacy.

In Belgio la prostituzione è legale fin dal 1948 ma può essere perseguita se turba l’ordine pubblico. Le prostitute debbono essere in regola con il fisco (pagano le tasse) proprio come delle lavoratici autonome e possono godere anche di assistenza sociale. Le case chiuse sono proibite così come lo sfruttamento, il favoreggiamento e l’adescamento, ma la prostituzione è tollerata in club, bar, vetrine sulla strada. Non sono perseguibili le prostitute né i clienti.

In Austria la prostituzione è consentita nelle case chiuse ed è obbligatoria una registrazione di esercizio. All’aperto è tollerata in alcune aree urbane ed extra-urbane.


In Germania la prostituzione è regolamentata da una recente legge che, in pratica, la legalizza equiparandola ad una normale attività che consente l’apertura di case d’appuntamento.
La legge legalizza l’attività di circa 400.000 lavoratrici del sesso, assegnando alle prostitute tutte le garanzie assicurative in materia di malattia, disoccupazione e pensione. Il favoreggiamento non è punibile (sempre che non vi sia sfruttamento) e l’attività dei bordelli è considerata lecita. Le prostitute sono considerate lavoratrici a tutti gli effetti, che possono esercitare in proprio o come dipendenti. Non sono soggette a controlli sanitari per non violarne la privacy.

In Grecia chi esercita la prostituzione ha l’obbligo di iscriversi in appositi registi e deve sottoporsi periodicamente a visite mediche che autorizzano a svolgere il lavoro.

In Inghilterra la prostituzione non è reato ma lo sono invece il favoreggiamento, lo sfruttamento, la pubblicità e l’adescamento in luoghi pubblici. Il lavoro si svolge prevalentemente in locali e abitazioni private, ma anche in strada.

In Spagna le case chiuse sono illegali dal 1956 ma, di fatto, si sono trasformate in “club”. Dal 1995 la legge non vieta la prostituzione ma punisce chi ricatta e sfrutta le prostitute.

In Svizzera la prostituzione è legale. Nel Cantone Ticino viene anche esercitata all’interno di bar-alberghi. Una recente legge (però rimasta inapplicata) ha anche introdotto la patente per affittacamere e la registrazione delle prostitute.

In Slovenia la nuova legislazione del 2003 ha il fine di eliminare la reclusione a cui erano sottoposte le meretrici nel vecchio regime (secondo il quale la prostituzione era proibita) e di aumentare le pene per gli sfruttatori. Lo Stato non proibisce la prostituzione “indoor” né quella “outdoor”, mentre lo sfruttamento viene punito.

In Francia le case di tolleranza sono state chiuse nel 1946 con la legge Marthe Richard che non considera reato la prostituzione sulle strade. La prostituzione all’aperto (per strada) è concessa ma il meretricio viene definito come un’attività che viola la tranquillità e l’ordine pubblico: per questo si prevedono sanzioni contro l’adescamento ed i clienti. E’ punito il favoreggiamento. Mentre la prostituzione non è proibita (la prostituzione outdoor è tollerata), è esplicitamente proibita l’esistenza di case di tolleranza (come d’altronde è avvenuto in Italia in seguito alla c.d. legge Merlin).


In Irlanda la prostituzione è reato. Non esistono case chiuse e sono previste ammende ed arresto per le prostitute ed i clienti.

In Svezia la prostituzione può essere esercitata ma sono previste ammende e pene per i clienti, per chi sfrutta e per chi affitta locali. Secondo una legge in vigore dal gennaio 1999 i clienti, se colti in flagrante, rischiano da sei mesi a un anno di carcere. Non sono punibili le prostitute ma è sanzionato l’adescamento, sia se compiuto da chi vuole vendere la prestazione sessuale sia se compiuto da chi la vuole comprare.

