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La mia Maratona di New York

NEW YORK – Mentre attraversavo correndo il ponte di Verrazzano, il cuore batteva forte. L’avevo vista tante volte in tivù; adesso la stavo correndo io. Stavo realizzando il sogno di correre la Maratona di New York! Ne ho goduto dall’inizio alla fine, e la mia maniera di onorare la Regina delle Regine è stata correrla in meno di quattro ore. Non era scontato farcela; la maratona è un viaggio che comincia mesi prima e che forse stai già percorrendo da tutta la vita. Ho combattuto ogni secondo e ne sono orgoglioso.

Quel cuore, questo cuore, mi batteva fin da quando ha suonato la sveglia alle 4.40 del mattino (cinque ore prima, tra trasferimenti e attese di un’organizzazione complessa ma inappuntabile) e ha continuato a pompare dentro sudore, fatica, emozione, vita. Uno choc da endorfine lungo 42km. Ho toccato con mano che è tutto vero quello che raccontano della maratona più famosa del mondo, quel milione di persone per strada che sembra lì proprio per te, che ti incita, che ti fracassa i timpani (150 bande musicali, una ogni 300 metri), che ti sospinge, che apprezza quella tua fatica e che continua a congratularsi sinceramente per i giorni successivi. In maniera limpida, senza ipocrisie. Perfino l’anziana signora, usciera del centro di ricerca dove sono ospite in questi mesi, mi ha fatto un paio di domande appropriate, oltre ai complimenti! E quelle migliaia di volontari, rifornimenti ogni miglio, tutti col sorriso sulle labbra, grazie! Valeva la pena esserci. Valeva la pena la gran fatica. Valeva così la pena che la rifarei. Fatela, sognatela, assaporatela questa mela.

È DURA MA BELLISSIMA (LO DICON TUTTI, MA È COSÌ)

Era la mia quinta maratona (Firenze, Parigi, Pescara, Valencia, New York), lo sapevo che era dura, ma è stata di gran lunga la più dura. Soprattutto se, come cerco di fare in ogni cosa della vita, do tutto me stesso. A New York, sapevo anche quello, non c’è un metro in piano. Tra le salite che ti spezzano il fiato e le discese che ti spezzano le gambe, arrivi veramente stremato. Calcolo che solo i ponti – tutti lunghissimi dossi anche di vari km – levino almeno cinque minuti a un podista come me. E la salita del Queensboro Bridge, con già 25km nelle gambe e altri 17 davanti, la sognerò a lungo. È lì che si fanno e si disfano le carriere dei maratoneti. Laura Fogli, ottima azzurra degli anni Ottanta, qui sei volte piazzata, confessa di aver perso la Maratona sempre su quel ponte nefasto. Non è una maledizione; è che lì si decide se ne hai o meno.

Sognerò Queensboro Bridge come ricorderò a lungo gli ultimi km. Conosco ormai come le mie tasche Central Park, ma anche quei km dopo il Guggenheim, che ricordavo (sono!) in discesa mi sono sembrati in salita. E in salita sembravano anche i tre isolati dalla Quinta all’Ottava Strada, prima di rientrare nel parco e affrontare gli ultimi 400 metri, quelli davvero in salita. Ma io correvo, io sono il Murakami Haruki dell’ “at least he never walked”. Scrivetemelo sulla tomba che non ho mai camminato! Centinaia di altri – anche tanti ragazzi – che mi avevano superato di slancio nei primi km, in quel finale nel quale ogni muscolo reclama tregua, si facevano battere da me che continuavo a correre. Loro avevano avuto gambe, io adesso avevo testa, e cuore. E così camminavano sbandati mentre “risalivano in disordine e senza speranza le strade che avevano discese con orgogliosa sicurezza”. Era il 3 novembre, non il 4, ma la citazione ci sta.

