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Hamas e FARC: Massimo d’Alema come Hugo Chávez

dalema_06052006_1 Sul Medio Oriente Massimo d’Alema, ministro degli esteri italiano uscente, ha ribadito ieri cose semplici e che afferma da sempre: “Hamas controlla un pezzo importantissimo del territorio palestinese e se si vuole la pace bisogna coinvolgere chi rappresenta una parte importante del popolo palestinese. E poi, non dimentichiamoci mai che Hamas vinse le elezioni…”. Del resto –ha aggiunto d’Alema- “con chi si negozia la pace? Con i nemici. Con gli amici non c’è bisogno di negoziare”.

Su d’Alema, ringraziato pubblicamente dall’ex primo ministro palestinese Ismail Haniyeh, si sono abbattute delle vere e proprie invettive da parte dell’ambasciatore israeliano a Roma. Spostandoci 10.000 km a sudovest, ritroviamo le stesse identiche posizioni per un altro conflitto, quello colombiano, che dura da oltre mezzo secolo esattamente come quello palestinese. Tra selva colombiana e aridità mediorentali le differenze si equivalgono alle similitudini.

In America infatti un gruppo insorgente ambisce con le armi a rovesciare il sistema economico vigente, in Medio oriente c’è un conflitto tra due popoli. Di qua questo gruppo insorgente, quando accettò di smobilitare, vide lo sterminio sistematico dei propri dirigenti politici. Di là, quando il popolo palestinese scelse democraticamente Hamas, gli occidentali che lo avevano obbligato al voto ci ripensarono e decisero di strangolare un intero popolo che aveva deciso di non votare come gli occidentali stessi speravano. Ovvero, quando entrambi questi soggetti hanno scelto la via democratica per risolvere i conflitti, si sono visti amaramente beffati.

Non è questione di esprimere vicinanza ideologica per Hamas o le FARC o condividerne i metodi. Hamas è un gruppo oscurantista, sessista e razzista appena un pelino sopra i talebani. Le FARC, pur in un contesto nel quale il 95% delle violenze più abominevoli sta documentabilmente dalla parte dello Stato e delle sue espressioni, come il paramilitarismo e la narcopolitica, si è macchiata di crimini inaccettabili, come il sequestro di persona, compreso l’unico in grado di appassionare i benpensanti occidentali, quello di Ingrid Betancourt.

Nonostante le situazioni appaiano molto diverse, come Hamas vinse elezioni regolari sotto l’egida dell’ONU, così insigni giuristi hanno spiegato che le FARC rispettano tutte le caratteristiche che per il diritto internazionale permettono di considerarle “forza belligerante”, riconoscimento che aprirebbe spazio a trattative di pace. Trattative che non vuole il presidente colombiano Álvaro Uribe, completamente interno alla logica della guerra al terrorismo e appoggiato nel suo oltranzismo da George Bush.

Come per Massimo d’Alema, anche nel caso delle FARC, il leader politico che più si è speso considerando tale riconoscimento come ineludibile, il venezuelano Hugo Chávez, si è visto piovere addosso critiche pesantissime e accuse di complicità. Non più tardi di ieri il presidente statunitense George Bush lo ha fatto segno di una nuova serie pesantissima di invettive che, se fosse avvenuta a parti invertite, avrebbe occupato spazio sui media nella rubrica: “l’ultima di Chávez”. La lezione è semplice: tanto in America come in Medio oriente, chi crede che la politica possa aprire la strada alla risoluzione pacifica dei conflitti viene semplicemente accusato di essere “amico dei terroristi”.

E qui sta il punto chiave della questione. Sia Israele che la Colombia sono gli unici fermi alleati degli Stati Uniti in regioni che a loro sono ostili. E ostili pour cause! Incapaci di avere delle relazioni internazionali che si basino sul confronto di idee e non sulla straordinaria forza di coercizione data dal predominio militare, gli Stati Uniti si sono da tempo convinti che la forza equivalga alla ragione.

Dalla fine della guerra fredda, e con più forza in epoca neoconservatrice, si sono convinti che la loro volontà basti a risolvere i conflitti. Il fatto che non ne abbiano risolto nessuno non scalfisce le loro convinzioni. Si sono convinti che l’umiliazione politico-militare dell’altro equivalga all’affermazione delle proprie ragioni.

Si sono connvinti che la forza (la loro) sia superiore allo strumento del diritto nella risoluzione delle controversie internazionali. Il che per il paese di Woodrow Wilson e che tuttora ospita l’ONU equivale, non da oggi, a una straordinaria sconfitta politica.

Nascondendosi dietro il dito dell’ideologia antiterrorista pretendono di dividere il mondo tra amici e nemici impedendo di fatto la risoluzione di qualunque conflitto sul pianeta che non passi per la distruzione totale del nemico vinto. Anche l’amico -quale è per gli Stati Uniti e per Israele Massimo D’Alema- che si permetta di avocare alla politica e al diritto internazionale il proprio ruolo, viene bacchettato duramente.

Forse sarà più grato lo yes man del prossimo governo Berlusconi o quelli che nelle speranze di Washington dovrebbero sostituire un Chávez destabilizzato. Ma è sempre più evidente che la forza non è l’arma per la risoluzione dei conflitti, non garantisce la sicurezza di Israele come la risoluzione del conflitto in Colombia, per non parlare dell’Iraq o dell’Afghanistan. A meno che non sia il mantenimento del conflitto e non la risoluzione dello stesso l’obbiettivo.

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