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Cari cattolici, l’altro ieri è morto un mio cane

L’altro ieri è morto un mio cane. Ed allora? Al di là del fatto emozionale/personale che chi ha avuto e visto un animale soffrire e morire può capire senza pensarmi ridicolo, come mio solito ho cercato di esplodere il fatto, oltre il fatto. Forse un vizio generazionale, per chi, almeno, non ha dimenticato il proprio passato.Mi scuso perché la retorica in questi casi è in agguato, dietro ogni parola, ogni frase.
La preoccupazione di tutti, intorno l’animale, è stata di lasciargli la dignità di una morte serena. Non fatta di dolori inutili, di inutili umiliazioni (sì, anche per un animale). Ed i gesti della nostra veterinaria sono stati attenti ad ogni singolo atto, per regalare, amorevolmente, una dolce morte.
Ed allora penso: quella dolce morte, a fermare un dolore inutile, che noi uomini, ipocriti fino all’osso, ci neghiamo. Poi oggi leggo un articolo su di un documento della CEI. Neanche dei più accesi. Con i soliti richiami, a voler forse stimolare un rimorso, tanto cattolico, che non deve esserci, all’aiuto fraterno. E chi lo nega?
Lo osservo, penso alle notizie di questi giorni, il caso Eluana Englaro, penso a Piergiorgio Welby e ad una messa molto cristianamente negata. Il loro Cristo, non è certo quello che io, da non credente, rispetto. Il Cristo che ho imparato è un uomo cencioso; il loro un uomo di potere. Ai tanti Eluana e Giorgio nascosti nelle pieghe della storia. E penso alla mia, di storia, personale. Ad un torace che si alza ed abbassa ed ormai sai che da un momento all’altro finirà. E non è egoismo sperare di vedere quel torace fermarsi, il torace di tuo padre, perché lui ormai non è più e ci vuole una dignità anche nella morte.
E pensi ad una “sorella”, conosciuta troppo tardi, la sorella di una persona che ami. Ai mesi. All’ultima notte dove qualcuno, disperato dice, ma poi, ovvio, non riesce (perché non può, perché non così), “ora le metto il cuscino sul viso”. E’ non è egoismo. Perché non potrebbe esserci egoismo. Perché c’è una dignità quando non c’è più nulla; quando la vita è fuggita e rimane solo la sofferenza di un respiro strappato a Dio. Sì, a Dio, un Dio ipotetico, non certo al dio “signore di tutte le indifferenze” che ci vogliono imporre. Imporre, perché io, il loro pietoso, senza la pietà del dolore, e violento, nell’imposizione della volontà, dio, non lo voglio.
L’altro ieri ho aiutato a morire dolcemente il mio cane. Non l’ho potuto fare con mio padre o con “mia sorella”.
I signori della CEI dicono “Non può essere legittimato e favorito l’abbandono delle cure e l’accanimento terapeutico”. E cos’è il proseguire le cure, l’alimentazione forzata, in un soggetto condannato, senza magari più coscienza, senza una sola speranza? Cosa definiscono accanimento terapeutico se “staccare la spina” di un respiratore in un soggetto in coma irreversibile è eutanasia? Se smettere di alimentarlo è eutanasia? E come la mettono col loro dio il voler a tutti i costi ed artificialmente tenere “in vita” un uomo. Perché la volontà di tenere attaccata una spina, o mettere un sondino gastrico, è la stessa che staccarla. Senza dignità, senza rispetto. Se questo è il loro amore, io non voglio il loro amore. E’ una schizofrenia, un’ipocrisia inaccettabile.

E stormi di politici, in fila, ipocriti anch’essi, a sentenziare sul testamento biologico. Sul diritto alla vita. Non lo so, ma ci giurerei, che molti di loro, con una persona cara vicina ad una morte ormai orrenda nella vita residua, avranno, in cliniche di lusso, lasciato che i medici effettuassero la scelta più giusta. E’ un’illazione; una fantasia, sia chiaro. Così come l’ipocrisia di una probabile prassi comune, dove, dentro le quattro mura e nel silenzio di un’ipocrisia del tutto cattolica, forse la “spina” ideale la stacchi. Ma questa anche è fantasia.

“Al dolore non si risponde con altro dolore” mi dice la Conferenza Episcopale Italiana. Al dolore sommi il dolore quando lasci finire la candela nel tremolio di un soffio di fiato, di un fiato che non riesce più ad uscire! In maniera indegna per un uomo quanto per un cane.
E poi magari (impressione del tutto personale), non usano lo stesso tono, la stessa enfasi, la stessa “perdita di tempo” per la tonnara del Canale di Sicilia, per ciò che accade nelle nostre “rispettate” città. Più brutte, ogni giorno che passa. Ogni giorno che passa con sempre meno solidarietà. E certo non mi riferisco alle false emergenze. Ma qui sono io; ricolmo di preconcetti. Sicuramente sono io che sbaglio valutazioni. Chiedo scusa.

Poi alla fine dell’articolo che ci trovi: l’aborto. Leggi. Ed allora, oltre l’ipocrisia, capisci che proprio non hanno capito. Non vogliono capire. Non possono, soprattutto, capire.
Ed un’eutanasia c’è: l’eutanasia della ragione.

Cari “cattolici” l’altro ieri ho portato il mio cane a morire. Ed è stato amore.

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