Menu 2

Ingrid Betancourt: libera di demolire tabù

farc_guerrilheira Ringrazio Enrico Neri per questo contributo che testimonia da Bogotà come le cose su Ingrid Betancourt non stiano come le vuole la propaganda ultrauribista alla Mimmo Candito, ma neanche come le pretende l’ultrasinistra che ha immediatamente attaccato Ingrid Betancourt. gc

Enrico Neri, Bogotà 8.VII.08

Il mondo intero si era commosso di fronte alla tragica situazione dei sequestrati delle FARC nella selva colombiana. Il mondo intero ha applaudito entusiasta la liberazione di Ingrid Betancourt e di 14 dei suoi compagni ad opera dell’esercito colombiano lo scorso 2 luglio, non solo per la sostanza dell’evento, ma per la maniera in cui si è prodotto: non una goccia di sangue, non un colpo di arma da fuoco, non un morto, non un ferito, solo un occhio pesto a un guerrigliero, ma tutto sommato… magari finissero con un saldo così le più tranquille manifestazioni politiche del più tranquillo dei paesi in pace.

Un geniale inganno non-violento, più che una “operazione militare”.

La popolarità del presidente Uribe è schizzata alle stelle, i sondaggi sono impazziti, si sono moltiplicate le voci invocano la sua terza rielezione: sorrisi, abbracci e strette di mano.

Ma è davvero tutto così tranquillo e così lineare sotto il cielo colombiano? Sono finiti i sequestri? E’ terminato il conflitto armato? Sono stati risarciti i “desplazados”? Sono cessate le violenze, gli assassinii, le persecuzioni politiche? Hanno cessato le loro tristi attività gli squadroni della morte? Si è smobilitata la guerriglia? E’ terminata l’impunità? E cosa ne è stato del narcotraffico?

In un conflitto cronico ed annoso come quello colombiano è opportuno assumere il successo dell’operazione “Jaque” (scacco in italiano) in maniera critica. Guai a sottovalutarla: è un sintomo della crisi irreversibile dell’ultima guerriglia latinoamericana e una spinta formidabile sul cammino della pace. Ma guai anche a sopravvalutarla.

E non sono i soliti guastafeste delle oenneggi di Diritti Umani a dirlo, che peraltro stando a un sondaggio del quotidiano “El Espectador” del mese di maggio, sono le uniche organizzazioni che in Colombia godono di una fiducia paragonabile a quella del Presidente: in una intervista del 7 di luglio a Radio France in spagnolo, la stessa ex-candidata presidenziale demolisce impietosamente alcuni dei pregiudizi più radicati nell’opinione pubblica colombiana e mondiale. A seguire il dettaglio della rottura di almeno sei delle convinzioni irrazionali e, contemporaneamente, più diffuse.

Ma prima di rivelare alcuni retroscena e chiarire alcuni punti importanti delle sue convinzioni rispetto alla situazione del conflitto e della vita politica del paese, mette le cose in chiaro rispetto a ciò che pensa della guerriglia: “Le FARC devono rendersi conti che hanno perso la battaglia… si diceva che il fatto di tenere un gruppo di sequestrati più visibili degli altri, i tre americani o il caso mio, dava loro la possibilità di essere costantemente presenti nello scenario internazionale… è finita! Oggigiorno quello che hanno ottenuto è la vergogna che devono sopportare perché il mondo li sta additando come torturatori, come violatori dei diritti umani, come narcotrafficanti travestiti da guerriglieri”. Agli osservatori esterni al paese può apparire assolutamente ridicolo che una persona che ha passato gli ultimi sei anni sequestrata dalle FARC debba precisare di non amarle, ma in Colombia ogni volta che si critica il governo, per quanto in maniera lieve, è opportuno, praticamente obbligatorio, fare questa premessa (e a volte risulta persino insufficiente), per non correre il rischio di essere immediatamente accusati di complicità con la guerriglia.

