Thursday 09 February 2012, 22:03

La riforma che uccide l’Università

Secondo Il Giornale i docenti universitari lavorano un’ora al giorno e guadagnano 10.000 Euro al mese. Balle. Calunnie. Certe volte mi ritrovo in Skype con un’amica ben dopo la mezzanotte e stiamo entrambi ancora lavorando, scrivendo, correggendo tesi, preparando didattiche vicine e lontane. Lo facciamo con impegno, passione e perfino orgoglio per un’istituzione che pure siamo coscienti che cada a pezzi. Lo facciamo per uno stipendio di circa un settimo (1/7) di quello che ci attribuisce Il Giornale e non ci lamentiamo. Non sono un “figlio di” né un raccomandato, né un fannullone (al contrario) e sono stufo di essere calunniato da questo governo e i suoi sicari informativi.

Mi domando chi siano questi baroni da 10.000 Euro al mese e da un’ora al giorno di lavoro dei quali millantano i bugiardi de il Giornale. Dalle tabelle si evince che un ordinario di ruolo da 28 anni (cioè già ordinario nel 1980 e ancora in servizio, condizione nella quale si trovano poche decine o al massimo qualche centinaio di persone in tutta italia, tutte alle soglie della pensione) supera di poco i 6.000 Euro. E’ uno stipendio che il 90% dei docenti di ruolo non avvicinerà mai, neanche a fine carriera. E almeno la metà degli attuali strutturati (ovvero tutti gli associati con meno di una dozzina d’anni di carriera e il 90% dei ricercatori) non arriva alla metà di quella cifra, 3.000 Euro. Nel caso di tutti i giovani ricercatori strutturati nell’ultimo quinquennio (che chi scrive definisce i “cervelli in gabbia”) la cifra si dimezza ancora, 1.500 Euro.

Mi domando come è possibile contrastare queste continue campagne di diffamazione, false e tendenziose, finalizzate a distruggere non una categoria, di quello non mi interessa, ma un’istituzione fondamentale per il progresso civile e per la tenuta delle istituzioni democratiche come l’Università pubblica. Quell’Università pubblica che è l’unica istituzione in grado di mescolare le carte e dare nuova linfa a questa società bloccata dove chi è ricco comanda e chi è povero resta povero. L’Università è l’unica istituzione (in sinergia con la Scuola) in grado di permettere (art. 34 della Costituzione repubblicana) ai capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi di ascendere socialmente e avere possibilità di rinnovare la classe dirigente in questo sciagurato paese.

E’ contro l’Università pubblica e democratica, che con tutti i suoi difetti continua a fare la nostra democrazia, che va l’attacco di Gelmini, Tremonti, Brunetta e Berlusconi. Si sta alimentando rancore sociale, addirittura odio, e soprattutto disinformazione contro una presunta casta che esiste e va combattuta. Ma loro non vogliono colpire la casta, anzi sono alleati della casta, vogliono colpire l’istituzione democratica.

La riforma che uccide l’Università (segue Alberto Burgio – Vacanza universitaria, Manifesto, 22 luglio 2008)

