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C’erano una volta i Chicago Boys

Ricordate i Chicago boys? Erano un gruppo di economisti cileni, oppositori di Allende, formatisi all’Università di Chicago e poi divenuti consulenti di Pinochet. Sono stati gli architetti del modello capitalista e competitivo imposto a punta di baionetta dalla Dittatura e poi, per tanti anni, additato come “faro di salvezza” per tutta l’America Latina dalle grandi istituzioni finanziarie internazionali (Fondo monetario internazionale, Banca Mondiale) e da una pletora di economisti cresciuti nel dogma del mercato.

Privatizzare le industrie pubbliche, smantellare lo stato sociale (favorendo la nascita di un sistema pensionistico e sanitario privato), attrarre capitale straniero, eliminare le barriere doganali, frenare l’inflazione: era questa la ricetta dei Chigago boys, contenuta in un piano conosciuto come El Ladrillo (il mattone), già confezionato alcuni mesi prima del golpe dell’11 settembre 1973 e poi divenuto il programma economico della Dittatura.

Con l’attuazione del Ladrillo, il Cile è passato improvvisamente dallo statalismo estremo del governo di Unidad Popular all’anti-statalismo, altrettanto estremo, del regime pinochettista. Una svolta che, come viene ormai unanimemente riconosciuto, ha avuto come peccato originale quello «di non nascere pacificamente nel corso degli anni, di non sorgere dalla discussione e dal tira e molla della democrazia, ma di essere stata instaurata da una dittatura militare», come ha scritto Arturo Fontaine Talavera in Sobre el pecado original de la transformación capitalista chilena (Ed. Norma, Colombia, 1992).

Su tutta la vicenda grava l’ombra di Washington. È risaputo che il colpo di stato di Pinochet ha avuto una regia nordamericana: è stato preparato e attuato da alcuni settori della società cilena in coordinazione con la Cia e il Dipartimento di stato Usa, allora retto dal premio Nobel per la pace (sic) Henry Kissinger. È plausibile, pertanto, che anche i Chicago boys abbiano agito in coordinazione con i guru dell’economia dell’Università di Chicago, allora impegnati, assieme all’establishment statunitense, ad architettare un modello economico dinamico e vincente da contrapporre al grigiore e alla staticità dello statalismo socialista; un modello che, dopo il crollo del comunismo, sarebbe diventato la sostanza stessa della globalizzazione neoliberale.

Negli ultimi decenni, la Chicago School of Economics è stata la roccaforte del mercatismo, nonché la culla di alcune delle teorie più pericolose della finanza, derivati inclusi. Ricoperta di premi Nobel per l’economia, l’Università di Chicago è stato anche il think tank dove ha preso forma l’ideologia neoconservatrice che ha imperato con i presidenti della famiglia Bush. «Dal pensiero neoclassico di Friedrick von Hayek al monetarismo di Milton Friedman, alle aspettative razionali di Bob Lucas, alle ipotesi del mercato efficiente di Eugene Fama, fino a George Stiglitz e Gary Becker, è alla scuola di Chicago che si sono ispirati Margaret Thatcher e Ronald Reagan. È là che sono stati costruiti i pilastri del liberalismo e della deregolamentazione su cui ha poggiato, a partire dagli anni 80, il ciclo economico», ha scritto recentemente Mario Platero sul Sole 24 ore.

È nelle aule di Chicago che è stato concepito il «miracolo cileno», espressione coniata proprio da Milton Friedeman, che plaudeva apertamente alle riforme economiche neoliberali varate da Pinochet. L’economista doveva essere consapevole del fatto che il liberismo ideale poteva essere imposto solo con la forza, perché la popolazione non avrebbe mai accettato di spogliarsi volontariamente di ogni tutela statale. Quello cileno molto probabilmente è stato davvero un “esperimento”, come molti sostengono. L’idea era vedere se il modello funzionava, per riproporlo poi in giro per il mondo.

