Menu 2

Infanzia lavoratrice in Perù: l’educazione come ‘alternativa’?

In Perù si parla dell’ educazione come alternativa al lavoro minorile. Così ha stabilito l’Organizzazione Internazionale del Lavoro lo scorso 12 giugno, giornata mondiale contro il lavoro minorile: ‘Educación: la respuesta acertada al trabajo infantil’. Siamo tutti consapevoli e crediamo nell’importanza dell’istruzione e della frequenza scolastica, fondamentale per lo sviluppo dell’individuo. Non a caso uno dei tre indicatori dell’ISU, indice di sviluppo umano, è proprio il livello di istruzione della popolazione di un paese.

Il Perù investe nell’educazione il 3% circa del proprio PIL. Questo implica che il livello qualitativo e quantitativo dell’educazione nel paese risulta estremamente scarso. La scuola non è pienamente gratuita, mancano le istituzioni scolastiche, molte aree del paese, soprattutto quelle rurali e andine, sono prive di centri educativi, e la qualità è tra le peggiori di tutta l’America Latina.

Entrando nello specifico del lavoro minorile vi sono poi diverse questioni da considerare. Innanzitutto i bambini lavoratori lamentano l’inadeguatezza dell’attuale proposta educativa alla loro realtà, non solo di lavoratori, ma di esseri umani. La scuola infatti impartisce un’educazione prettamente teorica, non orientata al pratico e a una formazione dello studente utile nel presente e nel futuro. Il bambino lavoratore nello specifico, quindi, non trae insegnamenti pratici e vantaggiosi alla propria realtà di riferimento. Oltre a ciò, fatica a conciliare la scuola con il lavoro a causa degli orari che non si combinano, della mole di compiti che lo costringono ad andare a scuola senza averli svolti o a ritrovarsi la sera a svolgerli dopo una giornata di scuola e lavoro. Il bambino lavoratore subisce anche forti discriminazioni da parte dei compagni e delle insegnanti, non preparate a tale realtà. Una scuola di tale qualità, metodologia e organizzazione, invece di rappresentare un incentivo per il bambino a frequentarla e a lasciare il lavoro, costituirà uno stimolo ad abbandonarla.

La politica statale peruviana si basa sulla considerazione del fatto che il problema non sta nel conciliare le due attività ma nell’eliminare il lavoro minorile per far sì che i bambini si dedichino solo a ciò che gli spetta, ovvero la scuola. Il lavoro minorile è considerato un’attività negativa di per sé, che danneggia il bambino nel suo sviluppo fisico e psicologico e che, oltretutto, causa diserzione scolastica e, di conseguenza, determina il perpetrarsi della povertà. Metto qui due veloci considerazioni: la prima è che esiste una posizione contraria a questa concezione del lavoro dei bambini, ovvero quella del Movimento dei bambini lavoratori del Perù[1], nato ben trent’anni fa, che valorizza il lavoro in generale e, nello specifico, quello dei bambini. Non presenterò questo approccio differente ma mi limiterò ad uno meramente pragmatico. In secondo luogo i dati dell’INEI, Istituto Nacional de Estadística e Informática, nella Encuesta Nacional de Hogares del 2002, dimostrano come il lavoro infantile non rappresenti la causa principale della diserzione scolastica (0,2 % nell’età compresa tra i 6 e gli 11 anni; 10,6% tra i 12 e i 17), identificata invece nelle difficoltà economiche (48,3% tra i 6 e gli 11 anni e 39,5% tra i 12 e i 17). Non a caso la scuola in Perù non è totalmente gratuita. Anche il costo del trasporto per raggiungere l’istituto scolastico, ad esempio, può costituire un problema per molte famiglie.

Torniamo quindi all’educazione come ‘alternativa’ al lavoro infantile. Il lavoro infantile dunque, in base alla posizione statale abolizionista che sposa appieno quella internazionale, va eliminato.

