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La criminalizzazione del movimento bolivariano. Perú e Colombia in prima linea.

Chi è colpevole? Ama gli altri come te stessa. Chiusi gli occhi e vidi il modo come un embrione sul punto di abortire”

Melissa Patiño (dal carcere)

 

Melissa e gli altri

Melissa Patiño Hinostroza ha 20 anni ed è una giovane poeta peruviana di Lima.

Si trova in carcere dal 29 febbraio scorso, arrestata ad Aguas Verdes, dipartimento di Tumbes, al confine con l’Ecuador, con l’accusa di terrorismo internazionale, mentre faceva rientro in patria dopo aver partecipato al Secondo Congresso della Coordinadora Continental Bolivariana, tenutosi a Quito dal 23 al 27 febbraio. Congresso che rappresenta un importante momento di incontro per tutta la sinistra latinoamericana, per i movimenti sociali e le organizzazioni popolari della regione, e al quale avevano partecipato, insieme a circa 800 delegati di diversi paesi del mondo, anche i tre giovani messicani che si trovavano nel campo delle FARC per motivi di studio e dove hanno perso la vita in seguito all’attacco dell’esercito colombiano in cui è morto il comandate guerrigliero Raúl Reyes, che stava conducendo trattative con la Francia per la liberazione di Ingrid Betancourt.

Insieme a Melissa sono stati arrestati con la stessa accusa e senza nessuna prova, anche altri 6 peruviani che si trovavano con lei sullo stesso autobus messo a disposizione dagli organizzatori del Congresso, durante il viaggio di ritorno dall’Ecuador al Perú e che sono: Roque González La Rosa, Damaris Danitza Velasco Huiza, Armida Esperanza Valladares Jara, Guadalupe Alejandrina Hilario Rivas, María Socorro Gabriel Segura y Carmen Mercedes Asparrent Rivero.

Sono stati accusati dal direttore generale della Polizia Nazionale di essere affiliati alle Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia (FARC) e al Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru (MRTA) e di essere in procinto di compiere attentati nel paese con lo scopo di colpire i vertici internazionali che si terranno a Lima nei prossimi mesi.

Nonostante non ci sia nessuna prova che dimostri queste accuse, la notizia del vincolo dei giovani con le FARC e con l’MRTA, che è uno dei due gruppi ribelli (l’altro è Sendero Luminoso) attori della guerra civile del Perù tra il 1980 e il 2000, ha trovato ampia diffusione nei mezzi di comunicazione che già davano per sicuri gli attentati che i “terroristi” stavano organizzando.

La solidarietà degli intellettuali e degli artisti

Melissa Patiño, oltre ad essere studentessa della prestigiosa Università San Marcos di Lima, svolge un’intensa attività culturale essendo membro del “Círculo del Sur” , che riunisce giovani poeti limeñi e che ha come scopo la diffusione della poesia e della letteratura.

Melissa è anche molto conosciuta ed apprezzata per le sue opere dalla nutrita comunità di intellettuali, poeti e scrittori di Lima, molti dei quali premi nazionali di poesia ed affermati artisti.

Tutti, all’unisono, confermano l’assoluta estraneità della giovane a qualsiasi movimento politico.

Personalmente conosco abbastanza bene alcuni di essi, soprattutto Rosina Valcárcel, che è una delle promotrici delle numerose iniziative che si stanno svolgendo a Lima in questi giorni per richiedere la liberazione di Melissa e degli altri.

Rosina Valcárcel è un’ antropologa, importante poeta e scrittrice, giornalista, nonché attivista sociale.

E’ anche la figlia del grande poeta Gustavo Válcarcel, scomparso nel 2002 dopo una vita intensa fatta di un attivo impegno politico, di viaggi, (a Cuba, in Russia, in Cile) , di poesia e letteratura e che conobbe negli anni ’50 l’esilio in terra messicana per sfuggire alla dittatura di Manuel Odría.