Le novità del d.d.l. Carfagna sulla prostituzione:

A 50 anni dalla sua entrata in vigore, il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge di modifica della legge Merlin. Il provvedimento (4 articoli in tutto), messo a punto dal ministro per le Pari opportunità Mara Carfagna, insieme ai ministri dell’Interno Roberto Maroni e della Giustizia Angelino Alfano, introduce le seguenti novità:

1) introduzione del “reato di prostituzione in luogo pubblico o aperto al pubblico” (ex art. 1). Viene vietato prostituirsi in strade, parchi, aperta campagna o in luoghi aperti al pubblico come locali pubblici o posti accessibili al pubblico, in quanto atto destante “allarme sociale”. Previsto l’arresto da 5 a 15 giorni, con ammenda da 200 a 3mila euro. La prostituzione non diventerà un reato in sé ma solo e quando esercitato in luogo pubblico: chi la esercita in una casa privata non è perseguibile

2) persecuzione dei clienti (ex art. 1): questi rischiano le stesse pene previste per le “professioniste” (da 5 a 15 giorni di arresto ed una multa per un importo che va da 200 fino a 3mila euro)

3) inasprimento delle pene nei casi di prostituzione minorile (ex art. 2): si inaspriscono le sanzioni penali per chi recluta o induce alla prostituzione minori o ne trae profitto, anche nelle forme di favoreggiamento, sfruttamento, gestione, organizzazione o controllo della prostituzione di minori; per chi compie atti sessuali con minori in cambio di denaro o di qualunque utilità, anche non economica, anche solo se promessi; per chi cerca di convincere un minore, anche senza pagamento, ad avere rapporti sessuali; per chi recluta o induce alla prostituzione minorile o chi trae profitto, anche solo nelle forme di favoreggiamento, dalla prostituzione di minori

4) semplificazione procedure per il rimpatrio dei minori (ex art. 2): sono previste procedure semplificate e accelerate per favorire il rimpatrio dei minori, non accompagnati, che si prostituiscono, per favorire il ricongiungimento del minore con la propria famiglia

5) inasprimento delle pene per le associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione: reclusione da 4 a 8 anni per i promotori e organizzatori dell’associazione e da 2 a 6 anni per i partecipanti.

Le critiche al “progetto Carfagna”:

1) Per il ministro Carfagna “è giusto proibire la prostituzione non perché siamo moralisti, ma perché fino ad oggi l’Italia è stata terra di conquista per il racket”. Non si può non essere d’accordo sulla necessità di combattere il racket della prostituzione, ma siamo davvero sicuri che costringere, di fatto, le prostitute ad esercitare clandestinamente la loro professione tra le mura domestiche sia un modo efficace e concreto di combattere questo racket? Da cosa si ricava la sicurezza che le donne che si riducono a prostituirsi saranno più libere e sicure semplicemente esercitando nel privato e nell’ombra?

2) Secondo il ministro per le Pari opportunità, la prostituzione è “un fenomeno vergognoso che spesso è connesso alla riduzione in schiavitù, all’uso e all’abuso dei minori, che a volte sfocia anche in fenomeni di violenza come lo stupro, tutti fenomeni strettamente collegati alla prostituzione in strada”. D’accordissimo sulla denuncia del ministro, ma in base a quale dato si può sostenere -come dichiarato dallo stesso- che il d.d.l. presentato sia “uno schiaffo durissimo per togliere linfa al mercato della prostituzione”? Il provvedimento in discussione in Parlamento non vieta la prostituzione “tout cort” -d’accordo o meno che si possa essere- ma si limita a costringere le donne che vendono il proprio corpo a continuare a farlo in luogo privato. Il mercato della prostituzione non sarà affatto abbattuto da una simile riforma ma, al massimo, sarà semplicemente costrette a riorganizzarsi prevalentemente “al chiuso”!

3) Il d.d.l. non regolamenta la prostituzione negli appartamenti né prevede il ritorno delle “case del piacere” (abolite dalla legge Merlin nel ’58). Secondo il ministro Carfagna, infatti, “le case chiuse legittimerebbero la prostituzione, il nostro ddl è invece punitivo. Non la regolamenta ma la contrasta duramente (…) Come donna, le case chiuse mi fanno rabbrividire…”. E’ però altrettanto vero che poca chiarezza il provvedimento fa sulla situazione in cui si troverà chi, come nulla fosse, continuerà (dopo l’approvazione del d.d.l.) a prostituirsi ma in casa o in luoghi chiusi!

