Solidarietà a Il Manifesto
Da giorni vorrei scrivere sul dl sull’editoria, ma non ho nulla da aggiungere.
Voglio allora esprimere la mia più piena solidarietà al quotidiano Il Manifesto e alle altre cooperative editoriali.
Il governo le vuole eliminare per distruggere quel poco di biodiversità informativa che resta in questo paese.
A chi scrive non sembra male eliminare completamente i finanziamenti ai giornali di partito. Dal Secolo d’Italia a Liberazione, se vogliono emettere dei comunicati possono farlo su Internet a costo zero. In un’economia di mercato i partiti devono smettere di creare posti di lavoro fittizi con soldi pubblici per i loro militanti, clienti, servi. Ciò vale anche per Radio Radicale. Inoltre le grandi aziende editoriali, a partire dalla Mondadori, hanno il fisico per stare sul mercato senza aiuti diretti o mascherati, come gli sgravi postali.
Resta quella cosa delicata che si chiama pluralismo, così intimamente legata all’idea di democrazia. Lì lo stato non può chiamarsi fuori. E’ il suo compito istituzionale difenderlo, investire per difenderlo. La libertà di espressione non è lasciare Porta a Porta a Bruno Vespa per cent’anni, è permettere a cento cooperative editoriali di vivere e confrontarsi sulle idee. Non sui consigli per gli acquisti.
Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it
















luca mastellaro milano | 7 agosto 2008 15:55 | Rispondi
già.
il fatto è che purtroppo l’opinione pubblica, sensibilizzata – in molti casi giustamente – rispetto al tema degli sprechi di denaro pubblico finisce per fare di tutta l’erba un fascio, senza capire che una cosa sono i contributi postali al riformista e alle pseudotestate di partito stampate solo per ricevere denaro pubblico, un’altra cosa sono le cooperative che, come il manifesto, mantegono vivo un minimo di pluralismo culturale ed editoriale in italia.
sono d’accordo con te sui giornali di partito.
Luigi Coppola | 8 agosto 2008 23:05 | Rispondi
Sono d’accordo su 2 punti essenziali: in Italia non si opera in economie di mercato, men che meno nel comparto editoriale –
Il pluralismo è cosa molto delicata.
Non aono così sicuro che anche colossi editoriali nazionali, sarebbero così forti a prescindere dai vari contributi, mascherati o reali. Sarei però meno insosoddisfatto se anche vari “professionisti dell’informazione”, smettessero d’indossare CONTEMPORANEAMENTE i ruoli di giornalisti ed editori (di testate normalmente periodiche, talvolta sulla via del fallimento, distribuite esclusivamente in abbonamento e mantenute da contributi locali o regionali). Nel primo caso continuano a sostenere la libertà d’informazione, nel secondo la manipolano, grazie agli amici degli amici, assoldando (spesso solo con la “buona parola”), collaboratori che per vari motivi, dopo aver confezionato il pezzo e averlo pubblicato, non vedranno mai lo spicciolo promesso. Sulla Rete non è che tutto il decantato pluralismo o libera espressione vada molto meglio, ma giustamente è una questione tutta nostra. A tante parole, pessimi intenditori.