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I fatti di Macerata e la difficoltà di chiamare le cose (terrorismo, fascismo, razzismo) col loro nome

Con la manifestazione antifascista di sabato 10 febbraio, non vietata dalla prefettura ma non desiderata dall’amministrazione comunale, si accumulano molteplici motivi di preoccupazione generati dai “fatti di Macerata”, che oramai sono una concatenazione di più avvenimenti diversi che probabilmente marcano un prima e un dopo:

1) la tragica fine di Pamela Mastropietro, un drammatico caso di cronaca nera che, sia andata come sia andata, è pretesto di conferma dell’immaginario razzista per il quale “l’uomo nero” voglia far proprie le “nostre donne bianche”. Lo scarsissimo interesse per il femminicidio di Jessica Faoro a Milano, assassinata nelle stesse ore da un italiano, testimonia come l’opinione pubblica sia da tempo indotta a privilegiare una inesistente “questione razziale” rispetto a una ben più cogente “questione di genere”.

2) La paura di dare pane al pane e chiamare il terrorismo terrorismo. Gli attentati terroristici del fascioleghista (neofascista e candidato della Lega, nella declinazione salviniana di convergenza ideologica e strategica con l’estrema destra neofascista) Luca Traini sono la diretta conseguenza di anni di semina d’odio. Questa ha creato in nuce decine di terroristi fai da te, soggetti radicalizzati, nati nelle nostre città, fanatici imbevuti di odio e pronti a colpire senza necessità di una struttura gerarchica. Accadde a Firenze prima di Macerata, e in 140 episodi censiti dal 2009 a oggi, in nome del progetto politico dell’estrema destra di cancellazione dell’immigrazione.

3) La reazione a dir poco tiepida della città di Macerata (sintomatica di una realtà più complessa, nei social e nel paese) che ha troppo spesso sposato la retorica riduzionista del “gesto di un folle” che permette di lavarsi le mani e non interrogarsi su di sé. Una parte rilevante della città fa innegabilmente sponda alla xenofobia, oppure ha scelto il giustificazionismo idiota del “farsi giustizia da sé”, ovvero sparare nel mucchio contro innocenti, l’essenza del terrorismo, o del “non sono razzista ma”, e spesso – ormai sfacciatamente – dell’aperto plauso alla violenza terrorista. Non accade sui social, chiunque viva a Macerata ha sentito in questi giorni giustificare se non rivendicare il terrorismo, in un’apologia di reato conclamata.

4) La preoccupazione dell’amministrazione comunale e del PD nazionale che, se pur nessuno possa dire che indulgano verso Traini, preferiscono non stigmatizzare chi giustifica il terrorismo, per non disgustare un loro elettorato sempre più disorientato e che loro avrebbero la responsabilità di orientare fuori dalla palude. Il far mancare per giorni la solidarietà piena alle vittime, il non visitarle o visitarle in ospedale solo privatamente, come denunciato dai più avvertiti organi d’informazione, come Avvenire, ha offeso non solo le vittime di Traini ma chi sa da che parte stare nella storia. Se i partigiani fossero stati condotti dall’attuale dirigenza dell’ANPI, il 30 giugno 1944 Macerata sarebbe stata occupata dai fascisti ancora a lungo.

5) Pur consapevoli della difficoltà del ruolo, l’appello del sindaco di Macerata, che ha invitato congiuntamente fascisti e antifascisti insieme a non manifestare, mettendo di fatto democratici e fascisti sullo stesso piano, ha avuto come conseguenza non voluta il legittimare questi ultimi. Casa Pound e Forza Nuova hanno fatto bivaccare per giorni i loro manipoli in città, prendendosi un’agibilità politica e un’esposizione mediatica che mai avrebbero dovuto ottenere. Salvini intanto, continuava a diffondere menzogne che colpiscono in particolare il Partito Democratico, sempre più incapace di reagire. Su tutto la tossicità del sistema informativo ha definitivamente cooptato il neofascismo come una legittima opzione politica da talk show, e il razzismo come libertà di espressione.

6) Il dovere del sindaco di Macerata – accompagnato da tutti i sindaci dell’arco costituzionale e da esponenti di tutte le istituzioni – è stare alla testa del corteo antifascista, insieme alle vittime, alla comunità immigrata e agli antifascisti che vengono a portare solidarietà alla città da tutta Italia, portando con orgoglio quella fascia tricolore oltraggiata da Traini. È quello che accadde a Parigi, a Oslo, a Barcellona. Non è questione di sangue o di pelle; anche le vittime sono maceratesi, che siano ricche o povere, che abbiano o no i documenti, che lavorino o chiedano l’elemosina. Sapere che in molte scuole della città bambini di colore non hanno ancora fatto ritorno a scuola per paura spezza il cuore. Sentir dire ai nostri studenti dalla pelle nera dell’Università di Macerata – che sta dimostrandosi un presidio di dignità e democrazia – che da sabato scorso escono dai collegi solo accompagnati per esercitare il loro diritto di andare a lezione e che i genitori vorrebbero vederli ripartire, induce a un moto di rivolta. Al loro fianco.

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