FRANCESCO RAMELLA – La Stampa

Le polemiche sulla giustizia hanno messo in secondo piano la discussione sulla sostanza della manovra finanziaria varata dal governo. Alcune misure riguardano il mondo dell’Università e della ricerca scientifica. In primo luogo, viene deciso un contenimento progressivo dei finanziamenti pubblici (fondo ordinario) per un totale di circa 1,5 miliardi nel prossimo quinquennio. Le università avranno la facoltà di trasformarsi in fondazioni private e ciò, nelle parole della ministra dell’Università, Mariastella Gelmini, dovrebbe favorire la raccolta di contributi e donazioni da parte dei privati. In secondo luogo, viene stabilito un blocco parziale del turn-over: fino al 2011 ogni 10 docenti che cesseranno il servizio ne saranno assunti due. Nel 2012, 5 ogni 10. Tenendo conto delle stime fornite dal Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario sulle uscite previste nel prossimo quadriennio (Rapporto 2007), ciò significa una riduzione di oltre 7.200 unità: quasi il 12% del corpo docente. La ministra ha presentato questi provvedimenti nei termini di una sfida positiva: «Le università, come il resto dello Stato, dovranno spendere meno, ma potranno spendere meglio». L’opinione dei rettori è, naturalmente, ben diversa: a loro avviso i tagli proposti dal governo sono di «portata (…) dirompente» e preannunciano un «progressivo e irreversibile disimpegno dello Stato».
In realtà, quello che lascia più perplessi è la mancanza di lungimiranza di queste misure, tipiche di un Paese che sembra ormai incapace di pensare al proprio futuro. Negli ultimi anni il nostro sistema universitario è stato sottoposto ad un faticoso processo di riforma che ha coinvolto tutti i docenti. I frutti si iniziano ad intravedere e un sistema di valutazione nazionale – richiesto dagli stessi rettori – che collegasse i finanziamenti alle prestazioni dei vari Atenei, rappresenterebbe un significativo passo avanti. Quello che preoccupa è la mancanza di consapevolezza dello stato penoso in cui versa l’Università italiana, a causa di un cronico sotto-finanziamento e un deficit di ricambio del personale docente (tra i più vecchi d’Europa). Due difetti che la manovra va notevolmente ad aggravare, con risultati che rischiano di essere disastrosi per il nostro Paese. Nei nuovi scenari della competizione internazionale, lo sviluppo è legato a doppio filo agli investimenti nella ricerca e nella formazione.
Sotto questo profilo, l’Italia non soltanto è indietro rispetto alle altre economie industrializzate, ma rischia di aggravare ulteriormente il suo ritardo. Secondo l’ultimo rapporto Ocse (Education at a Glance 2007) spendiamo per l’università una quota pari allo 0,8% del Pil, contro una media dei paesi avanzati dell’1,3. Per ogni studente vengono impegnati mediamente 7.700 dollari (i dati sono riferiti al 2004 e calcolati a parità di potere di acquisto), contro una media Ocse di 11.100 (Spagna 9.400; Germania 12.200; Francia 10.700). Se è vero che i docenti di ruolo sono cresciuti nel corso degli ultimi 10 anni (del 26% tra il 1997 e il 2007: dati Miur), è però vero che siamo ancora molto distanti da un rapporto soddisfacente con il numero di iscritti. Nel 2005 in Italia c’erano 21,4 studenti per ogni docente universitario, contro una media dei paesi avanzati di 15,8 (Spagna 10,6; Germania 12,2; Francia 17,3). Peggio di noi fa soltanto la Grecia (30,2). In una recente intervista la ministra Gelmini – dopo aver rassicurato gli studenti che i tagli non si ripercuoteranno sulle tasse d’iscrizione – ha riassunto in quattro parole il futuro che si immagina per l’università italiana: internazionale, eccellente, meritocratica e trasparente. In poche parole, un sistema con pochi soldi ma ispirato da criteri di professionalità e competenza. Questi criteri, che condividiamo, dovrebbero però valere per tutti. A partire dalle più alte cariche di governo. Per il momento, per sognare, basta collegarsi al sito del governo spagnolo e scorrere la biografia della ministra dell’Università e dell’innovazione: dottore di ricerca in biologia molecolare, con un lungo curriculum di incarichi ai massimi livelli in prestigiose istituzioni pubbliche e aziende private che si occupano di ricerca e innovazione.

Alberto Burgio – Vacanza universitaria, Manifesto, 22 luglio 2008

“La destra attacca a testa bassa. La sceneggiatura inventata qualche mese da Walter Veltroni per aprire la crisi di governo non lo prevedeva.

