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Macerata: gli spazi della democrazia fuori del salotto buono

È necessario dire qualcosa sugli spazi della manifestazione di ieri a Macerata. Macerata si autorappresenta come città accogliente, la città della Pace addirittura, ma ieri non lo è stata affatto con le migliaia di persone pacifiche venute a manifestarle solidarietà da tutta Italia, e con le migliaia di maceratesi che non si sono fatti terrorizzare da giorni di insensate intimidazioni.

A ciò che mi risulta, l’unica interazione positiva è stata tenere aperti i bagni pubblici – due – dei giardini Diaz, ormai il mitologico zoo di Berlino maceratese. Per il resto era solo una questione di ordine pubblico. Colpiva la rigidissima chiusura del Centro storico con le forze dell’ordine – peraltro rilassate e amichevoli – a difesa di ogni singolo varco. Beninteso, il problema non era far sfilare la manifestazione in Centro storico ma la totale inutilità del trattare il Centro storico come la zona rossa del G8 di Genova. Ogni singolo varco al centro era difeso da personale di polizia in assetto antisommossa. Come se la profezia di sventura dovesse per forza auto-avverarsi, i convenuti non sono potuti entrare neanche per una foto o un caffé. Magari in parecchi avrebbero avuto piacere di pranzare negli ottimi ristoranti, e conoscere una città di provincia per molti ignota, ma lo hanno impedito giorni di sballata rappresentazione di orda di lanzichenecchi in arrivo, scontri e violenza, con tanto di scuole chiuse e autobus sospesi, un’esagerazione senza senso di chi aveva puntato una fiche sul caos in omaggio alla tesi – del tutto strumentale – degli opposti estremismi. La separazione era così rigida che, alle antiche porte, mancavano solo i ponti levatoi. Ciò dopo che per giorni alcune decine di fascisti avevano tenuto il centro in scacco, rendendolo impraticabile, insicuro, malsano. I fascisti sì, i democratici no.

L’unica cosa che Macerata ha offerto alle migliaia che hanno affrontato un lungo viaggio per esprimerle solidarietà è stato l’anello delle mura civiche. Si tratta di un circuito di 2,2km dove per quattro quinti non c’è null’altro che le mura da un lato e lo splendido panorama collinare dall’altro. Uno spazio sterilizzato, in una concezione securitaria e rancorosamente infastidita dalle manifestazioni democratiche, “che creano disagi ai cittadini”. Tutto è stato costruito perché i partecipanti, tra i quali migliaia di maceratesi, fossero altro dalla città, estranei, stranieri, non desiderati. Moltissimi hanno notato il vescovo Nazzareno Marconi, che pure nei giorni scorsi aveva usato parole di carità verso tutti: stava in clergyman osservando i manifestanti dall’alto dei giardini della curia che danno sulle mura. Ieratico, sembrava corrucciato, forse pregava, immobile, distante, nessuno ha notato un gesto di saluto da parte sua. Almeno lui è venuto a vedere, pastore di una città dove è ormai generalizzato il disprezzo per quei pochi poveri che chiedono l’elemosina, e che tanto infastidiscono il cattolicissimo sindaco.

Ho votato per due volte per Romano Carancini; oggi onestamente non lo rifarei. Ciò a partire da quell’episodio doloroso della concessione della cittadinanza onoraria alla vicepresidente argentina Gabriela Michetti, personaggio criticatissimo da tutte le associazioni dei diritti umani, a partire dal premio Nobel per la Pace Adolfo Pérez Esquivel, e dalle madri di Plaza de Mayo. Se ne fece una questione di sangue, “puro sangue maceratese” e di photo opportunity. Le questioni di sangue ricorrono troppo spesso ultimamente a Macerata, una comunità più isolata di quello che questa creda, ma meno di quanto questa desideri.

Troppi maceratesi si sono riconosciuti o hanno giustificato Luca Traini non perché fascioleghisti ma in quanto lo hanno considerato comunque uno di loro, laddove le sue vittime non lo sarebbero, come in fondo non lo sarò mai io, immigrato meridionale, sospetto per antonomasia. Macerata, ben evidentemente, è un luogo lontano anni luce dalle frizioni delle banlieu. L’orrore che tutti condividiamo per Pamela resta un caso di cronaca nera del tutto isolato, con ogni probabilità già risolto dalle forze dell’ordine. Ma il maceratese medio, è tristemente innegabile, sta o almeno comprende Traini. Gli immigrati causano qui più disagio? Il maceratese è più razzista o ignorante che altrove? Niente di tutto ciò, eppure Macerata è oggi un punto algido della crisi etica del paese, incapace di evolvere verso un inevitabile – e desiderabile – melting pot.

La risposta va cercata nella cartina tornasole del terremoto, sintesi di una crisi che viene da lontano, con la città capofila di un territorio vecchio, spossato e senza classe dirigente. Ciò nella crisi secolare dell’Appennino, nella stagnazione demografica che ormai dura da 50 anni, solo parzialmente puntellata da poche migliaia di immigrati. La popolazione cala lentamente dal 1968, in una città dove però si continua a costruire per dar fiato all’edilizia e a interessi speculativi e di riciclaggio, sfregiando anche la retorica della bellezza. Ciò nella crudele scoperta che il benessere degli anni Settanta, Ottanta, non fosse un diritto divino ma un’illusione. A ben guardare quel benessere era portato dagli “scarpari” della piana del Chienti. Anche allora questi erano disprezzati dai maceratesi appena inurbati dalle campagne e divenuti ceto medio impiegatizio e commerciale, perché considerati zotici, ma che a Macerata venivano a spendere. Al momento di diventare grande, e usare quel benessere per modernizzarsi davvero, Macerata si è ripiegata su se stessa. La ricchezza è andata via, sono arrivati gli immigrati e spesso chi si considera di “puro sangue maceratese” non se ne fa una ragione e, come altrove, non riesce a elaborare altra spiegazione che incolpare i newcomers per una crisi endogena di modello.

In tutto questo l’amministrazione Carancini un’idea di futuro ce l’ha e le va riconosciuto, anche se in questi giorni ha mostrato tutti i suoi limiti. La Macerata di Carancini ha fatto dell’offerta culturale il suo punto di forza, una vera fucina di iniziative diverse che dalla lirica estiva allo Sferisterio si sono espanse per i 12 mesi e che vedono in un centro storico desertificato da decenni il cuore. Tale offerta culturale però, nell’ellissi dell’impegno civile – plateale nella subalternità etica di questi giorni – diventa anodina, buona per dar lustro e far girare un po’ l’economia, ma non le meningi e la coscienza. È un’offerta che, quando non si popolarizza in feste di piazza, carnevali e aperitivi in centro, viene percepita dal maceratese medio come elitaria. Sbaglia, certo, ma ieri quella linea di esclusione è stata più evidente quando a evocarla è stato lo stesso sindaco che ha pervicacemente cercato di isolare gli antifascisti come non era riuscito a fare con i fascisti.

Quel centro storico sigillato testimonia l’equilibrismo nel quale si è perso Carancini, dalla mancata immediata solidarietà alle vittime, all’appello al silenzio e a non manifestare, equidistante tra fascismo e antifascismo (io non ho ancora trovato spiegazioni positive a ciò, solo retropensieri di appeasement verso la parte becera della città o dubbi opportunismi elettorali), infine castigato dal grande successo della manifestazione di ieri della quale Carancini ha mancato al suo preciso dovere di esserne alla testa. Piazza Libertà meritava di essere gremita dagli antifascisti e questi meritavano di essere accolti da Macerata. Ma la città dell’accoglienza non li ha voluti.

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