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Licenziamenti politici alla Fiat: il punto della situazione

Non se ne parla. La parola d’ordine è una, grottesca e inquietante: spiegare alla Cina che un paese civile ha un profondo rispetto dei diritti umani. Con la Cina quelle anime pie dei nostri imprenditori fanno affari d’oro anche e soprattutto perché ignora i diritti umani; grazie alla Cina e a tutti gli altri paesi che tengono in schiavitù i lavoratori, il nostro nobile padronato “delocalizza”, contratta le “quote” di immigrati, produce eserciti di disoccupati, fa profitto sulla disperazione e accumula fortune sulla pelle dei lavoratori. Se si tratta di fare prediche sui diritti umani, naturalmente non si tira indietro, tanto non costa niente e si sa: noi siamo “brava gente”.E’ agosto. Pochi ci leggeranno, ma non è un buon motivo per tacere. Destra o sedicente sinistra, cambia in questo caso ben poco: la protesta operaia smaschera l’intollerabile ipocrisia che ci circonda, pone in luce meridiana gli effetti concreti di un’ondata neoliberista scatenata dalle politiche di tutti i governi degli ultimi decenni e pone alle coscienze libere una domanda cui occorre dare al più presto risposta: Come di combatte oggi il capitalismo? Il terreno dello scontro non è quello nazionale, questo è evidente, così come è evidente che, di fatto, c’è di fatto una sola via: il ritorno alla politica, ad una politica capace di governare, forse domare, la cieca arroganza dell’economia. Fuori da questa via, fuori da un ritrovato primato della politica, si va difilato ad una contrapposizione di cui è diffcile immaginare l’esito, ma è facile definire la natura: sarà uno urto aspro, violento e sanguinoso.
Fuoriregistro