Fantasticava di una destra ormai civilizzata. Come stessero in realta’ le cose e’ oggi sotto gli occhi di tutti: razzismo di stato; leggi ad personam come a bei vecchi tempi; attacco contro quanto resta dell’unita’ sociale e istituzionale del paese; guerra senza quartiere contro il lavoro pubblico e privato, e una politica economica fatta di frodi sull’inflazione reale e di tagli alla spesa e alle retribuzioni. Come sempre. Solo che adesso si infierisce su un popolo di poveri gia’ super-indebitati.

Difficile dire che succedera’ alla ripresa autunnale. C’e’ da augurarsi che, incalzata dalla sinistra sindacale, la Cgil dia finalmente segnali di resipiscenza, ma dovra’ vedersela con le altre confederazioni, tentate da una replica in pejus del famigerato Patto per l’Italia. Per parte sua, il Partito democratico si interroga se perseverare nella ricerca del dialogo o impegnarsi nell’opposizione, naturalmente “costruttiva”. Intanto vengono giu’ interi pezzi della Costituzione materiale e formale della Repubblica, trascinando con sé le sorti della nostra democrazia. Un’ennesima picconata la da’ in questi giorni il decreto legge 112, la “lenzuolata” scritta da Tremonti in combutta con Sacconi e Brunetta sulla quale il governo ha posto la fiducia temendo di non ottenerne, altrimenti, la conversione in legge entro il 24 agosto. Tra privatizzazioni, tagli alla spesa e agli organici pubblici, nuove misure precarizzanti e ricatti contro i “fannulloni” del pubblico impiego, il provvedimento contiene misure devastanti in materia di scuola e di universita’.

Il manifesto ha gia’ messo in evidenza i pericoli che incombono sul sistema scolastico, gia’ stremato da una politica di lesina che da anni colloca l’Italia agli ultimi posti in Europa quanto a spesa per l’istruzione pubblica. Sara’ ulteriormente ridotto l’organico docente e ausiliario e si ridurra’ il tempo pieno. Al contempo si riprendera’ il progetto morattiano del doppio binario (scelta tra istruzione e formazione professionale gia’ a 14 anni) teso a reintrodurre la logica classista dell’”avviamento” cancellata nei primi anni Sessanta con l’istituzione della scuola media unica. Dopotutto, non aveva detto chiaramente Berlusconi che non sta né in cielo né in terra che il figlio dell’operaio possa avere le stesse ambizioni di quello dell’imprenditore o del professionista? L’universita’ non e’ messa meglio. Le Disposizioni per lo sviluppo economico (questo il titolo del dl nella beffarda neolingua governativa) prevedono tagli alle gia’ misere retribuzioni del personale docente e amministrativo; tagli agli stanziamenti (in aggiunta ai 500 milioni gia’ decurtati nello scorso triennio); limiti al turn over (nella misura massima del 20% dei pensionamenti per il trienno 2009-2011); massicci trasferimenti a favore di pretesi “centri di eccellenza” (a cominciare dall’Istituto Italiano di Tecnologia, guarda caso presieduto dal Direttore generale del Ministero dell’Economia) e, dulcis in fundo, la possibilita’ che le universita’ pubbliche si trasformino in fondazioni, spianando anche di diritto la strada a un processo di privatizzazione dell’universita’ italiana che da anni – grazie alle sciagurate riforme uliviste – marcia gia’ speditamente di fatto. Si presti molta attenzione.

Quest’attacco brutale non colpisce soltanto chi lavora nell’universita’ né solo chi vi trascorre alcuni anni della propria vita, peraltro pagando tasse sempre piu’ salate in cambio di un sapere sempre piu’ parcellizzato e disorganico. Il progetto del governo ha un respiro ben piu’ complessivo, una portata in senso proprio costituente. Ridurre al minimo il reclutamento di nuovi ricercatori significa precarieta’ a vita per quasi tutti coloro che ancora attendono di entrare in ruolo ed esasperazione delle logiche oligarchiche e baronali. Privatizzare il patrimonio degli atenei significa consolidare le propensioni e le pratiche neofeudali di ristretti gruppi di potere, sempre piu’ insofferenti al controllo democratico. E significa accrescere il potere di condizionamento del capitale privato (impresa e credito) sui percorsi di ricerca e sulla stessa didattica. Destinare risorse crescenti ai sedicenti centri di eccellenza significa promuovere un sistema di universita’ di serie A (per chi potra’ permettersele) e di serie B (per tutti gli altri), secondo il pessimo modello castale degli Stati Uniti.

