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Le chiamate urbane e gli uffici pubblici

gettoneLe chiamate urbane? Esistono ancora le chiamate urbane alle quali il ministro Patroni Griffi vorrebbe inchiodare i chiacchieroni dipendenti pubblici? Da casa per pochi Euro nell’abbonamento ADSL alzo il telefono fisso e chiamo tutti i fissi d’Italia (numerazione zero). Col cellulare per pochi Euro al mese ho 250 minuti per chiamare altri cellulari (numerazione tre). Dalla Francia con l’abbonamento ADSL si possono chiamare tutti i fissi di una ventina di nazioni (Italia compresa, ma non l’inverso). Con Skype, o equivalenti, chiami in VOIP mezzo mondo con pochi centesimi. Ci sono abbonamenti che per pochi Euro al mese ti garantiscono chiamate illimitate verso paesi lontanissimi. Insomma, complice la rivoluzione tecnologica digitale più che le liberalizzazioni, il costo delle telefonate è divenuto marginale.

Poi vado in Dipartimento, il mio posto pubblico dal quale dovrei secondo Patroni Griffi e la vulgata mediatica, fregare le telefonate. Dal telefono, un Sirio vecchio di trent’anni, senza neanche la ripetizione del numero chiamato, posso chiamare da sempre solo i telefoni urbani. È una suddivisione mentale che non esiste più ma che mi obbliga a chiamare le sedi distaccate del mio stesso ateneo, ovvero colleghi con i quali ho uno scambio quotidiano, passando dal centralino. Lì ci sono dei dipendenti pubblici pagati che non infilano più lo spinotto nel quadro come negli anni ‘20 ma devono materialmente passare la telefonata. Le centraliniste sono gentili ma, oberate, perché ti rispondano ci vogliono molti minuti e tentativi. Tutto tempo e produttività persa. Nel pomeriggio, soprattutto dopo le cinque, mattina in America dove da latinoamericanista ho qualche volta bisogno di chiamare, il centralino è chiuso e l’Ateneo è isolato dal mondo. Io, che in genere resto in ufficio fino alle venti o quasi, se devo fare chiamate di lavoro, non ho altra scelta che usare il mio cellulare o il mio account privato Skype. E se serve, le faccio. Ovviamente a mie spese.

La domanda che vorrei fare a Patroni Griffi è: ma voi, tecniconi liberali, lo sapete che un piccolo privato paga una telefonata cifre trascurabili mentre quello stesso privato se la telefonata la fa dall’ufficio i contratti di servizio con le compagnie telefoniche sono ancorati a tariffazioni vecchie di anni? È vero che gli uffici pubblici ancora pagano le telefonate urbane, una cosa che da casa ha da tempo perso significato, circa venti centesimi? Non si fa prima a comprare quelle telefonate sul mercato (del quale vi riempite la bocca) piuttosto che impedire ai lavoratori di farle? Se poi qualcuno chiacchiera con la zia o la fidanzata c’è bisogno di limitare l’uso lavorativo e la produttività di molti? Ci sbattete in faccia la necessità di internazionalizzarci ogni secondo ma se devo parlare con un collega in Spagna ho bisogno di una delibera del CdA? Perché il cliente Stato ha meno potere contrattuale con le Telecom del cliente Carotenuto? È questo lo spending review o colpite nel mucchio per far vedere che fate qualcosa?

Ricordo che nell’anno della Pantera, quando usavamo i fax per comunicare tra atenei occupati, i giornali sparavano cifre ridicole sui costi di quei fax. Calcolammo -tariffe alla mano- che per spendere davvero quanto il Corriere della sera ci addebitava avremmo dovuto far comunicare quel fax per vent’anni consecutivi notte e giorno con l’America. Chissà se dall’Università costa ancora come allora fare un fax in America e chissà cui prodest.

State tergiversando, come sempre.

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