Quindi, se volete provarci, sommate ai 42km del percorso una ventina di secondi al km rispetto ai vostri personali come “fattore New York”. Ma non credete a quelli che dicono che “è una festa”, o che si faccia solo per dare i cinque ai bambini. È un indizio di inadeguatezza del quale dovrebbero discutere con i loro analisti quelli che si iscrivono a una competizione sportiva (onerosa e cara) per poi dire: “quando mai, non era una competizione sportiva, sono venuto a New York per dare i cinque ai bambini”. Beninteso i cinque ai bambini li ho dati pure io, e ho aizzato la folla a urlare in cinque o sei incroci (sensazione bellissima) ma non raccontate che si corra la maratona di New York solo per dare i cinque ai bambini perché è una palla. Se la maratona l’avete preparata seriamente, come per tutte le cose della vita, è la strada a governare. Se la correte come la stragrande maggioranza dei 53.509 che eravamo (30887 uomini e 22742 donne, presto saranno di più, bravissime!), resta una gara, una battaglia, contro, con e per voi stessi, che si svolge nel mezzo di una festa popolare che vale la finale di mondiali.

HUMANS IN NEW YORK

Rispetto grande, ed emozione per tutti. Ho visto ragazzi amputati correre sulle protesi, o compiere sforzi enormi in normali sedie a rotelle (non le wheelchair da competizione), o altri, anche donne, che spingevano per 42km disabili gravi in carrozzina. Ho incrociato più volte una ragazza vestita con i colori del Brasile che spingeva una carrozzina con un adolescente, gravemente disabile, che per lo più sembrava dormire. Chissà qual era la storia e con quale amore lei sceglieva di sottoporsi a quello sforzo sovrumano di fronte al quale la mia fatica era niente. O c’erano persone molto anziane, anche ben 24 ultraottantenni (il migliore, un signore coreano, ci ha messo 5h09’ e si è lasciato indietro 13.000 altri), o persone con grave sovrappeso che l’hanno corsa o camminata nel tempo che ci è voluto. Chapeau. La maratona è anche, se non innanzitutto, un modo di dire a noi stessi e agli altri che siamo vivi!

Niente a che vedere con la signora veneta, fin troppo sana d’aspetto, che pretendeva la medaglia, anche se ci avesse messo più del tempo limite di otto ore perché “tanto è pagata”. C’è anche questo, come c’è l’aspetto business colossale, marketing, centinaia di milioni di dollari che girano tra turismo e merchandising di un marchio di enorme successo, la città di New York unito alla Maratona. Solo Born2Run, un’agenzia di Reggio Emilia, porta qui 1100 persone mobilitando dall’Italia uno staff pletorico. La Gazzetta dello Sport calcola 1.700€ di media di spesa. Non io (non fossi stato qui ospite del Calandra Institute per le mie ricerche); non avrei potuto permettermela. Bisogna dire che la passione degli italiani – non esattamente per la corsa ma sì per la maratona di New York – sia un po’ sospetta. Da sempre gli italiani sono il gruppo più numeroso dopo i locali. Intorno ai 3000, quest’anno appena meno. Eppure ogni anno corre una maratona lo 0,2% dei tedeschi, lo 0,5% degli statunitensi, ma solo lo 0,05% degli #italiani. Quindi solo un tedesco su cento, tra quelli che corrono una maratona, viene a New York, mentre ben un decimo degli italiani, se proprio si smuove a correre una maratona, decide di farlo qui. E non che le nostre maggiori, Roma, Firenze, Venezia, non siano belle e ben organizzate.

LA CITTÀ DELLA BONTÀ

E poi c’è l’aspetto della cultura locale newyorchese, sulla quale si possono dire tante cose belle, ma anche esprimere alcune preoccupazioni. Sotto l’enorme business, tutto qui è mascherato da volontariato, bontà, donazioni. I vestiti abbandonati al via andavano per esempio ai cittadini denutriti di New York. Nella metropoli della ricchezza ci sono decine di migliaia di denutriti. Ma per fortuna i maratoneti possono donare la giacca a vento seminuova che sacrificano al freddo della mattina di Staten Island. Ciò perché nessuno dimentichi non che a New York ci siano i denutriti, ma che i newyorchesi abbiano un cuore grande da preoccuparsene. Business e carità sempre a braccetto; stai pagando un capitale (25$ per incidere il tempo sulla medaglia contro i 3€ di Valencia, un esempio a caso), ma sappi che una quota (imprecisata) è sempre per i poveri o per la tal fondazione o la ricerca sulla tal malattia rara così che tutti, dal più vampiro dei miliardari in giù, possano sentirsi (o spacciarsi) per benefattori dell’umanità.