A 10 mesi di distanza dall’ondata di licenziamenti politici con cui la Fiat a Pomigliano e a Melfi si è sbarazzata di alcune fra le avanguardie operaie più rappresentative, è il momento di fare il punto della situazione.
Fino ad adesso nessun operaio è rientrato in fabbrica, malgrado le motivazioni dei licenziamenti siano tutte assurde e apertamente in contrasto con la vigente legislazione in materia, quella che pomposamente viene chiamata “diritto del lavoro“, ma che poi in episodi come questi si mostra per ciò che è realmente: “diritto allo sfruttamento del lavoro“. Auria, Passannante e Miranda (quest’ultimo dipendente da una terziarizzata Fiat, la CEVA Logistics) sono stati licenziati per aver avuto un semplice avviso di garanzia nell’ambito di un’inchiesta su presunte associazioni sovversive a fini terroristici, che riguarda individui e organizzazioni con cui gli operai non hanno avuto mai alcun legame (organizzazioni che a loro volta pubblicamente rigettano ogni accusa di terrorismo). Ferrentino, delegato RSU a Melfi, per aver distribuito, insieme ad altri operai, un volantino in cui, fra le altre cose, veniva denunciato il comportamento di un capo. Mignano per aver partecipato insieme ad altri operai ad una pacifica dimostrazione all’interno di una concessionaria Fiat.
Tutti buttati fuori su due piedi e senza salario dalle fabbriche. Il padrone non ha alcun timore di esercitare la sua dittatura. Nella peggiore delle ipotesi per lui, sarà costretto a riassumerli per via legale, avendo ottenuto il vantaggio di avere allontanati delle avanguardie scomode e combattive dai loro compagni per mesi o addirittura anni. L’unico modo per impedire quest’operazione della Fiat era una risposta di lotta massiccia della massa degli operai. Risposta che non c’è stata, come era prevedibile, visto l’attuale livello di disorganizzazione degli operai. L’unica strada percorribile è rimasta allora quella dei ricorsi legali, ma è qui che emergono in maniera evidente sia la non neutralità della magistratura che l’inconsistenza e la contraddittorietà delle posizioni delle diverse organizzazioni sindacali.
Per quanto riguarda la magistratura, basti confrontare la celerità con cui il Tribunale di Nola ha accolto in poche ore la richiesta del 700 (procedura d’urgenza) della Fiat per togliere il blocco delle merci in corso ad aprile a Pomigliano con la lentezza con cui sta affrontando l’articolo 28 avanzato dai COBAS per il licenziamento di Mignano. Non è da meno il tribunale di Melfi. In meno di 15 giorni ha accolto il ricorso della Fiat contro il 700 a favore di Passannante, mentre molto più tempo ci ha impiegato per discutere ed accogliere il ricorso analogo di Miranda, per non parlare della sentenza con cui ha respinto l’art. 28 (condotta anti sindacale) avanzata dall’FLMU per i licenziamenti di Auria e Ferrentino. La motivazione è che l’FLMU non sarebbe un sindacato operante in tutto il territorio nazionale, non possederebbe cioè il criterio della nazionalità. Quindi, con il beneplacito della Cassazione, il padrone può svolgere attività antisindacale, basta che non lo faccia contro un sindacato “rappresentativo” a livello nazionale. Viene da chiedere a tutti quelli che si indignano per quella schifezza del “lodo Alfano“, dipietristi in testa, perché mai non dicono nulla contro questa ulteriore violazione dell’illusorio principio dell’uguaglianza di tutti di fronte alla legge.
Per quanto riguarda i sindacati il discorso si fa più articolato.
Partiamo dalla FIOM. Non ha impugnato l’art. 28 dello Statuto dei Lavoratori contro il licenziamento di Passannante, mentre è del tutto evidente che il licenziamento in tronco e con motivazioni assurde di un membro del proprio direttivo è un attacco all’organizzazione sindacale in fabbrica, o, per lo meno, alla sua componente interna meno corrotta e accondiscendente con l’azienda. Rinunziando ad intraprendere la strada più veloce e più sicura per ottenere il ritiro del licenziamento, si è accontentata di sostenere con i suoi legali il ricorso per l’art. 700, che formalmente viene presentato dal singolo lavoratore, senza che il sindacato compaia ufficialmente. Dopo aver scelto la strada più lunga e difficile per il ritiro del licenziamento, ha ottenuto una prima sentenza favorevole, eppure ha passivamente subìto il ricorso della Fiat, senza per nulla contestare la pretesa dei giudici, in sede di ricorso, per cui il Passannante avrebbe avuto l’onere di dimostrare che stare a casa senza salario sia per lui causa di un danno irreparabile. Solo gente appartenente ad altre classi può credere che un uomo possa accettare per anni i ritmi e i turni massacranti di una fabbrica avendo la possibilità di sostenersi adeguatamente con altre fonti di reddito! Significativamente nessuna protesta ha sollevato la FIOM contro quest’ultimo, classista, pronunciamento dei giudici. A Passannante resta solo l’attesa dei tempi, lunghi di anni, del giudizio di merito sul licenziamento, sperando che nel frattempo non intervenga, come ultimamente sui precari, il parlamento.
Passiamo ora ai sindacatini alternativi. Tutti ne escono malconci. In primo luogo lo Slai Cobas, che ha espulso con motivazioni false e ridicole Mimmo Mignano, reo di aver organizzato una dissidenza interna di natura politica, per poi avallarne nei fatti l’arbitraria destituzione da delegato RSU operata dalla Fiat. Azioni queste che hanno aperto la strada alla rappresaglia aziendale nei confronti di un operaio da sempre irriducibilmente schierato contro l’azienda. Ma anche i COBAS del lavoro privato, cui attualmente è iscritto Mignano, non brillano sul terreno della difesa legale. Hanno presentato il ricorso in base all’art. 28 e passivamente stanno subendo i continui rinvii del procedimento. Non hanno presentato simultaneamente all’art. 28 anche il ricorso in base all’art. 700 da parte di Mignano, per cui se, malauguratamente, il 28 dovesse andare male, si allungheranno i tempi di discussione del 700 e quindi il periodo in cui Mignano sarà fuori dalla fabbrica.
Discorso analogo va fatto per la FLMU. Contro i licenziamenti di Auria e Ferrentino ha impugnato l’art. 28, senza mettere in campo simultaneamente il ricorso in base all’art. 700. Perso, con le motivazioni che abbiamo illustrato prima, il 28, ha presentato il 700 solo in questi giorni, dopo 10 mesi dai licenziamenti e dopo quasi 6 mesi dalla sentenza sull’art. 28. Un ritardo davvero ingiustificabile, soprattutto agli occhi di chi deve dar da mangiare alla famiglia. Tanto più intollerabile se si pensa che nel frattempo nessuna azione di sostegno economico diretto nei confronti di suoi militanti licenziati è stato messo in campo da questo sindacato, che pure si vanta di avere un alto numero di tesserati nelle fabbriche e, quindi, un consistente budget economico.
Paradossalmente, chi attualmente sta meglio dal punto di vista legale è Miranda, che ha scelto di difendersi in proprio, con avvocati da lui scelti. Dopo aver perso una prima volta il 700, ha fatto ricorso e le sue richieste sono state accolte. Per lui resta ora da intraprendere la difficile battaglia per imporre l’esecuzione della sentenza, ossia l’effettivo rientro in fabbrica, contro la probabile volontà padronale di pagarlo ma di tenerlo a casa, in attesa del giudizio di merito.
Grazie alle azioni di padrone e magistratura e al modo di agire dei sindacati di appartenenza, gli altri tre operai restano tuttora fuori la fabbrica senza salario. Una lezione da cui dobbiamo imparare e che pone in termini drammatici l’esigenza di un’organizzazione operaia, diretta dagli operai.
ASLO Sezione di Napoli

Napoli, 05/08/2008

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