In una realtà come quella attuale risulta così facile estirpare il lavoro dei bambini? La causa principale, individuata dagli stessi bambini lavoratori, risiede in uno stato di povertà e necessità in cui versa la popolazione peruviana derivante da politiche economiche neoliberali, acutizzatesi a seguito della década perdida con gli aggiustamenti strutturali imposti da FMI e BM, determinando un forte aumento della povertà. L’attuale presidente Alan García, non pare venir meno all’allineamento a tali politiche, anzi le sposa pienamente, proseguendo sulla scia di trattati come il TLC (Tratado de Libre Comercio) con gli Stati Uniti. Quindi, al di là delle belle parole, la povertà non si estirpa e men che meno pare esservi una seria volontà affinché questo avvenga. Lo stato di necessità permane. E i bambini continueranno ad avere bisogno di lavorare.

Lo Stato (o meglio prima l’Oil, poi, dietro di essa, lo Stato) cosa dice allora: bisogna eliminare il lavoro infantile combattendone la causa principale, ovvero la povertà. Come? Con l’educazione, perché in questo modo si otterranno persone formate che in futuro potranno ‘spendersi’ con maggior successo nel mercato del lavoro. L’educazione rappresenta sicuramente un diritto fondamentale ma non possiamo pensare che sia l’arma per cancellare povertà e divari economici, se nel paese permangono politiche economiche che stringono la popolazione sempre più nella morsa della povertà. Educazione e lavoro infantile appartengono a piani vincolati ma diversi, non sovrapponibili. Oltre al fatto che così facendo si continua a parlare di misure che avranno , se li avranno- dati gli irrisori investimenti statali nel campo- risultati nel lungo termine. Cosa fare ora, nel presente, per quei due milioni circa di bambini lavoratori in Perù?

Perché quindi anelare e illudere la popolazione del raggiungimento di uno stato delle cose, per il quale nessuno ha la minima intenzione di fare qualcosa? Perché allora non tentare di conciliare scuola e lavoro per questi bambini, cercando di garantir loro le migliori condizioni per la frequenza scolastica e l’apprendimento?

La legge generale sull’educazione n° 28044/ 2003 prevede l’EBA, l’Educación Básica Alternativa, alternativa a quella regolare, per coloro che ne rimangono esclusi. Se da una parte può essere considerato un passo interessante, considerata anche la proposta formativa tesa alla formazione professionale, dall’altro contribuisce a mantenere nella marginalità, in disparte, coloro che per ovvi motivi faticano ad essere al pari degli altri, non certo per mancanza di capacità. Sempre considerando che, se la qualità nell’educazione regolare è pessima, figuriamoci in quella alternativa.

Migliorare l’educazione in Perù, nella qualità, nella metodologia, nell’organizzazione, è un imperativo per il governo, non solo per giovare i bambini lavoratori, ma anche per quelli che lavoratori non sono. Migliorarne la qualità, se avrà sicuramente importanti ripercussioni sulla formazione degli studenti, non può comunque rappresentare un’alternativa al lavoro minorile. Finché permane lo stato di povertà i bambini continueranno ad avere bisogno di lavorare. Scuola e lavoro non possono essere messi sullo stesso piano. Non appartengono allo stesso identico piano. Il miglioramento della scuola attirerà maggiormente i bambini e li incentiverà a non disertare e, forse, in futuro, contribuirà a diminuire lo stato di povertà. Ma non lo eliminerà definitivamente e non toglierà i bambini dal lavoro. Ne hanno bisogno.

[1] L’esperienza di giovani lavoratori organizzati inizia in Perù nel 1976 con la JOC- Joventud Obrera Cristiana-. Nasce quindi il MANTHOC- Movimiento de Adolescentes y Niños Trabajadores Hijos de Obreros Cristianos. Nel 1996 ha vita il Movimento nazionale ovvero il MNNATSOP- Movimiento nacional de Niños y Adolescentes Trabajadores Organizados de Perú- che unisce tutti i movimenti di Nats- niños y adolescentes trabajadores- del Perù.


, , , , , , ,

No comments yet.

Lascia un commento