Il 5 marzo scorso, di ritorno dal primo sit-in organizzato per strada di fronte alla sede della Direzione Contro il Terrorismo (DIRCOTE), in cui era prevista la lettura di poesie di Melissa, Rosina mi ha raccontato di come sia stata violenta e sproporzionata la reazione delle forze di polizia che hanno represso duramente e con l’uso di idranti, il tentativo di alcuni artisti ed intellettuali che si erano riuniti per chiedere la liberazione della loro compagna. Tra gli altri, erano presenti Victor Delfín, stimato scultore della generazione del ’50, Gustavo Espinoza, ex parlamentare degli anni ’60, e Dante Castro, scrittore, premio Casas de las Americas, della generazione anni ’80.

“Non si potrà mai raggiungere un clima di riconciliazione se si continua a perseguitare le persone per il loro passato”

“Oggi ho una nuova vita, non ho vincoli con nessun gruppo terroristico. Inoltre la stessa Commissione di Verità e un gruppo di analisti politici hanno riconosciuto che in Perú, l’esperienza del MRTA si è conclusa. Non mi si può giudicare some sospetto all’infinito.Non si potrà mai raggiungere un clima di riconciliazione se si continua a perseguitare le persone per il loro passato”.

Così dichiara in un’intervista rilasciata dal carcere di massima sicurezza dove è attualmente detenuto, Roque González La Rosa, uno dei sette arrestati e coordinatore nazionale del Capitolo Perú della CCB

La sua posizione forse è la più difficile di tutti, dal momento che in passato aveva già scontato nove anni di prigione per militanza nel MRTA e che si trovava al momento del suo arresto, in condizione di libertà vigilata. Fece parte infatti nel 1995, del gruppo che sequestrò l’imprenditore boliviano Samuel Doria Medina, e che fu rilasciato soltanto dopo il pagamento di un riscatto di 1.4 milioni di dollari, cifra che servì al finanziamento dell’operazione contro l’ambasciata giapponese a Lima avvenuta nel 1996.

Si trova in carcere anche sua moglie, Damari Velazco, che lo accompagnava durante il viaggio in Ecuador.

Una delle altre persone arrestate, è Armida Valladares Jara, presidente dell’Associazione per la difesa della Vita e della Libertà “Micaela Bastidas” (APRODEVIL) , alla quale appartengono i familiari dei prigionieri politici accusati di far parte del MRTA e che da circa 18 anni conducono una difficile battaglia per la difesa dei diritti civili dei loro congiunti detenuti e per la denuncia del clima di intolleranza e criminalizzazione al quale essi stessi, fuori dal carcere, sono sottoposti.

La politica di “sicurezza” in vista dei prossimi vertici internazionali.

L’arresto di queste 7 persone, si inserisce in un contesto generale e più ampio di “sicurezza pubblica” che le autorità e le forze di polizia peruviane, a capo delle quali si trova il ministro dell’Interno Alva Castro, stanno portando avanti in vista dei prossimi vertici internazionali che si terranno a Lima. Particolarmente importante è il Foro di Cooperazione Economico Asia Pacifico (APEC), del quale il Perú detiene la presidenza quest’anno, oltre al quinto Vertice dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea e dei paesi dell’America Latina e dei Caraibi, che si terrà a Lima nel mese di maggio.

Parallelamente all’incontro dei Capi di Stato di UE e America Latina e Caraibi, si terrà a Lima, negli stessi giorni, anche il terzo appuntamento de la Cumbre de los Pueblos: Enlazando Alternativas 3 (Vertice dei Popoli: intrecciando alternative 3) , una rete bicontinentale, che esprime la resistenza della società civile europea e latinoamericana al “progetto europeo” , in particolare contro il “neoliberismo dal volto umano”, che le multinazionali europee cercano di sviluppare nel paese andino e che l’Unione Europea cercherà di formalizzare con questo con la firma di nuovi Trattati di Libero Commercio.

E’ particolarmente importante questo appuntamento di Lima, in quanto il Perú, come si è appena visto è uno uno dei paesi latinoamericani (insieme alla Colombia) più aderenti alle politiche economiche neoliberali e uno dei meno tolleranti verso le domande sociali e con una lunga tradizione di criminalizzazione della protesta.

A conferma di quanto appena detto, giunge denuncia proprio in questi giorni, da parte di alcuni rappresentanti delle organizzazioni sociali, di una “sistematica campagna” portata avanti dal governo peruviano con lo scopo di boigottare l’organizzazione di Enlazando Alternativas 3.

