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Habibi: pensando alla Palestina; ricordando una vecchia poesia.

Il “problema” palestinese sembra un pozzo senza fine.
E sempre se più annegato nelle pieghe della storia ogni tanto riemerge, con sangue, dal sangue. Di questi giorni sono le operazioni di Gaza.Non mi getto in analisi che molti sapranno fare meglio di me.

Un professore di filosofia, al liceo, trenta anni fa (forse un secolo fa), ci “accusava”: “siete dei romantici, non siete dei rivoluzionari”. Francamente non mi è parsa mai un’offesa.

Non so se stravolgo il significato di (giornalismo) partecipativo. Mi sento e mi è venuta voglia di pubblicare questa poesia araba. Rubata ad un museo del Cairo, “mille” anni fa, e presente come prologo della canzone “Luglio, agosto, settembre nero” nel primo disco degli allora Area. Anacronistica forse (e non vorrei sembrare un “fricchettone”). Recitata da una donna (e non è un caso…).
Il testo scritto in arabo potrebbe non essere visualizzato su alcuni computer. Dipende dal set di caratteri. L’ho comunque voluto mettere. La traduzione è “in coda”.

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Amore mio
Con la pace ho messo i fiori dell’amore davanti a te
Con la pace ho cancellato i mari di sangue per te
Lascia la rabbia
Lascia il dolore
Lascia le armi
Lascia le armi e vieni
Vieni che viviamo
Vieni che viviamo o amore mio e la nostra coperta sia la pace
Voglio che canti o mio caro
E che il tuo canto sia per la pace
fai sentire al mondo o cuore mio e di’
Lasciate la rabbia
Lasciate il dolore
Lasciate le armi
Lasciate le armi e venite,
Venite a vivere in pace.

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