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Il Coronavirus, i meridionali che fuggono e la catastrofe che incombe sul Mezzogiorno

Ho letto tanti articoli sui “terroni fuggiti dal Nord e tornati a casa” per il coronavirus. I protagonisti vengono (giustamente) stigmatizzati. Nonostante buona parte di questi siano stati identificati già sui treni, non trovo mai una stima quantitativa. Erano centinaia, migliaia, milioni? Ma erano solo meridionali? Si scappa in quanto meridionali come il virus era una questione cinese?

La storia dei meridionali che scappano è una buona storia giornalistica per un giornalismo italiano sempre nord-centrico. Ma è una storia vera? Viene raccontata per intero o solo per metà? Una storia per essere vera non deve solo essere spendibile. Deve essere quantitativamente, analiticamente, socialmente significativa. In questo caso si sceglie la parte spendibile, facile, confermativa e si butta via quella meno utile. La narrazione che resta su tutti i giornali, pur nei toni accipigliati, a volte indignati, è spesso folkloristica. Quasi alleggerisce la tragedia generale. Vige una volta di più un giornalismo di narrazione, bozzettistico, che si ferma sempre prima del dato concreto, al quale non interessa affatto il fenomeno in sé, ma raccontare ciò che è confermativo di una visione mainstream del paese, quella per la quale il Nord sta sopra e per il Sud “si scende giù” nelle viscere di un mondo di disvalori.

Va bene il giornalismo che va dal particolare (la storia di uno o pochi singoli) al generale. Ma cosa ne è degli spostamenti intra-Nord? Questi – soprattutto in auto – devono essere stati quantitativamente ben superiori. Perché non si chiede conto a quelli che hanno preso le loro cose, e anche Nord per Nord, si sono spostati compiendo la stessa azione pericolosa che hanno fatto alcuni meridionali?
Se il giornalismo si limita a confermare ciò che crede di vedere senza neanche vederlo davvero, a che serve? Dalle varie stazioni di Milano sono partiti e continuano a partire treni in tutte le direzioni, del Sud e del Nord. Cosa ne è di chi milanesissimo si è rifugiato nelle seconde case, al mare o ai monti? Viene operata così – come sempre – la stessa stigmatizzazione nota per i “meridionali che votano #Lega”. In presenza di comportamenti stigmatizzabili da parte di tutti gli italiani, ai meridionali si applica sempre un’aggravante. Riuscire a far diventare i meridionali che votano Lega più visibili ed esecrabili dei settentrionali (che sono il decuplo) che la votano è stato uno stupro contro la logica e contro la statistica. Nel caso della fuga dal Coronavirus bastano due video di quelli che “vanno giù” a supporre che chi è andato via (ma quanti?) non stia prendendo un Trenord per Somma Lombardo o Cantù Cermenate o stia tornando a Treviso o Trieste o Savona, o perché no, per Bologna, Firenze o Ascoli Piceno. Invece a leggere i giornali chi scappa dal Coronavirus parte immancabilmente sul “treno del sole” che va a Reggio Calabria, come nella canzone di Giovanna Marini. Ma mentre i settentrionali “vanno” e hanno di default buone ragioni per andare, i meridionali “tornano” senza altra ragione che l’irrazionalità, aggiungendo al bozzetto la dimensione familistica.

Abbiamo una cultura politica che mette la famiglia tradizionale al centro, ma sulla famiglia tradizionale dei meridionali si può irridere. Solo i meridionali hanno madri, parenti, nostalgie? Nessun settentrionale ieri è tornato dalla madre, magari in una valle alpina, mettendola a rischio? Nessuna madre settentrionale ha cucinato la… polenta per il proprio figlio tornato da Milano e che l’ha messa a rischio contagio? Certo che sì, ma se non viene narrato non esiste. La parte malata del paese, incredibilmente risparmiata (per ora) dal Coronavirus, il paese invisibile e malsopportato, quello spopolato dal quale normalmente si fugge, viene visibilizzato solo per attribuirgli in maniera esclusiva i vizi della nazione, l’individualismo, l’indisciplina, la furbizia. E tra vent’anni si ricorderanno dei meridionali fuggiti dal Coronavirus come dei napoletani (uno!) che disegnò la cintura di sicurezza sulla maglietta.

Chioso. Non so se è vero ciò che ha ventilato Avvenire, ovvero che il gioco bozza/decreto di sabato sera sarebbe stato orchestrato per decongestionare la Lombardia, spingendo possibili positivi a partire. Sarebbe gravissimo, criminale, e spero non sia vero. Studi rilevanti sostengono che il passo dell’epidemia in Lombardia sia avanti di sei giorni rispetto all’Emilia e di un paio di settimane rispetto al Mezzogiorno, dove il collasso della Sanità pubblica è nei fatti anche senza Coronavirus. Un collasso indotto. Moriranno in molti perché, se il Nord si trova in difficoltà, al Sud non ci sarà ossigeno che per una frazione dei malati, perché qualcuno ha deciso che, in un Sistema Sanitario Nazionale pubblico, qualcuno avesse più diritto alla salute di qualcun altro. Un crimine contro l’umanità.

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