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Sardegna, calamità innaturale – “il manifesto”

TerraTerra
Sardegna alluvionata
Costantino Cossu
Quartu, Pirri, Monserrato, Sestu, Selargius, Quartucciu. Sono i comuni dell’hinterland di Cagliari. Piccoli paesi abitati, sino a 50 anni fa, da contadini; diventati oggi infernale periferia di una città che da prima s’è allargata sui propri colli, devastandoli, e poi ha divorato i terreni vicini. Al posto degli orti e dei campi di grano, quartieri dormitorio. E’ successo così anche a Capoterra, la zona di più recente inurbamento, dove l’altro ieri è bastato un violento nubifragio per provocare un’alluvione che, secondo il bilancio provvisorio della Protezione civile, è di tre morti e quattro dispersi. La prima vittima trovata dalle squadre di soccorso è stata una donna di 85 anni: era nel seminterrato della propria casa invasa dall’acqua e dal fango. Il secondo morto è un uomo di 66 anni che stava cercando di attraversare con un’auto un torrente. Il terzo corpo recuperato è di una donna di 77 anni, che era in auto con il genero quando una valanga d’acqua ha travolto la macchina. Che cosa è successo, ma soprattutto perché, lo spiega ciò che ha detto ieri Guido Bertolaso, il capo della Protezione civile: «La situazione a Capoterra è molto difficile perché l’acqua s’è abbattuta su un territorio vulnerabile per tutto quello che si è costruito negli anni passati e di cui oggi l’ecosistema ci chiede il conto». La Coldiretti vorrebbe lo stato di calamità naturale, ma la vera calamità ha pochissimo di naturale. La vera calamità – come Bertolaso riconosce – è il modo in cui il territorio è stato devastato per costruire la mostruosa corona di cemento che cinge Cagliari da ogni parte. Ha ragione Legambiente, quando dice che 300 millimetri di pioggia caduti in poche ore non spiegano ciò che è accaduto. «Con una maggiore prevenzione – denuncia Vincenzo Tiana, il presidente regionale di Legambiente – e un’adeguata pianificazione del territorio si sarebbe potuto evitare che il nubifragio diventasse una catastrofe». La verità è che in molte zone ciò che è accaduto a Cagliari potrebbe ripetersi anche domani. Sono moltissime le aree a rischio. Il piano d’assetto idrogeologico messo a punto dalla Regione non viene applicato dai Comuni, o viene applicato solo in parte. Le norme di tutela e di recupero ambientale sono percepite da sindaci e assessori solo come vincolo all’attività edilizia e vengono quasi sempre ignorate. Le lobbies dei costruttori e degli speculatori sono attivissime dappertutto. Cagliari è una città cresciuta in maniera dissennata. Lo stagno di Molentargius, area unica nel Mediterraneo dove svernano i fenicotteri e gli aironi cenerini, è circondato da enormi palazzoni e da una strada, trafficatissima, che porta a Quartu e al mare. Lo specchio d’acqua è sopravvissuto per miracolo: lo volevano prosciugare per costruirci sopra. La spiaggia del Poetto, chilometri di sabbia un tempo bianchissima, è stata sostituita da una rena grigia e melmosa, prelevata chissà dove per un ripascimento che doveva mettere rimedio all’erosione e invece s’è risolto in uno scempio. E nel centro di Cagliari il colle che ospita la necropoli fenicio-punica di Tuvixeddu – o meglio, quel che ne resta dopo decenni di cementificazione – corre il rischio di sparire definitivamente, coperto da una nuova colata di calcestruzzo. Nell’hinterland troppo spesso s’è costruito senza tenere conto dei problemi di assetto idrogeologico. Sono state approvate lottizzazioni private, ma anche strutture sportive e sanitarie, nei greti dei fiumi o in conche alluvionali. Ora, dopo decenni di politiche urbanistiche finalizzate unicamente al consumo speculativo del territorio, il conto arriva. Ed è salatissimo.

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