Menu 2

Brasile come l’Europa: il suicidio dei tucanos porta al fascismo

Il dato politico che emerge dalle elezioni brasiliane è evidente. Trionfa e passa al secondo turno il parafascista Jair Bolsonaro con un enorme 46% che lo mette nella più comoda delle posizioni per il ballottaggio del 28 ottobre. Lo sfida il sindaco di San Paolo, candidato di centro-sinistra, indicato dal carcere di Curitiba da Lula, Fernando Haddad. Col 29% appare disperatamente sfavorito, ma non tutto è perduto.

Di cosa significhi una vittoria di Bolsonaro si è scritto ampiamente: la fine di qualunque stato sociale, l’economia nelle mani del Chicago boy Paulo Guedes, il disboscamento senza limiti dell’Amazzonia, la subalternità della donna e la persecuzione degli omosessuali, la pelle nera come stigma, la libertà di tortura e di esecuzione extragiudiziale di poveri e piccoli criminali (non certo i grandi), l’invasione militare del Venezuela e la guerra nel Continente che tanti guai ha, ma non la guerra tra stati. Ma a mezzo Brasile e anche a mezzo mondo occidentale piace Bolsonaro, e ci dicono che così funziona la democrazia. Mi permetto di dissentire che la democrazia sia farla distruggere dai Bolsonaro.

Ma è necessario guardare oltre i numeri dei due principali candidati per capire le presidenziali. Innanzitutto emerge con chiarezza il suicidio politico del centro conservatore e neoliberale, i tucanos, il PSDB che fu di Fernando Henrique Cardoso, quello che ha voluto il golpe istituzionale contro Dilma Rousseff e che ha fatto da stampella ai sordidi due anni di Michel Temer per liberarsi del PT e riprendersi un paese che considera proprietà privata dei ricchi e dei bianchi.

Ebbene, per la prima volta non ci sarà un tucano al ballottaggio. Se Aecio Neves nel ballottaggio 2014 aveva ottenuto il 48% dei voti, oggi Geraldo Alckmin (parliamo di politici navigatissimi) non arriva al 5%. Un tracollo che nel tentativo di distruggere Lula, nell’ossessività dell’uso dei media, nella semplificazione criminale di tutto, ha portato al totale discredito della politica e ha favorito lo spostamento a destra di milioni di brasiliani. Si sono liberati di Lula, ma il Brasile non tornerà nelle loro mani, anche se il potere economico si accomoderà al nuovo corso.

Ma non basta il tracollo del centro conservatore. Chi da una sinistra su posizioni critiche su tutto, se fosse intellettualmente onesto, dovrebbe ammettere oggi cosa ci fosse dietro il fenomeno Marina Silva – della quale in sprezzo alla dura realtà politica del PT si era innamorata mezza sinistra europea – che solo quattro anni fa prendeva il 21% dei voti e oggi non arriva all’1%. Non c’era chissà quale popolo ambientalista o una bella faccia e una bella storia, ma il più brutale degli evangelismi reazionari, che infatti ha mollato la Silva per passare armi e bagagli a Bolsonaro, che proprio l’Amazzonia considera terra da bruciare per fare spazio all’agroindustria. Non che col PT per l’Amazzonia fosse andata bene, certo…

In un contesto così deteriorato, ovviamente anche per gravi responsabilità del PT, al momento della definitiva inabilitazione di Lula, Fernando Haddad aveva appena il 4% dei voti e fuori di San Paolo molti facevano fatica a identificarlo. L’averlo portato al 29% e poter contare sull’appoggio del 12% del candidato progressista Ciro Gomes, che ha già invitato i suoi a votare “contro il fascismo” è di per sé una sorta di miracolo. Messa così si parte 46 a 41 ma per una candidatura partita da zero, con il movimento delle donne #EleNão (Bolsonaro no), che ha appena iniziato a mostrare la sua forza, tre settimane sono una vita.

, , ,