Vietare la prostituzione in strada (sostengono in una nota congiunta le associazoni Asgi, Gruppo Abele, On the Road, Caritas Italiana, Coordinamento nazionale comunità di accoglienza, Comitato per i diritti civili delle prostitute, Comune di Venezia, Consorzio Nova, Dedalus, Save the Children) spingerebbe le donne verso il sommerso degli appartamenti, dove chi è sfruttato lo sarà ancora di più, invisibile per forze dell’ordine e operatori sociali: “Dinanzi all’allarme e al disagio che diversi cittadini manifestano nei confronti della prostituzione non ci sono scorciatoie: occorre tenere insieme la tutela dei diritti delle vittime di sfruttamento sessuale, il sostegno all’inclusione sociale per chi si prostituisce e vorrebbe una alternativa, il contrasto delle organizzazioni criminali, le esigenze di sicurezza”.

Il problema della prostituzione intreccia diverse problematiche: non tanto e non solo la tutela dell’ordine pubblico e del buon costume (non può ridursi, infatti, ad un problema di mera “pulizia delle strade”!) ma anche (ed in primis) della dignità, salute e sicurezza di chi si prostituisce e di chi frequenta il mondo della prostituzione.

Il difetto più vistoso della legislazione italiana in materia di prostituzione (accentuato dalla proposta Carfagna) è la mancanza di chiarezza su come affrontare i problemi connessi, il carattere ibrido della normativa in materia, la mancanza di concretezza delle politiche sul tema (intrise di mera ideologia e moralismo).

La “regolamentazione” della prostituzione: l’unica alternativa possibile!

Risposte serie ad un’emergenza sociale quale quella in analisi non potranno, a mio avviso, mai attendersi finché le forze politiche non la smetteranno di affrontare il problema partendo da preconcetti ideologici e vittime dei condizionamenti della Cei.

Risposte concrete non potranno mai aversi sinché non si partirà da un presupposto innegabile: il fallimento delle politiche “proibizioniste”. L’unica strada percorribile ed alternativa alla ingovernabilità attuale del fenomeno della prostituzione è quella di una “parziale” legalizzazione o liberalizzazione di tale professione attraverso la sua regolamentazione. Per comprendere il perché di questo occorre un ragionamento più complessivo.

PRIMO PUNTO:

Perche non consentire la prostituzione come libera scelta di ogni cittadino, uomo o donna, di concedere prestazioni sessuali a fini di lucro?

La prostituzione è una attività immorale, contraria al sentire comune. Pur condividendo un giudizio di condanna morale del fenomeno in sé, occorre non dimenticare che il legislatore non è chiamato ad esprimere giudizi morali nell’esercizio della sua funzione di legislazione e “dovrebbe” sempre mantenere -nell’affrontare ogni questione, specie se eticamente sensibile- un approccio il più possibile laico, obiettivo, rispettoso delle diversità di opinioni e delle minoranze. Per questo la condanna morale nei confronti di chi si prostituisce non è un argomento da solo sufficiente a giustificare un divieto di legge, una legislazione proibizionista che vieti “tout court” l’esercizio di tale attività e limiti pesantemente la libertà di espressione sessuale di ogni persona. Prostituirsi sarà un peccato per la Chiesa, sarà una condotta immorale per la generalità dei cittadini, ma non per questo può divenire una condotta illecita né tantomeno un reato! Vendere il proprio corpo rientra -dispiaccia o meno- tra le libertà personali garantite dalla Costituzione (si veda l’art. 13), che meritano rispetto e tutela nei limiti in cui:

a- sono frutto di una scelta “libera e consapevole” di chi (raggiunta la maggiore età) sceglie di prostituirsi

b- e non incidono minimamente sulle pari libertà e sui diritti degli altri.

Non si può non riconoscere con obiettività che a prostituirsi oggi non sono soltanto soggetti deboli, sfruttati e costretti a vendersi (che vanno aiutati ad uscire dal racket e dalla schiavitù di cui sono vittime!) bensì anche persone che scelgono la strada (o le “suite” d’alto borgo!) come facile scorciatoia per vivere (in luogo di lavorare normalmente e subire altre forme di sfruttamento nel mercato del lavoro) o semplicemente per fare soldi facili. La prostituzione per alcuni è certamente un modo per emanciparsi economicamente!

