Thursday 09 February 2012, 17:23

Di chi è l’umckaloabo?

Di Marina Zenobio

dal manifesto

Le grandi aziende che producono farmaci sono sempre più preoccupate di dimostrare che anche loro nel loro piccolo,contribuiscono alla conservazione dell’ambiente e a preservare la biodiversità del pianeta. La chiamano” Responsabilità sociale dell’impresa”, ma sono parole che nella realtà si tramutano in fatti ben diversi. Le principali aziende della biochimica, infatti, non solo tentano di impedire l’approvazione di normative di controllo più severe riguardo l’utilizzo di organismi geneticamente modificati, ma pur di beneficiare economicamentedelle conoscenze tradizionali dei paesi più poveri, ignorano del tutto quelle già vigenti sulla proprietà intellettuale. Come nel caso dell’umckaloabo (nome scientifico pelargonium sidoides), lo splendido geranio rosso sudafricano che da secoli le popolazioni dell’Africa australe utilizzano per curare malattie respiratorie. In Germania però,i laboratori della Spitzner( a Essling vicino Stoccarda), sono riusciti a farsi riconoscere la proprietà intellettuale di alcune componenti della pianta che, grazie all’applicazione di biotcnologie, hanno isolato e utilizzato per la produzione di un farmaco destinato al trattamento di bronchiti ed altre malattie dell’apparato respiratorio e tollerato anche da soggetti affetti da Aids.

Secondo l’azienda farmaceutica tedesca non c’è dolo, perché le applicazioni mediche dell’umckaloabo in Europa si conoscono da almeno sessant’anni. Ma il governo sudafricano, insieme all’African Biosafety Centre (Abc, Centro africano per la biodiversità di Johanneasburg) e la ong svizzera “Dichiarazione di Bema” (con sedi a Zurigo e Losanna) hanno denunciato all’ufficio europeodei brevetti l’illegittimità del certificato di proprietà intellettuale rilasciato alla Sptzner, perché questa bellissima pianta è una risorsa conosciuta e usata da sempre in Africa australe.

Per l’avvocato Fritz Doeldner, che rappresenta il governo del Sudafrica, l’Abc e la ong elvetica nella contestazione presentata all’Ufficio europeo dei brevetti, non c’è nulla di nuovo né di innovativo nei metodi usati dalla Spitzner nell’estrazione dei principi attivi dell’umckaloabo per finalità farmacologiche.

La moderna paleoantropologia considera proprio il Sudafrica la culla dell’umanità e, probabilmente, è dai tempi degli antichi boscimani che le comunità africane utilizzano questa pianta per curarsi. Adesso,invece, se un’industria farmaceutica africana volesse produrre in patria un medicamento estratto dall’umckaloabo, deve pagare le royalties alla Spitzner che rivendica la proprietà per l’applicazione della biotecnologia impiegata per trasformare i principi attivi della pianta in farmaco. Riguardo poi al “consenso previo informato” perl’uso commerciale di una determinata risorsa naturale – cuisi fa riferimento nella Convenzione dell’Onu sulla biodiversità – Doeldner ha denunciato che la Spitzner viola il paragrafo 5 dell’articolo 15 della Convenzione stessa che testualmente recita: L’accesso alle risorse gnetiche sarà soggetto al consenso preventivo, concesso in cognizione di causa della Parte contraente che fornisce tali risorse”. Ma l’azienda farmaceutica tedesca oltre a non aver informato il governo sudafricano dell’utilizzo di questa sua risorsa, nega persino che il consenso sia necessario per la commercializzazione internazionale dell’umckaloabo, pianta che tra l’altro quattro anni fa Lesotho ha inserito nell’elenco delle varietà di estinzione.



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