CUORE E TESTA DI UN PODISTA A NEW YORK

Voglio ringraziare due persone che da qualche anno compaiono un po’ in tutti i titoli di coda delle mie piccole imprese sportive: Fulvio Massini e Danny Sargoni. Ho corso con le mie gambe, ma anche un po’ con la loro testa, per me indispensabile. È stato un anno difficile, di discontinuità, di difficoltà a mettere su km in maniera continua, di peso che non scendeva e non è più sceso, tanti problemi fisici, alcune cronicità, anche un po’ di scoramento nella lunga estate calda. Ho corso solo tre mezze maratone: Napoli mediocre a febbraio, discreta Firenze ad aprile, pessima Ferrara appena cinque settimane fa. In buona sostanza ho preparato la maratona di New York in due mesi con i 450 km di settembre e ottobre. Direi il minimo sindacale eppure, amici miei, è andata alla grande!

Ho fatto due soli lunghissimi (allenamenti oltre i 30km) contro i quattro di Valencia quando feci il mio personale in 3h36’. L’ultimo – un trentaseino, come dice Fulvio – qui a New York sotto la pioggia di Riverside Park, con tante soste negli ultimi 10km di pura sofferenza. Onestamente, altri avrebbero rinunciato. Orbene: se calcoliamo 7-8’ persi per overwheight e una dozzina per il “fattore New York” di cui sopra, non sono stato lontano dalla prestazione del personale. 3h58’49”; in 15.000 mi sono arrivati davanti, ma 38.000 dietro. Dei miei coetanei ne ho lasciati indietro il 76%. Sono dati che non dicono molto, ma mi confortano. La tabella di Fulvio si è sposata alla perfezione con l’abitare vicino Central Park. Lui voleva salite e Central Park me le ha date ma credo di dovere il tempo più alla testa che alle gambe. Certo, ogni singolo squat che non ho fatto, il plank che mi è stato proibito dal medico o gli esercizi di core che non mi va mai di fare, me li sarei tutti ritrovati a far bene in corsa. Il loop grande di Central Park con i suoi nove km e mezzo di saliscendi ha supplito, ed è stato un aiuto decisivo nella parte finale della preparazione. Ma per far davvero bene a New York non basta il fondo, ci vuole anche la forza. Che avrebbe dovuto essere di più.

In gara sapevo una cosa: la tabellina del 9! Non scherzo. Facendo ogni miglio (1,6km) in 9’ il totale fa 3h56’, quindi con un margine di 4 minuti per stare nelle quattro ore. E ogni miglio ben due schermi luminosi sul percorso scandivano la mia tabellina: 9, 18, 27… Considerando l’ondulazione, sono stato molto costante. Con una differenza. Per quindici miglia sono andato esattamente a 9’ al miglio (5’35” al km); nelle ultime 11 miglia sono sceso a 9’14” (5’44”). Questo per due motivi. No, niente muri, nella mia storia di maratoneta non ho mai sperimentato il famoso muro del 30° km, del quale parlano in tanti, quando finirebbe la scorta di glicogeno. Il primo motivo è che al 16° miglio c’è il famigerato Queensboro Bridge (ma anche il ponte che va nel Bronx, pur molto più breve, ve lo raccomando eh) e molte più salite della prima parte. Il secondo motivo è che l’ho gestita. Sapevo che avevo guadagnato 5” al km e che quel bottino di 2’ era un tesoro inestimabile per i tempi duri che arrivavano. Di quei due minuti da metter via avevo discusso per giorni con gli amici più cari ed è andata proprio così. E sapevo che non solo potevo, ma dovevo spenderli quei secondi di vantaggio, lasciarli per strada, per evitare un tracollo sempre possibile e anche per controllare i tanti acciacchi che una maratona comporta. Era una gestione di gara completamente diversa da quella di Valencia, la mia miglior maratona. Quelli che hanno fatto un “negative split” a New York, cioè la seconda metà più veloce della prima (io la feci a Valencia), hanno tutta la mia ammirazione. Mai come a New York la seconda metà è tanto più difficile e per farla bisogna correre, “menare”, come dice a tutt’altro livello dal mio Sara Dossena, non cantare “New York, New York”.