Come si può immaginare, di fronte a questo, che un semplice divieto di legge (per di più in un Paese, come l’Italia, in cui la legalità non è un valore che gode di alta considerazione!) risolva un male sociale e morale millenario, abbatta un fenomeno antichissimo e che non ha mai attraversato crisi?! E’ pura follia! Come è mera ipocrisia far credere il contrario!

La politica proibizionista, negli fatti, è servita solo a favorire lo sfruttamento della prostituzione e l’attivismo di “magnaccia” senza scrupoli che hanno vita facile ad approfittare della clandestinità in cui migliaia di donne operano, della realtà sommersa in cui sono costrette a vivere senza diritti e tutele. Proibire “tout court” la prostituzione non è affatto un deterrente per chi sceglie di prostituirsi e, soprattutto, non impaurisce affatto gli sfruttatori, che anzi hanno vita più facile nell’approfittarsi di donne “invisibili”, perciò più sole e indifese. “Reprimere” significa solo “nascondere” il fenomeno, farlo sprofondare nella clandestinità, rendendo più difficile qualsiasi intervento di prevenzione ed aumentando enormemente lo sfruttamento.

La libertà di praticare la prostituzione rientra nella libertà di disporre del proprio corpo, è un diritto riconosciuto anche dalla nostra Costituzione (art. 13): “La libertà personale è inviolabile”. Ognuno deve avere la libertà di esprimere la propria sessualità anche attraverso prestazioni a pagamento del proprio corpo, purché,  naturalmente, si tratti di persone

maggiorenni e consenzienti. Ogni individuo è libero di manifestare la propria libertà nel modo che ritiene più giusto, a patto di non recare danno alla libertà altrui. Questa libertà si deve manifestare senza controlli da parte di alcuno e senza dimenticare che ciascuno di noi ha pieno diritto al rispetto e alla considerazione altrui indipendentemente dalla lingua, dalla religione… e dal modo di esprimere la sua sessualità.

SECONDO:

Perché non consentire l’esercizio della prostituzione all’interno di case d’appuntamento autorizzate, possibilmente favorendo la nascita di cooperative tra donne, col doppio risultato di eliminare la prostituzione dalle strade e tutelare la salute e dignità delle donne che la esercitano?

Se si riconoscesse la prostituzione come una “professione legale”, si potrebbe regolamentare quest’ultima e sottoporla a restrizioni come per qualsiasi altra attività. Tassare le prostitute professioniste, imponendo delle autocertificazioni di reddito presunto (controllato poi periodicamente dagli enti statali competenti in base al tenore di vita effettivo), avrebbe l’effetto di fare emergere tali donne dal mondo clandestino in cui sono attualmente relegate e di farle uscire dall’emarginazione sociale. Regolamentare la loro attività, poi, consentirebbe loro, ad esempio, la possibilità di stipulare contratti assicurativi con compagnie private, al fine di ottenere una pensione. Prevedere una autorizzazione pubblica per lo svolgimento della professione consentirebbe, poi, di valutare la sostenibilità sociale dell’apertura di una “casa chiusa” in un determinato quartiere e di controllare il mantenimento di condizioni igienico-sanitarie sicure. La libera professione dovrebbe quindi essere svolta in ambienti propriamente ad essa adibiti, dove andranno seguite specifiche norme igienico-sanitarie (pulizia dei locali, uso dei profilattici, visite periodiche e certificati sanitari, test HIV, sia per gli/le operatori/operatrici del settore che per i clienti). Le case chiuse saranno pure abominevoli però occorre riconoscere che sono un luogo più sicuro e più civile della strada per prostituirsi!

Esistono donne che scelgono di prostituirsi come male minore. Guardando il fenomeno con realismo e ponendosi il problema della loro vulnerabilità e sicurezza, sarebbe ragionevole favorire la nascita di “libere case autogestite” (una sorta di “cooperative del sesso”) che renderebbe le donne, unite, più forti e capaci di resistere alle pressioni della criminalità. Ciò dovrebbe contribuire, in primis, a debellare l’organizzazione e la gestione malavitosa e criminale del commercio del sesso, diventando quest’ultimo libero ed indipendente da ogni tipo di sfruttamento. Chiunque opererà in questo mercato sarà libero di negoziare direttamente con il cliente le condizioni delle prestazioni ed il compenso.
Ciò aiuterebbe a togliere molte persone dalla strada, mettendole al riparo dalla violenza e dal freddo.