Fino a ieri il modello sembrava funzionare. Chi lo criticava, anche con argomentazioni di spessore, veniva considerato un passatista, un risentito o un fannullone. Ma non era tutto oro quello che luccicava e i nodi sono venuti al pettine. Le «magnifiche sorti e progressive» del neoliberismo e della finanza creativa si sono rivelate l’ennesima fallace illusione umana. La Grande Crisi che sta travolgendo il sistema finanziario internazionale, e che minaccia di tradursi in una severa depressione dalle conseguenze politiche e sociali incalcolabili, segna probabilmente la fine (almeno temporaneamente, perché prima o poi rialzerà la testa) della religione del Dio-mercato, così appassionatamente predicata dagli economisti di Chicago.

Il massiccio e generalizzato intervento degli Stati per salvare le banche a corto di liquidità suggerisce che la scuola di Chicago e i suoi adepti, come i Chicago boys, verranno presto relegati nel passato. Molto probabilmente i suoi economisti finiranno sul banco degli imputati per aver incoraggiato gli eccessi che hanno portato alla catastrofe finanziaria dei nostri giorni; e c’è da aspettarsi un revival keynesiano, un ritorno alle politiche economiche degli anni Cinquanta, dove lo Stato aveva un ruolo importante. Segno dei tempi è il conferimento del Nobel per l’economia a Paul Krugman, il neokeynesiano più appassionato e aggressivo del nostro tempo.

I primi segnali forti di rottura vengono proprio dall’America Latina, dove non ha mai smesso di esistere una tradizione antiliberista che mescola nazionalismo populismo e socialismo. Dall’8 all’11 ottobre si è tenuta a Caracas (Venezuela) la Conferencia Internacional de Economía Política: Respuestas del Sur a la Crisis Económica Mundial, cui hanno partecipato economisti ed esponenti di governo di diciassette Paesi in via di sviluppo, tra cui Venezuela, Ecuador, Cina e Corea del Sud. La linea emersa dall’incontro invita le nazioni ad “adottare delle misure di garanzia del benessere e dei diritti dei popoli… e a non ricorrere al salvataggio dei banchieri responsabili della crisi, così come accade in Europa e negli Stati Uniti”; si è parlato inoltre della “costruzione di una nuova architettura finanziaria internazionale”.

Si è chiesto, tra l’altro, che i governi riprendano il controllo dei rispettivi sistemi bancari nazionali e chiudano tutte le ramificazioni di banche nei paradisi fiscali; “prevengano le fughe di capitali” con “controlli immediati sui cambi” e sui movimenti di capitali; “considerino di sospendere i pagamenti del debito pubblico”; prendano della misure d’emergenza per assicurare “la sovranità energetica e alimentare” e difendano le popolazioni migranti che sono espulse dalle loro nazioni.

Pochi giorni dopo il termine della conferenza di Caracas, la presidenta argentina Crisitina Fernández ha lanciato un annuncio shock: sopprimerà il sistema dei fondi pensione privati – uno dei cardini attorno cui è ruotata la deregulation in America Latina negli anni Novanta – per tornare alle pensioni statali obbligatorie, da integrare eventualmente, a discrezione dei singoli, con pensioni private.

Il sistema pensionistico privato argentino è un’eredità dell’era Menem. Vige dal 1994 e conta con 9,5 milioni di affiliati. Adesso il governo prenderà in consegna i fondi dei lavoratori detenuti dalle entità che fino ad oggi li hanno amministrati. È già pronto un progetto di legge con la riforma da sottoporre al parlamento. I maggiori sindacati – CGT, CTA – appoggiano l’iniziativa.

La ragione ufficiale di questa piccola rivoluzione è che la crisi finanziaria ha messo in crisi le entità che amministrano i fondi pensione argentini; questo pregiudica i futuri pensionati e pertanto lo Stato interviene. Sono molte però le voci critiche che, data la sofferenza dei bilanci nazionali, vedono nell’iniziativa un disperato quanto opportunistico tentativo dello Stato di fare cassa per evitare una nuova insolvenza. Il tempo dei Chicago boys, comunque, sembra proprio finito.

Alessandro Armato

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3 Responses to C’erano una volta i Chicago Boys

  1. Rudi Menin 26 ott 2008 at 10:20 #

    Analisi chiara e impeccabile, secondo il mio modesto punto di vista. Complimenti.

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