- Gennaro Carotenuto - http://www.gennarocarotenuto.it -

Nuovi manuali di storia

Marcello Dell’Utri ce l’aveva detto con singolare chiarezza: “se vinceremo, la scuola avrà nuovi testi di storia. E’ ora di piantarla con la retorica della Resistenza“.
Pronti ad obbedire, in attesa di credere e combattere, gli autonominati che occupano il Parlamento hanno pensato bene di presentare al Paese un biglietto da visita inequivocabile: i discorsi parlamentari di Almirante, razzista, sottosegretario a Salò e, come tale, collaboratore dei nazisti nello sterminio di slavi, rom, comunisti, omosessuali, ebrei e testimoni di Geova.
E’ vero. Anche a poter scegliere, non c’era da stare allegri. Marcuse lo intuì e sono decenni che lo sperimentiamo: “la libera elezione dei padroni non abolisce né i padroni né gli schiavi“. E, tuttavia, una classe politica che si colloca fuori dall’Europa autonominandosi è di per sé sintomo d’una grave malattia che ha colto il Paese.
Chiediamocelo, quindi: così stando le cose, come saranno i manuali di storia della “nuova scuola“? Lelio La Porta li immagina figli dalle “conquiste” del revisionismo storiografico e, su “Rinascita” del 5 giugno, teme “un’opzione ideologica che trova il suo retroterra nel ventennio fascista e nella possibile riscoperta di un testo unico di storia“. L’ipotesi è ottimistica e irreale. Un testo unico toccherebbe troppi interessi e comporterebbe scelte apertamente autoritarie. Aspettiamoci di peggio. Del nuovo modello di sviluppo imposto dal capitalismo, l’Italia – in linea con la storia di una imprenditoria stracciona – interpreta ancora una volta le istanze degenerative, ma il Novecento è alle nostre spalle e si son fatti passi avanti rispetto all’antica rozzezza totalitaria. Anche da noi l’edificazione d’un autoritarismo moderno ed efficiente è affidata agli strumenti del “pensiero unico” e, come acutamente previde Marcuse, mira alla realizzazione di un “totalitarismo democratico“. Non importa se, in termini di logica, la definizione fa acqua da tutte le parti: l’esito finale del processo promette di cancellare il conflitto sociale e tanto basta.
Protagonisti di un combiamento epocale, di natura così radicale da far pensare ad una sorta di nuova “rivoluzione industriale“, i “padroni del vapore“, compresa la retroguardia dei Montezemolo e dalle Marcegaglia, si sono accorti che la dimensione totalitaria non si adatta esclusivamente a “un’organizzazione politica terroristica della società“, ma può agevolmente sostenere una “organizzazione economica-tecnica non terroristica, che opera mediante la manipolazione dei bisogni da parte di interessi costituiti“. Di nuovo, rispetto alle previsioni di Marcuse, c’è che si può terrorizzare anche e solo suscitando fantasmi. Di qui l’interesse per l’educazione ridotta ancora una volta a terreno privilegiato per l’affermazione di un regime. E’ scienza antica e risale quantomeno al Montesquieu dello Spirito delle leggi: le norme “dell’educazione sono le prime che riceviamo. E poiché ci preparano ad essere cittadini, ogni singola famiglia deve essere governata sul piano della grande famiglia che le comprende tutte. Se un popolo in generale ha un principio, le parti che lo compongono, cioè le famiglie, l’avranno anch’esse. Le leggi dell’educazione saranno dunque diverse in ogni specie di governo. Nelle monarchie avranno per oggetto l’onore; nelle repubbliche, la virtù; nel dispotismo la paura“.
Paura, quindi. Ecco il tema di fondo che ritroveremo nei nuovi manuali. Paura del diverso, paura dei clandestini immigrati, paura per l’integrità della famiglia, paura dei terroristi, paura della giustizia ingiusta, paura dei comunisti che non ci sono più ma potrebbero tornare. Paura e, come antidoto, un principio che ce ne liberi: l’ordine. Meglio se benedetto da dio. Il nostro, naturalmente, il dio buono e misericordioso, del quale non aver timore. E’ Allah che fa paura sostiene non a caso Magdi Allam.
Che libri quindi? Implicitamente, Fini ne ha dettato il principio ispiratore nel suo discorso di insediamento alla Camera. Ottenuta la “ricostruzione di una memoria condivisa, una sincera pacificazione nazionale nel rispetto della verità storica tra i vincitori e i vinti” – che, tradotto in pagine di un manuale di storia, vuol dire rivalutazione del fascismo e liquidazione dell’ethos della Resistenza – c’è da metter mano ai temi fondanti della convivenza civile. Di qui la domanda retorica e, tuttavia, essenziale: siamo veramente liberi? E, se lo siamo, la nostra libertà non è forse minacciata?
E’ il secondo filo rosso che percorrerà i nuovi manuali di storia. Io – ha affermato Fini tra gli applausi dell’opposizione – ritengo “che la Camera dei deputati debba essere consapevole che un’insidia per la nostra libertà e, di conseguenza, per la nostra democrazia a mio avviso esiste tuttora. La minaccia non viene di certo dalle ideologie antidemocratiche del secolo scorso, che sono ormai sepolte con il Novecento che le ha generate. I rischi per la nostra libertà sono oggi di tutt’altra natura. L’insidia maggiore viene dal diffuso e crescente relativismo culturale, dalla errata convinzione che libertà significhi assoluta pienezza di diritti“.
Ecco. La prefazione ai nuovi manuali è stata già scritta, porta l’autorevole firma del Presidente della Camera e non richiede un testo unico. Domanda, anzi, una molteplicità di testi che insegnino il medesimo pensiero.
No. Non si vuole insegnare diversamente la storia e non si intende imporre semplicemente una ricostruzione dei fatti. E’ molto peggio. Si punta a certificare la morte della storia, per assassinare l’intelligenza critica. E non si tratta solo della storia. Nel mirino c’è la cultura. L’idea non è nuova e nemmeno originale. Stavolta, però, nasce in un Parlamento che – aveva visto giusto Gaetano Arfè – ricorda sempre più da vicino la Camera dei Fasci e delle Corporazioni.
L’articolo è uscito su Fuoriregistro, rivista on line che si può leggere cliccando sul seguente link:

http://www.didaweb.net/fuoriregistro/leggi.php?a=11760 [1]