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Facebook e i post a pagamento

Per la prima volta Facebook mi ha proposto di promuovere un post a pagamento. È un semplice aggiornamento di stato, per me di nessun valore monetario come tutta la mia attività in Rete, per il quale mi chiedeva di pagare 4,48 €. È una cifra che non mi sembra né tanto né poco per due motivi ma, soprattutto, mi sta a cuore un terzo aspetto.

In primo luogo immagino, ma non lo so, che la richiesta pecuniaria sia tarata sul mio bacino potenziale e che magari una pagina fan con un milione di iscritti paghi una somma molto ingente per promuovere i propri contenuti mentre chi ha 13 amici non paghi, ammesso e non concesso sia interessato, nulla o quasi. Ok, ci sto a fare la coda della cometa, l’ho sempre fatto. Ma vorrei capirne di più.

Infatti, e questo è il secondo punto, Facebook chiede, a me come a mia zia come a un professionista del placement, di pagare sulla fiducia o, almeno, non spiega in nessun modo quali e quanti servizi offre. Sì, mette i miei “amici” o fan in miglior predisposizione a leggere il mio post, ma non dice né quante volte o per quanto tempo né mi si offre di capire (i miei amici spesso hanno dei caratterini…) se tale sponsorizzazione può essere considerata invadente e quindi controproducente. Così… clicca e paga, poi vediamo.

Oltre a questi due dubbi commerciali (e in ogni caso non penso per ora di acquistare il prodotto) sento il bisogno di fare una considerazione di carattere generale. La vendita di priorità stravolge completamente la natura del medium dal punto di vista giornalistico e del ruolo che FB ha svolto in questi anni.

La costruzione di un agenda setting basato sulla fiducia, per il quale si bypassava l’impaginazione proposta dalle testate mainstream e se ne ricostruiva un altro per il quale la notizia più importante non è l’apertura dei TG ma quella condivisa dal mio amico, e che aveva fatto la fortuna di un certo modo di usare Facebook, adesso viene completamente stravolta.

In cima alla mia pagina mi troverò X articoli che corrispondono alle entità (media, imprese, agenzie, politici, persone) che hanno pagato di più per farsi vedere da me rispetto alla mia profilazione come consumatore o come elettore. Si passa così da un modello basato sulla fiducia e sull’intimità, che è quello che ha fatto la fortuna di Facebook ad un modello commerciale più tradizionale che però è severamente criticato da milioni di utenti dei social network, che in genere hanno un rapporto con i media più smaliziato degli utenti televisivi. Ciò dal punto di vista del lettore.

Ma dal punto di vista del produttore d’informazione partecipativa, del blogger, quale sono dal lontano 1995, cambia anche la percezione della centralità di FB. Appena 10 giorni fa il mio articolo sulle elezioni venezuelane è stato condiviso su Facebook da svariate migliaia di persone che hanno veicolato una percentuale irrinunciabile di lettori contribuendo, è il mio giudizio, a riequilibrare il rapporto tra informazione partecipativa e mainstream. La prossima volta cosa succederà? Che mi troverò la sboba di Omero Ciai o Pigì Battista o Gianni Riotta che, pagando, potendo pagare, mi oscurano? Che condividere gratis su FB da oggi è meno importante, utile, penetrante di una settimana fa? Considererei ciò concorrenza sleale e sarei indotto, magari col tempo, a investire in altri canali?

Sono sufficientemente laico dal sapere che FB è un’impresa commerciale che ha a cuore i profitti e non me ne scandalizzo affatto, ma ne ho anche viste abbastanza in Rete per sapere che l’architettura della stessa bypassa chi tenta di torcerle il braccio e trova altri cammini per raggiungere la meta. Spero per Zuzù Zuckerberg che sappia cosa sta facendo, ma non ne sono così sicuro.