TEMPI DURI

Per me non poteva essere una gara da “negative split”. Pronti, via! …e mi si inchiodano i muscoli tibiali. Sono affaticati entrambi da qualche mese, dovrò correggere qualcosa di posturale, ma questo è dolore vero. Non mi dispero, ma fa proprio male e siamo ancora sul ponte da Verrazzano, quello dei poster. Miracolosamente, al sesto km di corsa, all’accesso alla quarta strada di Brooklyn, quando la folla si fa incessante, il dolore diventa sopportabile e poi quasi svanisce. Certi dolori sono strani, l’ho imparato da tempo. Già a Manhattan, al 27° km, mi comincia a far male – forte – la parte esterna del ginocchio sinistro. Questo in corsa è una novità, ma lo sento da un po’ facendo stretching. Dovrò farmi vedere. Mi dura una quindicina di km, lo gestisco anche con il tesoretto di secondi. Non mi fermo mai, ma non forzo, vado al 95%. Invece i miei due problemi cronici, la tendinosi al tendine d’Achille destro e la cisti di Baker, mi hanno graziato. Anche l’affaticamento all’ileopsoas che temevo, resta un pensiero più che un vero problema. Per il resto sono stato benissimo a godermi ogni metro e il forte affaticamento ai quadricipiti (è stato… “stupendo” tornare a casa ad Harlem e salire al quinto piano senza ascensore) mi pare del tutto fisiologico.

Le ultime quattro miglia e dispari (diciamo sette km) ero proprio cotto. È quella che chiamo “terra incognita”: quando vai oltre la distanza dell’allenamento più lungo. Si corre sulla Quinta strada, ma non è nella parte glamour di una delle vie più famose del mondo, quella del lusso. È East Harlem, si passa a 200 metri da casa. Lì ho anche tifo personale, il mio ospite Malcom X, e un’amica di quelli cari della Val Pellice che gridano il mio nome. Grazie a entrambi! È dura la Quinta in salita con 35km nelle gambe (in macchina metterei la seconda, per dire) e ormai c’è un muro di gente che cammina più che correre (e francamente rompe). Io ne ho ancora, ma il tesoretto è agli sgoccioli e qualunque intoppo può far saltare il mio obiettivo delle quattro ore. Sento che è il momento decisivo. Ho un km atroce a 6’05”, ma reagisco nel successivo a 5’31”. Ce la posso fare. Poi si entra nel parco, il luogo che amo e di tutti gli allenamenti a New York fin dalla prima volta. Si va giù e basta, come le zucche di Halloween, penso io, e invece no. Anche in discesa ormai la corsa è durissima, tendini e legamenti chiedono pietà, si corre tra due ali di folla, stretta che sembra un gran premio della montagna al giro d’Italia. Che meraviglia, ma anche che sofferenza. Ancora 5’31” e poi – pare facile – 5’14” al 41° km. Ancora un sorso d’acqua da questi stupendi volontari. Poi si riesce e si torna in strada dalla Quinta all’Ottava (Columbus Circle). Sono tre isolati (per lungo) ma mi sembrano trenta e poi si rientra per i 400 metri (manco a dirlo) di salita finale nel parco tra le tribune gremite. All’arrivo praticamente m’inchiodo: 3’58’49”, mi sono perfino avanzati 71”. Adesso sì che posso cantare “New York New York”, avessi fiato.