Per l’ennesima volta la nostra “classe dirigente” conferma la propria levatura strapaesana, non esitando a sacrificare le prospettive di sviluppo del paese all’interesse di chi gode di posizioni privilegiate. Ma in questo caso l’attacco colpisce un fondamento della cittadinanza democratica. La scuola, l’istruzione, la cultura e la critica sono strumenti essenziali di partecipazione e di mobilita’ sociale. Per questo la Costituzione ne preserva liberta’ e pubblicita’. E per questo la destra al governo intende cancellarne il carattere di massa. Viene insomma al pettine uno dei nodi della primavera vissuta anche in Italia tra gli anni Sessanta e Settanta. C’e’ chi, per fortuna, se n’e’ accorto in tempo. Nelle universita’ si moltiplicano in questi giorni agitazioni, appelli alla mobilitazione e assemblee di studenti, docenti e precari. Ma non e’ ancora abbastanza. Occorre saldare al piu’ presto un fronte ampio che coinvolga massicciamente il corpo docente e tutti i dipendenti del sistema universitario pubblico. Questa controriforma non deve passare: dov’e’ scritto che agosto non possa essere tempo di lotta?”



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  1. intelinside | 22 luglio 2008 22:52 | Rispondi

    Premetto che nulla ho a che fare con il giornale e pensieri destristi, ma non ci vuole una laurea per capire che 10000euri per un’ora al giorno e’ un attaco ovviamente retorico..
    Ad esseri sinceri un errore di calcolo penso lo abbia fatto lei: 1/7 di 10000 fa poco piu’ di 1400euri..eh, eh.. ne siamo sicuri? Se poi questo e’ realmente lo stipendio di un operaio della Fabbrica Culturale di Macerata, mea culpa e buona fortuna per la pensione..

  2. Antonio Castellarin | 23 luglio 2008 08:40 | Rispondi

    L’obiettivo principale di questi terroristi dell’informazione e’ l’attacco iperideologico di tutto quello che e’ pubblico.: dai dipendenti, alla sanita’, ai parchi, ai monumenti, alla scuola.

    E’ una guerra ideologica di lunga durata e senza prigionieri, dove la menzogna e la falsa informazione sono tutto.

    Sempre pronti ai confronti europei, non mettono mai le tabelle relative alla spesa pubblica in Italia in confronto agli altri paesi (al netto del pagamento del debito) da cui anche un terrorista mediatico del Giornale e’ costretto a rilevare che siamo tra gli ultimi.

    Anche un terrorista mediatico del Giornale, puo’ rilevare che i risultati SSN sono nelle prime posizioni nonostante le risorse dedicate siano tra le ultime. Un confronto con la sanita USA in termini di costi e risultati, la possono fare anche loro, magari citando i vari candidati che, guardacaso, promettono una riforma in senso di un SSN. Come possono parlarci delle sorti magnifiche della sanita’ “privata” italiana che senza i contributi del SSN sparirebbe.

    Cosi sulla scuola e sull’universita’ assistiamo da molti anni a tagli e continui stravolgimenti, con l’unico scopo di ricreare una scuola di classe, dalle elementari all’universita’ (privata, naturalmente). Dove i ricercatori o i professori associti vengono indotti all’emigrazione forzata per mancanza di prospettive dovuta alla mancanza di risorse dedicate.

