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La morte del guerrigliero più vecchio del mondo. Le Farc confermano: Marulanda, detto Tirofijo, loro fondatore, è morto d’infarto il 26 marzo scorso

Marulanda“Con immenso cordoglio annunciamo che il nostro comandante en jefe è morto lo scorso 26 marzo per un infarto cardiaco”. Con un video di 15 minuti e 12 secondi, Timoleon Jimenez, il nuovo portavoce delle Farc dopo la morte di Raul Reyes – ucciso dall’esercito il primo marzo – ha confermato quanto il governo colombiano aveva diffuso sabato: Pedro Antonio Marín, alias Manuel Marulanda Velez, detto Tirofijo, ‘colpo preciso’, è morto.

In un’intervista al settimanale colombiano Semana, il vice presidente della Repubblica Santos, lo aveva annunciato, ventilando l’ipotesi che fosse stato ucciso grazie ai pesanti bombardamenti aerei delle Forze armate sulle zone dove Palazzo Narino supponeva si nascondesse il più longevo capo della più vecchia guerriglia comunista del mondo.

Così le Farc sono state costrette a intervenire e smentire. “Il nostro grande leader è morto di infarto fra le braccia della sua compagna, accompagnato dalla sua guardia personale e dai suoi companeros”.

A lupo a lupo. Questa volta i grandi proclami della stampa si sono rivelati fondati. Dopo averlo dato per morto almeno una quarantina di volte – tanto che lo stesso Marulanda amava scherzarci su gonfiando la cosa e dicendo che era deceduto almeno 1200 volte – sabato i servizi segreti colombiani e statunitensi ci avevano visto giusto. Tirofijo non c’è più ormai da due mesi e, nel frattempo, le Farc hanno mantenuto il silenzio necessario per riorganizzarsi. Il nuovo comandante in capo è diventato, infatti, Alfonso Cano, il nuovo vocero, appunto, Jimenez, e i due nuovi membri del Segretariato, a sostituzione di Reyes e Rios (ucciso a marzo da un suo fedelissio), sono Bertulfo Alvarez e Pastor Alape, il capo blocco del Magdalena Medio che Peacereporter incontrò sulle montagne della Colombia nel gennaio 2006.
I misteri. Come tutta la sua vita, anche la data di nascita di Tirofijo è un mistero. Il giornalista e scrittore Artur Alape, nel libro a lui dedicato riporta questa sua frase: “Io nacqui non so quando esattamente, ma il mese sì lo so, nel maggio del 1932 a Genova, nel Quindío. A causa della povertà estrema della sua famiglia, riuscì a studiare solo fino alla quinta elementare, per poi proseguire da autodidatta, aiutato dagli zii. A 13 anni abbandonò la casa paterna per cercarsi un lavoro, lasciando sua madre, suo fratello e le sue tre sorelle. Tentò vari mestieri col fine di comprarsi una casa e un po’ di animali: panettiere, venditore di dolci, costruttore, commerciante. Ma i soldi che intascava gli bastavano a malapena per vivere alla giornata. Il suo destino cambiò il 9 parile del 1948, quando fra conservatori e liberali si infiamma la miccia della violenza senza esclusioni di colpi. E si convertì in guerrigliero liberale “più per coerenza che per convinzione”, dato che tutte le famiglie povere erano liberali. Questa situazione estrema cambiò il giovane contadino, che pian piano si avvicinò alle idee comunista-leniniste. Quando arrivò l’amnistia dall’alto, che segnò la pacificazione e l’accordo sottobanco fra le due parti in lotta, ormai Marin era sulla strada per diventare un guerrigliero comunista, grazie anche all’addestramento militare ricevuto dal Partito comunista. Grazie alla sua mira precisa, un suo compagno di addestramento lo definì Tirofijo. Era il 1953. Quindi si scelse un altro nome, in onore di un leader sindacale comunista assassinato a Bogotà nel 51: Manuel Marulanda Vélez. E nacque la leggenda. Nel 1960 entrò a far parte di una colonna guerrigliera nel Cauca e riuscì a fondare una zona di resistenza contadina, la cosiddetta Repubblica indipendente. Poi, il 27 maggio 1964 cominciò l’Operazione Marquetalia del Presidente Guillermo León Valencia, intenzionato a recuperare questa zona remota della Colombia in mano al ‘bandolerismo’. La leggenda narra che fu allora che Marulanda riuscì a resistere ai bombardamenti con i suoi 47 uomini, che dettero così vita alle Forze armate rivoluzionarie della Colombia. Per le Farc questi 48 sono gli indistruttibili “héroes marquetalianos”.
MarulandaL’ultimo saluto. Questo era Marulanda, secondo le Farc, e da qui si comprende i toni trionfalistici usati dal portavoce: “Lo abbiamo salutato fisicamente in nome dei mille e mille guerriglieri fariani e miliziani bolivariani che lottano per la libertà e in nome del popolo colombiano. In nome di tutti coloro che nel mondo lo ammirano e amano, nonostante la campagna mediatica messa in piedi contro le Farc”, ha specificato Jimenez, scandendo ogni parola, immerso in uno scenario tipico della selva colombiana. Parlando due giorni prima del 44esimo anniversario delle Farc, il portavoce ha ripercorso brevemente le gesta di questo uomo carismatico: “Manuel Marulanda Velez, con 47 contadini, decise di lottare per il potere politico e per gettare le basi di una società giusta e socialista. E l’opzione possibile per farlo fu fondare le Farc”. In questo passaggio, il barbuto Timoleon Jimenez ha la voce rotta dalla commozione, nonostante il tono militaresco con cui legge il comunicato. E’ qui che lo definisce “ineguagliabile stratega, condottiero geniale, guerriero invincibile, leader imbattuto di mille battaglie politiche e militari rivendicando i diritti del popolo”. Parole che naturalmente cozzano con quelle di sanguinario terrorista usato dal governo per definirlo. Le due facce della Colombia.

