Friday 10 February 2012, 03:33

Il “negro, verso cui posso manifestare una generica antipatia”, ed io

Un esercizio di retorica, a margine di un episodio, di un pensiero:

L’altro giorno ero a Roma, in fila su una delle grandi strade che cingono la capitale.
Ci vado poco a Roma. E questo me lo buttano sempre in faccia, quando entro in contraddittorio: “tu non ti rendi conto, ormai sono quindici anni che sei in campagna, non sai cosa sia diventata, Roma”. Sì, la mia, forse fuga, sicuramente fuga, a zappare un orto, controllare le arnie delle api o pulire i cani, mi ha portato lontano. Forse oggi fuggirei ancor di più e non c’è orgoglio in questo. Poi penso alla dedica di Salvatores, Mediterraneo, a tutti quelli che stanno scappando, ed un po’ mi consolo… Sì, la mia fuga mi ha portato lontano; però ricordo, un quartiere di periferia, palazzi di otto piani. E se dovevano parlare di emergenza, quell’emergenza minimale, microcriminalità la chiamano, forse per non parlare della macrocriminalità, non è che non avessero motivo di farlo anche allora. Penso a noi, tanti reietti, alcuni colla data di scadenza già marchiata addosso. A quelli, più sfigati, che non ci sono più. Non sai cosa sia diventato… Io vedo la gente diversa: chiusa in un ghetto mentale. Il sottoproletario, come il piccolo borghese (mi si perdonino le classi). Mi vengono in testa affermazioni pasoliniane.
Ero in fila, nell’ingorgo perenne di una “Palmiro Togliatti”, già Subaugusta, tra Prenestina e Casilina, a fare il parallelo geometrico, coll’ingorgo del raccordo anulare. Il semaforo rosso. Si sbuffa, si ride, si parla. Si è un po’ incazzati. Ed il solito negro, verso cui posso esprimere, se mi sorge, la mia generica antipatia, colla spazzola di gomma per pulire i vetri. Si avvicina, ci prova ad offrirsi, dò un diniego gentile. Com’è mia abitudine. “No, grazie, lascia stare”. Oddio, mi chiedo, mi si fosse avvicinato un vigile urbano, gli avrei dato del tu? Del tu lo do spesso, se posso, forse mi assolvo. Lui insiste, ha capito che forse ci riesce, a pulire almeno un vetro, ‘sto vetro, in questa bolgia di incazzati perenni. Lo fa, è giusto lo faccia, altrimenti quanti parabrezza mai riuscirà a pulire entro la sera?
Siamo in fila, ognuno ha fretta di tornare, alla sua comoda abitudine, io mi sono già ampiamente rotto le scatole di Roma e vorrei tornare in mezzo ai boschi, alle istrici, alle volpi. Do ancora il mio diniego.
Non insiste, procede oltre, e va a chiedere al conducente della macchina dietro la mia.
Per stare qui pagherà il pizzo a qualcuno? Che vuoi, non credi che anche i semafori non li gestisca qualcuno? Per stare qui ad elemosinare qualche centesimo, a farsi tutto ‘sto culo, quanti ne dovrà sborsare? A chi? La prima classe vomita sulla seconda, la seconda sulla terza e così via…
Guardo lo specchietto. Fa l’atto di pulire, chiedendo. Riceve un bel “vaffanculo”, teatralizzato dalla mossa del braccio; reiterato. Si allontana. L’occupante della macchina dietro di me dice qualcosa e ride, un po’ sguaiato, colla sua compagna. Anche lei ride, tanto a dimostrare che anche le donne non sono esenti, pur se credo ne avrebbero più modo, dall’idiozia maschile. Riflessioni.
Tutto normale, accade spesso.
Ma vaffanculo tu, penso.
Poi faccio la cosa più idiota, la meno rispettosa se vogliamo. Chiamo il negro, verso il quale potrei manifestare una generica antipatia, e gli allungo un euro. Scusa, gli dico, per l’imbecille qui dietro. Ride, lo deve fare, ringrazia e se ne va. E sistemo tutto, cattolicamente, sistemo tutto. Ci ripenso, a margine. Forse era comunque meglio, pur se la violenza non porta spesso a nulla, ancor meno ora, se scendevo e se glielo gridavo in faccia mavvaffanculo, all’idiota di dietro. Ma poi, io, il vaffanculo, potevo anche gridarglielo, e magari scazzottarmici coll’idiota; il negro, verso cui potrei anche manifestare la mia generica antipatia, ‘sto negraccio di merda, non poteva fare neanche quello. Girarsi ed andare via.
Un gesto che voleva essere di solidarietà ma che mi accorgo, tardi, è stato un gesto del buon “borghese illuminato”, verso il “povero deriso”. Ho avuto un’educazione cattolica come tutti, non posso farci nulla, che poi l’abbia superata; abbia cercato di superarla, tendendo ad un “libero pensiero” che mai sarà veramente libero, che creda e cerchi la forma massima della libertà nell’autogestione e nella partecipazione cogli altri, a poco serve. In un attimo è tornata prepotente. Mentre è proprio la partecipazione che potrebbe riscattarci, me e l’uomo che sta pulendo i parabrezza. Mi sento un po’ idiota. Poi penso ad un monologo di Ascanio Celestini: “il mondo è come un’automobile…”; c’è chi è dentro e chi sta fuori. Semplicemente.
Ma si sa, le classi non esistono più… li vogliamo riaprire ‘sti cazzo di cervelli?



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  1. Elisa Gianardi | 26 ottobre 2008 10:48 | Rispondi

    Mi ritrovo profondamente nelle tue parole. Sono sempre stata particolarmente sensibile a questo tipo di ingiustizie, e in generale, particolarmente sensibile verso chi è “sensibile e debole”. Pure io giravo per le strade di Roma (durante il mio studio universitario, ma provengo dalla provincia) e i lavavetri onesti riuscivano sempre a lavarmelo il vetro, e, quando non lo facevano, gentili di fronte alla mia esile negazione, quasi quasi mi dispiaceva e li avrei rincorsi per allungargli qualche spicciolo. E’ l’anima buona che vedo la cosa a cui non riesco a non rispondere, non riesce a lasciarmi indifferente. E la sofferenza aumentava nel vedere invece tanta di quella gente in teoria “a modo” sgarbata, ridicola, davvero idiota, che con fare superiore sghignazzava, accellerava, li insultava:”Mi avete proprio rotto il cazzo!”"Siete delle merde”"Ti ho detto di no!Spostati di li o ti rompo la faccia”. Ma come si fa, come si fa a non accorgersi del vuoto che si portano dentro queste “belle” persone, persone che magari hanno tutto, ma che non valgono proprio più niente? Avrei scambiato più volentieri un caffè e due chiacchiere con un lavavetri che un solo minuto di conversazione con uno di loro, anche così poco mi avrebbe annientato. L’altro incontro, almeno, mi avrebbe invece insegnato qualcosa di nuovo.

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