Successivamente cade il primo tabù colombiano -la malvagità di Hugo Chávez-: “per poter realizzare l’accordo umanitario bisogna uscire dai binari delle condizioni non negoziabili, ognuno tira acqua al suo mulino e non vuole concedere spazio, […] parliamo della necessità di uno spazio, di una zona di distensione che Uribe non vuole concedere e che le FARC pongono come condizione pregiudiziale per qualsiasi inizio di conversazione, allora, semplicemente […] cerchiamo altre soluzioni che hanno funzionato, a me sembra che quella di Chávez sia magnifica […] se posso aiutare in qualcosa, io voglio farlo, per aiutare a ristabilire l’amicizia, la fiducia fra Chávez e Uribe, perché Chávez ha una chiave che non ha nessun’altro possiede, lui ha la possibilità di dire alle FARC cose che le FARC ascoltano. Alle FARC non è piaciuto per niente quando Chávez ha detto che la lotta armata in America Latina è una cosa obsoleta[…]. Chávez è quello che è riuscito a farli pensare in maniera differente. È riuscito a fargli liberare sette persone prima di noi e probabilmente possa farne liberare ancora, io credo che Chávez sia per noi un alleato straordinario”, e qui rompe il secondo tabù ­-la malvagità di Rafael Correa-: “E credo che Rafael Correa invece anche! Voglio dire, a me questa storia che Rafael Correa stava prendendo contatto, quando uccisero Raul Reyes… la crisi fra Colombia ed Ecuador, tutto questo non ha nessuna importanza”, e cade il terzo tabù -le verità bibliche contenute nel computer del defunto n. 2 delle FARC-: “quello che dice il computer di de Raul Reyes a me personalmente non interessa! L’unica cosa che voglio è ascoltare Rafel Correa che dica «Si, continueremo a lavorare» […] Magari le FARC consegnano a Rafael Correa, come hanno fatto con Chávez, fratelli nostri del sequestro. […] La priorità è la vita della gente che sta nella selva”.

Ma i tre pregiudizi più importanti cadono per ultimi, alla fine dell’intervista quando la giornalista le chiede “Secondo lei, la sparizione delle FARC che sembra oramai essere prossima equivale alla pace in Colombia?”, Ingrid risponde: “Qui sta la differenza fra me e Uribe, ve la metto direttamente sul tavolo: […] secondo Uribe la crisi colombiana è una crisi di sicurezza nazionale, cioè di conflitto che produce ingiustizia sociale o conflitto sociale, per me invece è un conflitto sociale che produce insicurezza […] nel suo diagnostico la soluzione è sicurezza, nel mio è giustizia […] la gioventù in Colombia sta cercando un’opportunità di vita […] di poter guadagnare il loro denaro senza essere dei delinquenti, questa possibilità ai colombiani non l’abbiamo mai data. O son giovani con i soldi e sono banditi o son giovani che chiedono l’elemosina nei semafori. […] è una gioventù che ha l’età dei miei figli è si è convertita in mostri, in esseri umani mostruosi”. In un colpo solo cadono il numero quattro -la responsabilità esclusiva delle FARC per tutti i mali del paese-, il numero cinque -l’infallibilità messianica del presidente (forse il più duro di tutti i tabù)-, il numero sei -la certezza matematica che la strada intrapresa dal governo porti inesorabilmente la Colombia sulla via dello sviluppo, del progresso, della prosperità.

Interessante notare come il giorno stesso del rilascio dell’intervista ed il giorno successivo sia iniziato un corposo fuoco di fila da parte dei mezzi di comunicazione filogovernativi contro la famiglia di Ingrid Betancourt e contro lei stessa, ricordando le dimostrazioni di sfiducia da parte di Yolanda Pulecio nei confronti di Álvaro Uribe, la sua presunta irriconoscenza e le vecchie accuse di corruzione da parte di Ingrid all’attuale presidente.

Per scaricare l’intervista integrale: http://www.rfi.fr/actues/pages/001/accueil.asp

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,