Le due verità. Sì perché, dall’Amazzonico Caquetà all’Andino Sur de Bolivar, in molti oggi stanno piangendo la dipartita del “comandante in jefe”. Se nelle grandi città, nei centri abitati dal ceto medio, nei luoghi lontani molte miglia e anni luce dalle immense e misere campagne, si brinderà alla scomparsa del pericoloso “terrorista, che finalmente è andato all’inferno”, per usare le parole di Santos, nelle grandi distese verdi e fra le aspre montagne fitte di vegetazione impenetrabile gli ultimi degli ultimi tremeranno. Perché la Colombia è ancora il paese “dei miti cantati e delle contestazioni”, per citare Guccini nella sua canzone dedicata al Che. In Colombia, anzi, c’è di più, una violenta guerra interna in cui ancora migliaia di giovani non vedono altra possibilità di futuro se non imbracciare un fucile e darsi alla macchia in nome di un paese più giusto. In quelle zone dimenticate da dio, dove lo Stato arriva solo attraverso mimetiche e bombe, non funziona da deterrente nemmeno la grande campagna mediatica che nel mondo diffonde un’immagine vergognosa di quella guerriglia ormai votata ai soldi, al narcotraffico, in barba ai suoi stessi principi. In quelle infinite aree del paese andino ancora si sceglie di morire per l’idea di una nuova Colombia giusta e uguale per tutti, dove da sempre i diritti sono privilegi di pochi. Ci si crede. Nonostante il governo non si stanchi di ripetere che le Farc sono un’organizzazione terrorista che uccide i civili, sono migliaia i poveri che continuano a non avere altra scelta che credere nelle Farc e sono in migliaia oggi a piangere la morte di Marulanda, a provare quell’identico composto cordoglio del primo marzo, quando seppero dell’uccisione di suo cognato, il portavoce storico del gruppo rivoluzionario, Raul Reyes. Dall’Amazzonia alla costa, fino al nord della cordigliera, il supporto alle Farc è innato in anziani e giovani, al di là di ogni diceria, perché purtroppo per molti, troppi colombiani un gruppo armato comunista che ha scelto la guerra come soluzione di pace è l’unica speranza per un’altra Colombia possibile. E il governo dov’è?

uribeConclusioni. “Nessun altro guerrigliero al mondo ha lottato ininterrottamente per sessanta anni, restando incolume nonostante i pesanti bombardamenti eseguiti dalle forze armategovernative, dal Plan Lazo, al Marquetalia, la Sonora, Caccia verde, Distruttore 1, 2, e el Plan colombia e patriota. indenne e rafforzato, anche in battaglie strategiche”, ha aggiunto Jimenez, quindi ha concluso: “Giuriamo sulla sua tomba di vincere la nostra battaglia per una Colombia nuova”. Infine un accenno all’accordo umanitario, precisando che continuano a volerlo assieme a una soluzione politica del conflitto. Che le Farc non siano allo sfascio come il governo sostiene?

Stella Spinelli per Peacereporter

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