Personalmente, poi, non ritengo lesivo della dignità di chi si prostituisce per libera volontà prevedere forme di registrazione di chi si prostituisce (oltre che delle case chiuse esistenti), a tutela delle stesse donne: questo è l’unico modo per consentire un ottimale controllo statale del reale stato di libertà in cui le donne operano.

L’idea di fondo, quindi, dovrebbe essere quella di rendere l’esercizio della prostituzione un’attività libera ed indipendente, ma da svolgersi in determinati luoghi, con specifiche caratteristiche di sicurezza, mettendo ordine e controllo in tale mercato, rispettando allo stesso tempo la libertà di chi si prostituisce e la sensibilità di molti cittadini. Ciò dovrebbe comportare una modifica della legge Merlin nella parte in cui considera “favoreggiamento” l’affitto da parte di privati dei locali sopraccitati ed “adescamento o sfruttamento” la frequentazione di questi ambienti da parte dei clienti, a meno che chi esercita la prostituzione non sia registrato oppure sia minorenne.

TERZO:

Perché non affiancare, alla legalizzazione della prostituzione, piani di reinserimento sociale ed aiuto assistenziale per coloro costrette sui marciapiedi solo per necessità economica, ma che vorrebbero cambiar vita? Perché non offrire un permesso di soggiorno sicuro per le donne extracomunitarie che decidono di denunciare i loro sfruttatori?

Molto più dei divieti, sarebbe necessario avviare politiche sociali (quasi del tutto assenti in Italia) volte a migliorare la condizione della donna e a far sì che per nessuna persona la strada della prostituzione, pur se accessibile, divenga l’unica opportunità per vivere, l’unica alternativa all’emarginazione economica (a tal proposito, si propone la lettura dell’articolo su “La difficile condizione d’esser donna”, pubblicato su: http://spaziolibero.blogattivo.com ).

I veri responsabili della prostituzione non sono individuabili solo nei clienti (che mai, purtroppo, mancheranno) ma  soprattutto nella povertà, nella miseria, nelle situazioni di disagio e di mancanza di valori. Per contrastare la “libera prostituzione” (cioè volontariamente scelta) le politiche di ordine pubblico e di sicurezza non approderanno mai a risultati. Ovviamente c’è una ragione (tra le tante) di tale “miopia” del legislatore, che lo spinge a pulirsi la coscienza semplicemente vietando la prostituzione: un divieto penale non costa nulla (specie quando, passando dalla carta alla strada, è destinato a rimanere inattuato), le politiche di sostegno economico e morale alle fasce più disagiate della Società, invece, hanno costi elevati che nessuno è disposto a sostenere!

QUARTO:

Perché, piuttosto che criminalizzare le donne, non puntare ogni sforzo per avviare una campagna culturale e di educazione che contribuisca, in generale, a rendere la Società in cui viviamo -per molti aspetti- migliore di come si presenta oggi?

Condurre crociate contro la prostituzione in una Società che giornalmente, tramite tv e mass media, mercifica il valore della donna, propone modelli culturali aberranti e istiga ad una visione morbosa del sesso nei giovani è ipocrita e puramente ideologico!

Vendere il proprio corpo è cosa grave, non solo per la morale comune ma anche per i rischi che ne riceve la salute e soprattutto la dignità della personale. Concedersi a pagamento perché altri facciano del proprio corpo quello che vogliono è mostruoso! E’ difficile, però, condannare credibilmente il fenomeno -specie agli occhi dei giovani- quando i messaggi che la Società trasmette loro sono che viviamo in un mondo di pura immagine, in cui apparire è tutto ed ogni compromesso è lecito per avere successo o far carriera!

L’atto sessuale  dovrebbe essere compiuto solo per amore: svilirlo con l’offerta di denaro rende l’uomo più simile ad un animale ed il rapporto in sé un rapporto senz’anima, senza emozioni, intriso della più grezza sessualità! Ma come è possibile educare i giovani ad un rapporto non traumatico o esagitato col sesso se, in famiglia o nelle scuole, il sesso continua ad essere un tabù? Per questo l’educazione alla sessualità dovrebbe normalmente comparire nei piani di studio scolatici fin dalla più tenera età.

