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Contro il 25 aprile identitario

Il 25 aprile è la ricorrenza civile più importante dell’anno per la nostra Repubblica. Ma chi ne fa una ricorrenza identitaria sta sostenendo che il 25 aprile, come giorno della nascita della democrazia di tutti, ha già perso.

Il 25 aprile è la festa della sconfitta del nazifascismo, è la fine di un regime ultraventennale già esploso con la guerra e con l’8 settembre, eppure in grado con l’aiuto di Hitler di assestare dolorosissimi colpi di coda. Il 25 aprile partigiano è la festa di un popolo che ha il coraggio di riprendere in mano il proprio destino. Il 25 aprile rappresenta le fondamenta della nostra democrazia, poi confermata il 2 giugno 1946 con la scelta repubblicana, l’unica possibile, e riconfermata dal popolo italiano ogni volta che questa è stata a rischio. Il 25 aprile è la festa della democrazia.

Eppure il 25 aprile rischia da troppi anni di trasformarsi in un momento identitario che ne snatura il senso che ne diedero i partigiani, quello per il quale escludendo il fascismo dalla storia, l’Italia tutta risorgesse. Nel corso dei decenni, e scomparendo la generazione dei liberatori, il PCI prima e la sinistra in generale poi, si trasformarono in una sorta di vestale del 25 aprile che non si rinnovava in quel senso di festa della democrazia e gradualmente si ritualizzava, ma che pure nessuno metteva in discussione. Nessuno dei partiti del CLN, che si era trasformato in arco costituzionale, e che andava dai liberali ai comunisti, si sognava di mettere in discussione quella centralità, ma il rito, sia pure in una democrazia viva che si dimostrò più forte dei Tambroni, dei De Lorenzo, degli Almirante, dei Borghese, dello stragismo e pure del terrorismo, finiva per mettere uno iato tra i giovani partigiani di un tempo e l’Italia che refluiva.

Poi col 1994 c’è stata la rottura. L’ademocratico Silvio Berlusconi portava al governo i missini, allora appena all’inizio di un cammino di trasformazione, e apertamente rifiutava e negava l’essenza del 25 aprile. La sinistra appena sconfitta ne raccoglieva la bandiera facendone una festa "contro", una sorta di rivincita, facendone per la prima volta una festa di parte che nella giusta rivendicazione dei valori del 25 aprile, ne snaturava quel senso di festa della democrazia che ne è l’essenza. Una democrazia da continuare a costruire e continuare a difendere giorno per giorno ma, proprio come la Resistenza ci ha insegnato, che se non è di tutti non è di nessuno.

Proprio quel 25 aprile del 1994, a 14 anni di distanza ci è più chiaro, ha contribuito a mettere in crisi il senso del 25 aprile. Una parte della sinistra, sempre più minoritaria nel paese fino alla rovinosa sconfitta del 13 aprile 2008, è caduta sempre più nella trappola identitaria, senza capire -neanche oggi- che anche il 25 aprile, come la democrazia, o è di tutti o non è di nessuno.

Un’altra parte della sinistra, quella maggioritaria, l’ha considerata sempre di più una festa imbarazzante, una festa di proprie radici con le quali non si ha più piacere di avere a che fare, come chi, di origini contadine o operaie, e avendo studiato e avuto successo nella vita, di quel passato proletario si vergogna un po’.

Le destre d’altro canto in questo paese sono quel che sono. Si sono perfino fatte per legge la loro ricorrenza, il "giorno del ricordo", che vuol cercare di dire, dal basso del suo fiato corto, che tutti fossero uguali, vittime e carnefici, fascisti e antifascisti. Offendono così i morti delle foibe per rivendicare l’analfabeta, falsa, intollerabile pretesa che comunisti e fascisti fossero uguali. E per negare che in Italia i comunisti siano stati la spina dorsale della democrazia di tutti, con il loro sangue partigiano prima e poi nelle piazze, nelle fabbriche, nelle scuole, nelle istituzioni.

Si è arrivati dunque al paradosso di avere tre giornate che ricordano la seconda guerra mondiale. Il "giorno della memoria", degnissima e importante ricorrenza internazionale, ma che non può sostituire come "festa patria" il 25 aprile così come (lo ricorda in questi giorni Giovanni de Luna) non si può pensare di sintetizzare il fascismo nelle leggi razziali. Poi c’è il "giorno del ricordo" che è il giorno degli ademocratici (quelli che per ignoranza o malafede snaturano e cancellano la storia) che non vogliono sentirsi dire che per la democrazia può essere necessario lottare armi in pugno fino a morire e che non è lo stesso morire cantando "Giovinezza" che cantando "Bella Ciao". Quella "Bella Ciao" che -visto che "Giovinezza" è impresentabile- qualcuno, invece di farla propria, vorrebbe addirittura impedirci di cantare.

E infine c’è il 25 aprile, odiato per alcuni, imbarazzante per altri, identitario ed escludente per altri ancora. E’ un corto circuito dal quale -anche se non sarà facile- è necessario uscire per restituire al 25 aprile il proprio senso profondo di memoria di un popolo che cancella armi in pugno il fascismo dalla storia per costruire una democrazia che o è di tutti o non è di nessuno. E in questo senso il 25 aprile è insostituibile e non può essere edulcorato né dal giorno della memoria, né dal 2 giugno.

Chi è per il 25 aprile identitario ed escludente, lontano dal partecipare il paese del senso di una democrazia in pericolo, comunica solo il proprio isolamento e porta con sé in questo isolamento, in maniera illegittima e distorta, il 25 aprile. Il PCI, vestale della Liberazione, non avrebbe mai commesso questo errore. E’ necessario condividere il 25 aprile, è necessario seminare il 25 aprile, è necessario tornare a far germogliare il 25 aprile nell’Italia e in tutti gli italiani.

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ORA E SEMPRE RESISTENZA

LO AVRAI
CAMERATA KESSERLING
IL MONUMENTO CHE PRETENDI DA NOI ITALIANI
MA CON CHE PIETRA SI COSTRUIRÀ
A DECIDERLO TOCCA A NOI
NON CON I SASSI AFFUMICATI DEI BORGHI INERMI
STRAZIATI DAL TUO STERMINIO
NON CON LA TERRA DEI CIMITERI
DOVE I NOSTRI COMPAGNI GIOVINETTI
RIPOSANO IN SERENITÀ
NON CON LA NEVE INVIOLATA DELLE MONTAGNE
CHE PER DUE INVERNI TI SFIDARONO
NON CON LA PRIMAVERA DI QUESTE VALLI
CHE TI VIDE FUGGIRE
MA SOLTANTO CON IL SILENZIO DEI TORTURATI
PIÙ DURO D’OGNI MACIGNO
SOLTANTO CON LA ROCCIA DI QUESTO PATTO
GIURATO FRA UOMINI LIBERI CHE VOLONTARI SI ADUNARONO
PER DIGNITÀ NON PER ODIO
DECISI A RISCATTARE LA VERGOGNA E IL TERRORE DEL MONDO
SU QUESTE STRADE SE VORRAI TORNARE
AI NOSTRI POSTI CI RITROVERAI
MORTI E VIVI CON LO STESSO IMPEGNO
POPOLO SERRATO INTORNO AL MONUMENTO
CHE SI CHIAMA ORA E SEMPRE
RESISTENZA

Piero Calamandrei                                

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