    E infine, cedendo alla logica dei terroristi mediatici, quella di parlare male di tutti gli altri, sarebbe interessante conoscere gli emolumenti (tutti, da quelli direttamente monetari, a quelli in natura, della specie piu’ diversa) di questi terroristi mediatici che con “una sola ora di lavoro” guadagnano piu’ di 10.000 euro, ma anche dei loro “mandanti” che ne guadagnano di piu’ con ancora meno lavoro.

  3. Gennaro Carotenuto | 23 luglio 2008 10:52 | Rispondi

    Sento di star perdendo la battaglia su una cosa alla quale tenevo. Che in questo sito i contributi, anche i commenti, avessero nome e cognome. Pace.

    Caro Intelinsaid, potrei perfino mettere una gif della fascetta dello stipendio. Un giovane ricercatore strutturato non arriva a 1.500 Euro al mese. Credo che il rapporto esatto sia circa 1/6,8 rispetto a quello che scrive il Giornale. A Lugano allo stesso livello di carriera farebbero 4.500.

    E se consideri che con l’ingresso in ruolo, tipicamente a 35-40 anni, la precarietà ha un costo economico enorme per il singolo, che è quello che fa sì che noi “NON figli di” si sia veramente pochi, il quadro è completo.

    Ma ripeto, non mi lamento: faccio un lavoro bellissimo e che mi pregio di considerare importantissimo.

    Lo faccio per pochi soldi (ma più di molti altri lavori), mi occupa di fatto le 24 ore, ma non saprei vivere diversamente.

  4. luca mastellaro milano | 23 luglio 2008 12:42 | Rispondi

    gennaro ha ragione. una cosa è attaccare giustamente i baroni, e ce ne sono tanti, ben diversa è la situazione dei ricercatori, assegnisti, associati etc.

    io credo che ci voglia del coraggio oggi ad intraprendere la carriera accademica, senza essere “figli di” o raccomandati. farsi largo in un ambiente che funziona solo per cooptazione, farsi un mazzo così e poi arrivare a 40 anni e prendere veramente meno di 1500 euro al mese.

  5. Lorella Giannandrea | 23 luglio 2008 14:15 | Rispondi

    Se dire che un docente universitario guadagna 10.000 euro al mese e lavora un’ora al giorno è una pura esercitazione retorica, allora non dovrebbe essere pubblicata su un articolo di giornale che, a torto o a ragione, viene considerato una fonte attendibile da una buona fetta dei suoi lettori, che non hanno la possibilità di verificare direttamente la veridicità delle notizie.
    Per quanto riguarda lo stipendio degli “operai della Fabbrica Culturale di Macerata” esso è purtroppo lo stesso di quello di tutti gli atenei di Italia. Per evitare polemiche rimando ad una fonte ufficiale, il sito del CNU, che pubblica la tabella delle retribuzioni qui http://xoomer.alice.it/alberto_pagliarini/TAB2008conaumento1e77.htm, e da cui si può facilmente verificare che la retribuzione di un ricercatore appena assunto è di 1258,86 euro mensili.

  6. Gennaro Carotenuto | 23 luglio 2008 16:25 | Rispondi

    Solo per dire che Lorella ha doppiamente ragione.

    L’articolo del Giornale parlava tutt’altro che per paradossi ma faceva calcoli sullo stipendio dopo tot anni eccetera utilizzando dati dimostrabilmente falsi.

  7. intelinside | 24 luglio 2008 14:56 | Rispondi

    Mi scuso per il commento un pó troppo tagliente. Il mio punto di vista in materia é alquanto ignorante e ammetto di non aver letto letto integralmente l’articolo del Giornale.
    Ma parliamo dell’articolo del 21 luglio di Matthias Pfaender, no? E dove sono questi 10000 euri?! Qui si parla di:”un professore ordinario percepisce 4.373 euro lordi al mese. Dopo 28 anni di lavoro, gli euro sono diventati 8221,39.” Si parla di BARONI degli atenei e non di giovani ricercatori precari. Si parla di stipendi lordi che al netto si dimezzano come dice Tolomeo (commentatore dell’articolo): “Sono un “barone” di quelli da 8000 euro (netti 4150). -e continua- Non mi pare che l’articolo di Pfaender dica cose false, pero’ sono parziali, e fanno apparire la situazione molto diversa da quella vera, almeno negli atenei dove si lavora seriamente.” sicuramente questo tipo di informazione non é da prendere in considerazione, ma spesso é questo tipo di controinformazione esagerata e altrettanto faziosa a farla prendere in considerazione, a fargli da trampolino. Stessa storia per il berlusconismo. Se mi sbaglio qualcuno mi corregga per favore..