QUINTO:

L’obiettivo indiscutibile su cui si dovrebbe focalizzare il legislatore dovrebbe essere univoco e ben identificabile: vietare ogni forma di prostituzione quando questa:

a) lede le libertà e/o i diritti degli altri

b) lede i diritti dell’infanzia

c) oppure non è frutto di una scelta  “libera e consapevole” della donna bensì conseguenza di sfruttamento.

In primo luogo, la prostituzione, come ogni libertà, va incontro a dei limiti costituiti dalle pari libertà degli altri. Per tal ragione, in nessun caso dovrebbero ammettersi forse di prostituzione, ad esempio, lesive dell’ordine pubblico o del buon costume.

I marciapiedi delle nostre città, invece, sono pieni la notte di donne (in specie straniere: nigeriane, cinesi, russe, ucraine, slovene, albanesi…) che senza pudori mettono in vetrina il proprio corpo ed adescano i clienti. Questo non é certo uno spettacolo che può riempire d’orgoglio un paese civile e, soprattutto, non è rispettoso della gente che vive in questi quartieri, costretta a rinchiudersi in casa per non assistere a spettacoli osceni e ad aver paura per gli esempi dinanzi agli occhi dei propri figli.

Non è gretto moralismo ma semplicemente il legittimo interesse a vivere in un ambiente sano, civile e vivibile, a misura di ogni persona (anche, non dimentichiamo, dei bambini). Per questo la prostituzione in strada (in luogo pubblico o aperto al pubblico) non andrebbe tollerata bensì espressamente vietata (in tal senso, è condivisibile il d.d.l. Carfagna, il quale, però, risulta ipocrita nel momento in cui non ha il coraggio di regolamentare la prostituzione “indoor” e di affrontare il problema realisticamente ed a 360 gradi).

L’unica strada per rendere efficace il divieto di prostituzione in pubblico, allora, non è tanto colpire le donne bensì perseguire i clienti, che alimentano tale mercato sessuale (e spesso arricchiscono gli sfruttatori): paventare il pubblico scandalo è l’unico deterrente possibile per gli uomini!

Non si tratta di “ghettizzare” il fenomeno (come avvenuto in epoca fascista e come si rischia col d.d.l. Carfagna), dovendosi contestualmente legalizzare e regolamentare la prostituzione a tutela delle donne.

Il vero problema, dunque, non è la libera prostituzione in sé (essendo ognuno libero di scegliere come condurre la propria vita) bensì quando l’esercizio della professione intacca i diritti e le libertà altrui.

SESTO:

In secondo luogo, la libertà di prostituirsi non può essere intesa in termini “assoluti” anche e soprattutto con riferimento all’età di chi si prostituisce: a nessun minorenne può essere riconosciuto il diritto di vendere il proprio corpo, anche quando si configura come una scelta “più o meno” libera! Il problema, poi, diviene dramma se si fa riferimento ai minori costretti a prostituirsi e sfruttati, spesso ad opera delle stesse famiglie, senza alcuna umanità!

In questi casi si è in presenza di puri e semplici “crimini contro l’umanità”, per i quali la severità della repressiva penale dovrebbe essere massima stante le tragiche conseguenze psico-fisiche che le vittime pagheranno sulla loro pelle per il resto della loro vita!

SETTIMO:

In terzo luogo, il dramma della prostituzione si rivela anche in riferimento al racket della prostituzione, allo sfruttamento di giovani donne (specie straniere) da parte di organizzazioni criminali, a scopo esclusivo di lucro; spesso donne dell’est europeo o del nord Africa, ingannate da uomini senza scrupoli che si spacciano per loro benefattori promettendo una nuova vita nel ricco Occidente.

Le stesse considerazioni fatte in relazione alla realtà della pedofilia valgono in tale contesto, essendo lo sfruttamento sessuale della donna da parte dell’uomo, in quanto soggetto debole, parimenti da annoverare tra i “crimini contro l’umanità”!

Perché, ad esempio, non punire in modo esemplare gli sfruttatori equiparando lo “sfruttamento della prostituzione” al “sequestro di persona”, così da garantire pene severe per chiunque abusa di una donna, la usa a fini di lucro e ne limita la liberta?

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