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Se Emmanuel Macron è Zapatero e Mélenchon si presta voti con Le Pen

La scoria lepenista non ha sfondato. Aveva il traino di Trump, della Brexit, del terrorismo (ma i media italiani ne amplificano la portata), della menzogna sistematica e della frustrazione razzista dell’uomo bianco che vivaddio non è più il centro del mondo (e che aveva fatto le fortune di Trump), ed è a stento andata al ballottaggio dove perderà e non sta scritto da nessuna parte che non abbia toccato il suo tetto. Vive la France! Vive la France anche se nella coscienza che, quando un’elezione presidenziale vede tra il primo e il quarto appena quattro punti di differenza (e Hamon e Dupont-Aignan hanno messo insieme dieci punti in candidature non testimoniali), vi siano degli elementi di casualità che impediscono conclusioni, per esempio sul destino della destra repubblicana tradizionale.

Marine Le Pen perderà contro il tecnocrate Macron, liberale ma limpidamente europeista. Ciò vuol dire fiscal compact ma soprattutto vuol dire che chi vive e lavora in Francia (ho una lunga lista nel mio cuore) non sarà umiliato e discriminato, o addirittura mandato via come tuttora temono centinaia di migliaia di lavoratori a Londra. E vuol dire infine che non tutti credono alla narrazione tossica dell’Europa colpevole di tutto e dell’Europa sacrificabile per tornare a un’età dell’oro nella quale assaltare i palazzi d’inverno delle vetero-nazioncine inadeguate al mondo del XXI secolo. Inoltre Macron è tutt’altro che venuto dal nulla come è comodo per alcuni credere. Ottimi studi e sontuoso inserimento professionale nel mondo della finanza, era sulle ginocchia di Jospin da bambino, uomo di Valls e ministro di Hollande, figlio della storia del declino socialista esattamente come Malaussène Hamon, ma sceso dal treno in corsa per scaricare su quest’ultimo il presunto vecchiume e tenere per sé il novismo. Macron, che vi piaccia o no, è Zapatero, cuore a sinistra, portafogli a destra. Mai come nel caso di Macron parlare di centro non dice nulla, Macron è destra-sinistra, col trattino o senza fate voi.

Quello che apparentemente aveva il portafogli a sinistra era invece il vetero-patriottardo Mélenchon. In cinque minuti ieri sera ha detto dodici volte “patria”, ma non l’unica cosa che doveva dire: mettere antifascismo e antirazzismo al primo posto e votare – se non per Emmanuel Macron – contro Le Pen.
Invece non si è distaccato dal sovranismo, che in lui non è tattico ma strategico fino ad assumere tratti gollisti, dal voler essere il campione dell’elettricista francese contro l’idraulico polacco, come se questo fosse dire una cosa di sinistra. Ma il suo enorme risultato, perché è un risultato enorme e composito, prendendo dal PS più che da una sinistra radicale già svuotata (Poutou e Arthaud da tempo si contendono i decimali) non è paragonabile a Syriza o a Podemos se non nello svuotamento dei partiti socialisti tradizionali. E in quel rifiutarsi di dare indicazione di voto contro le Pen c’è la conferma di un triste minuetto franco-francese: ha preso in prestito voti a Le Pen e glieli restituirà al ballottaggio. E anche qui sinistra-destra, col trattino o senza fate voi.

Aggiornamento 8 maggio: il voto che da Mélenchon è andato a Le Pen si sarebbe contenuto nel 7%, ovvero la metà di quel 15% circa che ha spostato il voto da un altro candidato a MLP. E’ una buona notizia.

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