Thursday 09 February 2012, 14:34

Cavalieri insonni

Bogotá, 6 di Marzo 2008

Quando le terre della comunità indigena vengono sottratte dal potere coloniale spagnolo ai legittimi proprietari, muore, all´età di 63 anni, Reymundo Herrera.
Correva l´anno del signore 1705.
Reymundo non riposa in pace: contrae la malattia dell´insonnia.
Non guarirà, non potrà riposare; passerà ogni istante dei 257 anni successivi ad attizzare il fuoco della memoria, a spronare i suoi, ad aggiornare giorno per giorno il conto di quanto viene loro sottratto, ad incitarli a rivendicare i loro diritti.
Solo allora, quando gli umili ed i sottomessi si alzeranno a reclamare quanto è loro dovuto, potrà finalmente chiudere gli occhi e godere del riposo eterno.Giovedí 6 di Marzo del 2008, uno dei più commoventi romanzi del realismo magico peruviano[1] si è materializzato nella Piazza di Bolivar di Bogotá, Colombia, in una di quelle situazioni non rare in America Latina in cui la realtà supera qualsiasi immaginazione.
Solo che Reymundo in Colombia non è uno, ma sono dieci, cento, decine di migliaia di vittime della violenza che martirizza questo paese da decenni.
É il loro spirito che aleggia nell´aria, il loro ricordo che ha spinto il Movimento Nazionale di Vittime dei Crimini di Stato a convocare questa manifestazione.
200.000 persone secondo le stime ufficiali, quindi almeno il doppio, sulle piazze di Bogotá. Probabilmente altrettante in una ventina di città del paese e in tre o quattro fuori Colombia.
Certo, una partecipazione neanche lontanamente paragonabile a quella della manifestazione del 4 Febbraio, ma fare confronti presuppone leggere i due eventi, come hanno fatto i settori più conservatori del governo, in una chiave di antagonismo che non appare giustificata. Semmai le due manifestazioni sono complementari nella rivendicazione di una Colombia più giusta: una Colombia in pace.
Un obiettivo che, nonostante la propaganda, appare ancora molto lontano da raggiungere. Per cui la marcia è un chiaro segnale a tutti i settori più guerrafondai: la gente non solo è stanca di tanto sangue, come si ripeteva negli slogan del 4 di Febbraio, ma non è nemmeno disposta a fare sconti sul diritto alla verità, alla giustizia ed alla riparazione.
Coloro che si aspettavano, dopo decenni di paramilitarismo e quasi otto anni di “sicurezza democratica”, un paese ormai “normalizzato”, hanno masticato amaro: la Colombia che pensa e che sogna, che vive e che lotta è ancora lì, forte ed orgogliosa, combattiva e vitale.
I mezzi di comunicazione, quasi tutti filo-presidenziali, cercano disperatamente un senso amico a tanta imponenza: parlano di una manifestazione pacifica ed ordinata, solo a tratti “politicizzata”. Solo a tratti? Mai vista una manifestazione più politica di quella di giovedì.
Nel corteo si riconoscono gli spezzoni delle madri, delle vedove, dei figli, degli studenti, degli insegnanti, degli indigeni, degli afro-discendenti, delle donne, dei “desplazados”, dei giornalisti, dei sindacalisti, dei difensori dei diritti umani, dei sopravvissuti al genocidio della Unione Patriottica[2]: camminano in silenzio, portano in mano un fiore, vestono di lutto, gridano slogan al vetriolo, suonano in bande musicali, fanno teatro di strada, cantano e ballano. Mille modi di ricordare, di esorcizzare la tristezza dell´assenza di decine di migliaia di Reymundo Herrera che non ci sono più.
Non si può fare a meno di pensare cosa sarebbe questo paese se la sua parte migliore non fosse stata brutalmente recisa, assassinata, torturata, violentata, cacciata ed esiliata. Se le sue migliori intelligenze, le sue migliori sensibilità, le sue menti più brillanti ed acute, le sue leadership più carismatiche fossero state lì a marciare tutte insieme.
Vive, intendiamo, perché in questo trionfo della memoria il loro ricordo era presente quasi “fisicamente”, trascendendo l´angusta bidimensionalità astratta di fotografie, ritratti, disegni e liste di nomi e riversandosi nella dignità degli sguardi di coloro che sono sopravvissuti, nell´interminabile dolcezza delle loro lacrime.
Così sono i nostri fratelli vittime della violenza in Colombia: con i soprusi non trovano pace, riposeranno solo con l´arrivo della giustizia.

[1] Manuel Scorza, El Jinete Insomne, 1976 (trad. italiana “Il Cavaliere Insonne”, Feltrinelli Milano 1978)

[2] La Unione Patriottica è un partito di sinistra nato nel 1985 e letteralmente sterminato dalla violenza paramilitare, con riconosciute connivenze degli organismi di sicurezza dello Stato: 2 candidati presidenziali, 8 parlamentari, 13 consiglieri regionali, 70 consiglieri comunali, 11 sindaci e 3000 militanti furono assassinati in poco più di 10 anni. La Commissione Interamericana per i Diritti Umani ha definito la tragica sequela di crimini contro questo partito un vero e proprio “genocidio”.



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