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Europa sì, Europa no

Ci risiamo. A dimostrazione del fatto che sono sempre più rari i casi in cui l’esperienza viene messa a frutto, le istituzioni europee ci hanno riprovato: e di nuovo hanno preso legnate. Il lupo perde il pelo ma non il vizio; potremmo anche liquidarla con una battuta, ma a ben vedere c’è poco da ridere.
Nel 2004 a Roma si firmò la Costituzione europea, e l’anno successivo i referendum tenuti in Olanda e Francia ne hanno fatto carta straccia.
L’anno scorso con il trattato di Lisbona si prova nuovamente ad introdurre una carta fondamentale dell’unione europea; e qualche giorno fa è arrivata puntuale la mazzata che ne consacra il fallimento, grazie al referendum irlandese.

C’è chi per l’occasione ha fatto festa, e chi invece si è arrabbiato con gli irlandesi. Non ho ancora visto però qualcuno che sia andato un po’ più in là, a cercare le cause di questi fallimenti.
Non voglio dilungarmi sulle ragioni di chi festeggia lo scampato pericolo (ammesso e non concesso che lo sia); quello che ho letto sono per lo più preconcetti non supportati da fatti concreti, ammantati da un non troppo velato razzismo. Né merita commento la boiata secondo cui il trattato di Lisbona introdurrebbe la pena di morte.
Chi invece si dispiace per l’occasione persa, si lamenta del fatto che basti l’uno per cento (secondo alcuni anche meno) dei cittadini europei per affossare un progetto di tale portata, cosa molto poco democratica. Chi non vuole stare in Europa è libero di andarsene, ma perché deve impedire agli altri di andare avanti? A metterla così non fa una piega, eppure è un ragionamento che non funziona. Sono le stesse norme europee che stabiliscono l’esigenza di una unanimità; esigenza che può essere giusta o sbagliata, ma che è stata scelta liberamente, e quindi democraticamente, dai paesi membri. E se gli irlandesi hanno votato contro, lo hanno fatto democraticamente, perché una legge (democratica pure quella) stabiliva che ci volesse un referendum per accettare un trattato europeo.
Così come la nostra costituzione italiana (che sfido chiunque a definire non democratica) stabilisce il divieto di indire referendum sui trattati internazionali; le leggi si applicano e, se necessario, si cambiano, ma non possono essere disattese solo perché qualcuno in un certo momento decide che non gli fa comodo.
Quello che è avvenuto, oggi come tre anni fa, è semplicemente l’applicazione di leggi esistenti e l’esercizio democratico dei propri diritti i cittadini. Il resto sono chiacchiere da bar.

Nel merito invece ci sarebbero tante cose da dire, perché entrambi i progetti falliti si proponevano di regolamentare una quantità di aspetti decisamente ampio; questioni anche molto importanti che avrebbero avuto ben più di una ricaduta sulla vita di tutti noi. E qui sta il problema: era troppo.
Una costituzione, per sua natura, non dovrebbe preoccuparsi di stabilire norme dettagliate su singoli aspetti della vita dei cittadini, sul funzionamento dell’amministrazione e così via; dovrebbe stabilire i principi intorno ai quali ci si riconosce, i diritti e i doveri fondamentali dei cittadini, e le linee guida generali lungo le quali si deve muovere tutta la comunità. Punto.
Oggi più che mai, con un’Europa composta da 27 paesi, disomogenea e con esigenze molto diverse, è essenziale ricostruire le fondamenta; invece si è cominciato a tirare su solai, muri e scale senza una solida base su cui appoggiarli. Si voleva arrivare troppo rapidamente al tetto e, ovviamente, il tutto è crollato al primo soffio di vento. Vogliamo anche far finta di essere sorpresi?

Il trattato di Lisbona, così come la costituzione di tre anni fa, è fondamentalmente un insieme di norme economiche, che parlano di mercati, di banche, di eserciti; non parlano di persone. Ha ragione Carotenuto quando dice che l’Europa deve diventare un soggetto politico, ma non può farlo se non parla di persone, se si limita ad occuparsi di commercio e di soldi.
Tanto per dirne una, la politica agricola europea è una delle cause che impediscono ai paesi africani e sudamericani di svilupparsi come meritano; noi sovvenzioniamo i nostri agricoltori e impediamo ai prodotti esteri di entrare nel mercato, però imponiamo al sud del mondo di aprire i suoi mercati per creare spazio alle nostre merci. (A proposito… sapete chi è l’agricoltore europeo primo per contributi ricevuti? La regina d’Inghilterra!)
Stando così le cose, cosa ci differenzia dalle potenze coloniali dell’800? Cosa ci rende tanto diversi da un regime corporativista? E’ questa l’Europa che dovremmo difendere? Questo è quello che ci dovrebbe far sentire uniti?

Tre anni fa ho fatto una ricerca: nella costituzione europea la parola più frequente era “banca”. Non ho ripetuto la ricerca sul nuovo trattato, ma la sostanza è molto simile, e questo la dice lunga su quali siano le vere priorità.
L’Europa è un grande progetto, ma è impostata male: è un mercato mentre dovrebbe essere una comunità, è un soggetto economico mentre dovrebbe essere un soggetto politico. Le stesse persone sono considerate merci. L’impressione è che si vogliano rincorrere quei modelli (Stati Uniti e Cina in particolare) che fondano la propria potenza sullo sfruttamento e sulla sopraffazione.

Un’Europa unita politicamente potrebbe veramente fare la differenza in un mondo che sembra sempre più votato all’autodistruzione; ma c’è qualcuno che è disposto a percorrere un’altra strada?

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