Tra di essi il senatore italiano Francesco Martone e i dirigenti peruviani Miguel Palacín e Rosa Guillén, hanno denunciato quanto sopra in una conferenza stampa. In particolare Miguel Palacín ha ricordato di come i rappresentanti del governo di Alan García abbiano in varie occasioni accusato gli organizzarori della Cumbre de Los Pueblos di voler “promuovere la violenza e destabilizzare il regime costituzionale”.

Il senatore Martone, ha affermato invece, che il Vertice dei Popoli sta cercando di “smantellare la retorica” dell’ Europa, la quale, contrariamente a quanto a parole dice di voler fare, ha più interesse in un’agenda economica che non nell’impegno nella lotta contro la povertà e i cambiamenti climatici.

Nella Cumbre de los Pueblos di Enlazando Alternativas 3 è prevista anche la partecipazione dei presidenti di Ecuador e Venezuela, i quali insieme agli altri delegati, “analizzeranno ed elaboreranno proposte” da presentare al vertice ufficiale, e dove proprio Hugo Chávez, Rafael Correa ed Evo Morales, tra gli altri, attivamente impegnati nella difesa della loro sovranità territoriale e politica, nonché dell’integrazione latinoamericana, rappresentano una nota discordante con i rappresentanti degli altri governi. Proprio contro Venezuela, Ecuador e Bolivia, denunciano da Enlazando Alternativas, si sta negli ultimi mesi sviluppando una violenta e campagna di “terrorismo mediatico”.

Il “terrorismo mediatico” nella regione contro il “movimento bolivariano”. Perù e Colombia in prima linea.

Il Congresso della Coordinadora Continental Bolivariana, (CCB), evento internazionale che ha riunito a Quito delegati di 21 paesi, si è svolto in un clima di assoluta legalità e legittimità, dal momento che sia la sua organizzazione , sia il calendario, erano perfettamente a conoscenza del governo ecuadoriano che li aveva previamente autorizzati. La campagna mediatica contro la CCB va avanti da tempo, e i suoi delegati spesso sono accusati di essere terroristi al soldo dei gruppi ribelli della regione come le FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia). Quest’anno il secondo congresso della CCB è stato attaccato da più parti e principalmente dal governo colombiano di Álvaro Uribe, in seguito al fatto che i tre giovani messicani morti nel campo delle FARC in Ecuador durante l’attacco dell’esercito colombiano avvenuto il 1 marzo scorso, erano giunti proprio da Quito, dove avevano partecipato ad alcuni incontri della CCB.

Il vicepresidente Francisco Santos aveva affermato in quell’occasione che le FARC reclutavano giovani tra gli appartenenti dei circoli bolivariani presenti in Messico e finanziati dal Venezuela.

Nessuno degli altri 21 paesi, cui delegati hanno partecipato agli incontri della Coordinadora Bolivariana, hanno intrapreso azioni repressive verso i propri partecipanti, ad eccezione del Perú che ne ha arrestati sette senza prova alcuna e che si distingue nella regione, proprio insieme alla Colombia, per l’impronta conservatrice della sua politica interna.

Già negli ultimi mesi il governo di Alan García aveva infatti represso duramente alcune manifestazione di protesta sociale e di mobilitazione, soprattutto quelle rivolte alla lotta contro le politiche neoliberali e il TLC.

Nel mese di febbraio, i due giorni di sciopero nazionale degli agricoltori, che protestavano per chiedere al governo misure efficienti per contrastare gli effetti nocivi del Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti, si sono concluse con la morte di quattro persone e decine di arresti. In quell’occasione furono sospese da parte del presidente del Consiglio dei Ministri, Jorge del Castillo, le garanzie costituzionali, dichiarando lo stato di emergenza.

In questi giorni, invece,in vista dei prossimi appuntamenti internazionali, il ministro dell’Interno, Alva Castro, annunciando che “farà il possibile per dare tutte le garanzie ai paesi e agli ospiti, dimostrando che il Perú è un paese democratico, di libertà e che ha come segno e destino, il progresso”, si è impegnato a mettere il silenziatore su qualsivoglia forma di dissenso o di protesta.

Così, con l’arresto dei 7 “terroristi internazionali” cerca di dimostrare al mondo intero che “il paese sta prendendo tutte le precauzioni necessarie per il successo dei vertici internazionali” come ha confermato l’attuale ministro della Difesa Flórez Aráoz, felicitandosi con l’operato di Alva Castro.

