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Si è parlato davvero di Iraq nelle nostre televisioni nel 2005?

Domani su Brecha esce un mio pezzo sul rapporto di Medici Senza Frontiere sulle dieci crisi più dimenticate dell’anno e che trovate qui, una lettura istruttiva. Si va dal Sudan all’Uganda al Nord dell’India alla Colombia al SIDA (Aids) che da quando ha smesso di essere mortale nel Nord del mondo è retrocesso al rango di malattia dimenticata come la malaria o la Tbc. Brecha, oltre a mille altre cose, offre la possibilità di scrivere dei piccoli saggi andando oltre le ristrettezze degli spazi giornalistici. 9500 caratteri sono ben oltre la media degli articoli di quotidiani e settimanali. Eppure, ne discutevo con Raúl Zibechi, il caporedattore agli esteri, mi sono sentito molto male a scrivere quest’articolo. Molto male perché dedicare 800 caratteri l’anno alla Costa d’Avorio o ad Haiti è un po’ come lavarsi la coscienza lasciando una moneta di elemosina. Non ho mai risolto dentro di me il conflitto su se dare una moneta sia meglio di niente ma nel documentarmi ho scoperto quest’ottimo articolo degli amici di Lettera22 (sempre attenti alle crisi umanitarie) che fanno le pulci alle nostre televisioni.

Ebbene, se non ci sorprende che l’Iraq cattura la metà dell’attenzione delle nostre televisioni dedicata alle crisi internazionali, è istruttivo confermare che la maniera di fare giornalismo resta irrimediabilmente condizionata dalla centralità dell’Occidente e dall’eurocentrismo. E allora si scoprono cose interessanti. Se i nostri TG hanno dedicato nel 2005 136 ore alla crisi irachena, non hanno propriamente dedicato queste ore all’Iraq. Più della metà di queste infatti è dedicata alla politica statunitense sull’Iraq, ovvero servizi cotti e mangiati negli Stati Uniti, a 15.000 km da Baghdad, dove si decidono le sorti dell’Iraq, ma dove l’Iraq e gli iracheni non contano. Un altro terzo (e così siamo all’85% circa) è dedicato ai sequestri di occidentali in Iraq. Non siamo così ingenui da pensare che il sequestro di un occidentale sia interessante come quello di un iracheno, ma anche questo tempo non può essere considerato tempo dedicato all’Iraq e agli iracheni. Si è parlato di Iraq allora nelle nostre televisioni?

Agli aiuti umanitari -che pure vengono da fuori- sono stati dedicati 24 minuti pari allo 0,3%, 5 minuti ai profughi 0,1% e 4 minuti alle vittime civili delle quali, come ha dimostrato la sorte del documentario di Sigfrido Ranucci, meno si parla e meglio è. Delle poplazioni colpite dalla guerra e della loro reale situazione dunque non si parla, il loro punto di vista non è considerato, salvo farli vedere in fila per votare o maciullati da un attentato. L’amara conclusione che ho tratto -e che non mi assolve dal senso di elemosina ivoriana o ugandese- è che neanche di Iraq si parla. Se se ne parla è solo in maniera autoreferente, come dello tsunami del quale si è parlato nella misura del coinvolgimento di turisti occidentali. In questo senso anche la guerra irachena è una crisi dimenticata, come Haiti, la Colombia o la Somalia, che dal 1991 semplicemente non esiste più.

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