  8. Luigi Coppola | 25 luglio 2008 09:26 | Rispondi

    Putroppo, come troppo spesso accade in Italia,
    gli argomenti vitali per la crescita del Paese, sono fagocitati nel tritatutto, riconducibile alla qualità dell’informazione ed alla deontologia dei suoi addetti. Leggendo l’articolo di Giuseppe D’Avanzo sulla Repubblica di ieri, ogni ulteriore commento è superfluo. Resta, e deve rimanere, la consapevolezza che a fronte di minoritarie oligarchie di baroni o altro, che accentrano conservatorismi e altri interessi impropri; esiste una maggioranza occulta ma produttiva (la gente “normale” che tira avanti, cercando fra l’altro anche di informarsi e documentarsi correttamente..) ed una minoranza brillante (spesso infangata ad arte) che spende onestamente vita e competenze (con le necessarie vitali gratifiche, non esclusivamente di natura economiche) per aiutare e contribuire la maggioranza, produttiva o improduttiva che sia.

  9. intelinside | 27 luglio 2008 14:18 | Rispondi

    Nessuno mi ha corretto: forse o perchè non mi sbagliavo più di tanto, o perchè ci vuole più di un semplice commento per correggermi.
    Al caro Gennaro volevo dire che l’apertura del suo blog precede, nella mia scaletta pseudo-informativa, quella di pagine web come corriere, repubblica, stampa, manifesto e addirittura guardian e new york times. Comunque il mio codice nominativo non le direbbe nulla, buon proseguimento e buona domenica.

  10. Gennaro Carotenuto | 27 luglio 2008 14:51 | Rispondi

    Sono dati falsi (la tabella vera è quella linkata da Lorella) e tendenziosi perchè forse il 2% dei professori di ruolo con almeno 28 anni di servizio è ordinario da 28 anni.

    Questo significa che se gli ordinari sono circa il 20%-25% dei docenti e solo 2 o 3 su mille sono ordinari da almeno 28 anni, solo lo zero virgola dei docenti universitari guadagna il massimo delle tabelle che è 4.750 Euro, non 8000, e quindi meno della metà di quello che in malafede afferma l’articolo in questione.

    RIPETO: SOLO poche decine di persone guadagnano 4.750 Euro, il resto dei 60.000 docenti universitari di ruolo nelle tre fasce guadagna molto meno, e la verità è che una buona metà del corpo docente in Italia guadagna 2.000 Euro al mese o meno (1.200 nel primo anno). Pochi? Molti? In questa sede quello che importa è che queste sono le vere cifre e che qualcuno usa cifre false per delegittimare una categoria.

    Va da sé quindi che se il Giornale scrive “i docenti universitari guadagnano diecimila euro al mese” l’articolista è un imbroglione in malafede. Le tabelle sono pubbliche.

  11. Gennaro Carotenuto | 27 luglio 2008 14:53 | Rispondi

    PS: il tuo “codice nominativo” apporterebbe a me, perchè a me fa piacere che chi scrive su questo sito, dove io metto nome e cognome, abbia anch’egli un nome e cognome.

    Poi accetto anche contributi anonimi ma…

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  1. Da Primo blitz 2009 del governo, il 7 gennaio voto di fiducia sulla riforma di Mariastella Gelmini per l’Università : Giornalismo partecipativo | gen 7, 2009

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