La criminalizzazione del movimento bolivariano, che in questo caso diventa sinonimo di “chavismo” era iniziata sin dalla campagna eletterale in Perù dell’anno 2006 che si concluse nel mese di giugno con la vittoria di Alan García sul candidato Ollanta Humala del Partido Nacionalista, accusato di essere appoggiato e finanziato da Hugo Chávez.

Volarono parole grosse in quell’occasione fra Chavéz e García e si giunse quasi alla rottura diplomatica delle relazioni tra i due paesi. La campagna di Alan García volta a spaventare gli elettori su una possibile vittoria del “chavismo” e di un candidato tanto vicino al “dittatore populista” probabilmente fu ciò che gli permise di vincere su Ollanta Humala.

Tale campagna, effettivamente non si è mai conclusa. Nel mese di ottobre dell’anno passato, l’ex ministro della Difesa Allan Wagner, ha accusato i circoli bolivariani dell’ALBA (Alternativa Bolivariana per le Americhe), detti Casas de Alba, di essere in effetti centri di destabilizzazione del potere finanziati da Caracas.

In Perù ne hanno sede una decina e si occupano di inviare pazienti all’estero per interventi di varia natura alla vista, nell’ambito della così detta Operación Milagro, un piano sanitario sviluppato congiuntamente dai governi di Cuba e del Venezuela e rivolto ai settori più umili e poveri della popolazione latinoamericana.

L’Operación Milagro fa parte integrante del programma dell’ALBA.

L’attività dell’ Alternativa Bolivariana delle Americhe, (ALBA) rappresenta infatti un accordo commerciale e non solo, tra Venezuela, Cuba, Bolivia e Nicaragua e che si contrrappone nella regione a quella dell’ Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA) promossa dagli Stati Uniti.

I sette giovani arrestati sono stati presentati ai media e al paese come la “prova del vincolo tra il regime del Venezuela e l’MRTA” che si svilupperebbe tramite le Casas de Alba.

Il ruolo di Perú e Colombia

Il Perú e la Colombia si configurano pertanto alleati fondamentali degli Stati Uniti per contrastare nella regione le politiche dei governi “nemici” di Washington come quelli del Venezuela, della Bolivia e dell’Ecuador, il così detto “asse del male latinoamericano”.

Alleati importanti sia dal punto di vista economico, con i quali è possibile ancora stipulare Trattati di Libero Commercio, in quanto le proteste sociali vengono contenute e silenziate, sia strategici, in quanto la firma del TLC con il Perú sembrerebbe fosse stata vincolata alla costruzione di una base militare americana a Piura, al confine con l’Ecuador e che sarebbe stata destinata a sostituire quella di Manta. Proprio in questi giorni in Ecuador, l’Assemblea Costituente ha approvato alcuni articoli della nuova Costituzione, nei quali è espressamente vietata la presenza delle basi straniere militari in territorio nazionale. Correa inoltre ha ufficialmente anticipato che alla scadenza del 2009 non rinnoverà la concessione agli Stati Uniti dell’utilizzo del porto di Manta come base militare.

Si intende bene quindi il motivo per cui la “bolivarizzazione di alcune organizzazioni politiche peruviane”, come ha affermato il ministro della Difesa Flórez Aráoz, possa essere vista con estrema preoccupazione si internamente ma anche da Washington.

Flórez Aráoz, ha definito il presidente venezuelano Hugo Chávez addirittura come “pericoloso”.

L’”infiltrazione chavista” secondo il ministro agirebbe nel paese come agisce il neosenderismo, cioè cercando consenso sociale tra la popolazione”.

In questo contesto, le Casas de Alba, sarebbero delle “teste di ponte utilizzate per indottrinare i settori più economicamente svantaggiati della popolazione”.

Sarebbero cioè , insieme alla CCB, anche la nuova veste del MRTA e punto chiave di connessione in questo processo sono proprio gli ex tupacamaristi accusati di essere vincolati oggi con le FARC, come González La Rosa, in carcere da più di un mese con altre sette persone, accusato di essere un terrorista internazionale, senza nemmeno una prova a dimostrarlo.

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