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Lettera dalla frontiera tra Ecuador e Colombia, a un passo dalla guerra

lagoagrio Cinzia Faiella, cooperante italiana che si trova sulla frontiera tra Ecuador e Colombia, violata sabato scorso dall’esercito colombiano per uccidere Raúl Reyes e altri 16 guerriglieri delle FARC, inizia con questo articolo una collaborazione con Giornalismo partecipativo

Al confine nord dell’Ecuador c’è proccupazione dopo l’incidente diplomatico dello scorso fine settimana, che ha segnato l’ulteriore inasprimento delle relazioni con la limitrofa Colombia.

Lo chiamano “l’Oriente”, l’oriente ecuatoriano. Una fascia longitudinale di selva amazzonica che unisce la Colombia con il Peru. La provincia di Sucumbios è la provincia nord dell’Oriente che confina con il Dipartimento colombiano del Putumayo. Lago Agrio (nella foto) ne è la capitale. Villaggio di petrolio e prostitute, como lo descrive la guida Lonely Planet, la più venduta al mondo e quella che disincentiva i turisti dall’addentrarsi a esplorare la Amazzonia nord del paese.

Lago Agrio è un villaggio senza storia. La prima generazione nata in questa zona oggi ha solo trent’anni.

I genitori si trasferirono qui negli anni ’70 durante il boom dell’estrazione petrolifera, sfuggendo la siccità della città di Loja nel sud del paese e alla ricerca di un lavoro redditizio nel settore dell’oro nero.

I texani delle prime imprese petrolifere la chiamarono ‘Lago Acre’ dalla loro ciità di origine Sour Lake. Gli ecuadoregni la ribattezzarono Nueva Loja, in ricordo della terra lasciata in cerca di fortuna nella selva.

Vivere nella zona di frontiera è come vivere in un limbo. Ci sono regole e tutte le possibili eccezioni alle regole. C’è un melting pot di ecuadoregni e colombiani, di afro discendenti e indigeni. Ci sono i sicari, i membri di gruppi armati, i comuni delinquenti, gli strozzini e tanta gente comune. Esistono i pendolari. Contadini che attraversano il confine in cerca di lavoro nelle piantagioni di coca.

Si vive del commercio. Si commercia l’impossibile, dalla frutta alla carne, dai mobili alle scarpe, dagli elettrodomestici alle automobili, dal gas da cucina alla ‘gasolina blanca’, utilizzata nel processo di raffinazione della cocaina.

Attraversi un fiume e sei in Colombia.

La popolazione dei due paesi che si riconoscono come ‘paesi fratelli’ è un tutt’uno di reti familiari e legami di parentela. Stessi cognomi, stessi tratti somatici. Solo il loro particolare modo di parlare li tradisce. I colombiani, stigmatizzati e discriminati, finiscono comunque con integrarsi, confondersi tra i locali.

Non fa notizia sapere che esponenti di gruppi armati siano presenti sul territorio ecuadoregno. La loro isola di ‘descanso’ (riposo). E giusto durante il sonno sono stati eliminati 17 membri delle Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia (FARC), tra i quali il numero due Raul Reyes. Si trovavano a Santa Rosa, una piccola comunità lungo il fiume San Miguel, a 2 km della ipotetica linea di confine con la Colombia, in piena giurisdizione ecuadoregna.

Durissima la risposta di Correa, presidente dell’Ecuador, ancora col dente avvelenato per la storia degli sconfinamenti degli aerei militari colombiani durante le fumigazioni aeree delle piantagioni di coca.

La frontiera nord orientale è battuta da militari ecuadoregni, accompagnati dai militari colombiani sull’altra sponda.

La gente delle comunità di frontiera teme quello che succederà quando l’esercito ecuadoregno li abbandonerà. Si mormora che l’esercito colombiano sta già facendo operazioni di intelligenza alla ricerca di possibili complici, indiziati, potenziali guerriglieri. Il timore è che possa sconfinare ancora una volta in territorio ecuadoregno. Si dice che in Piñuna Negra (comunità colombiana lungo il fiume Putumayo) siano già sparite 15 persone, prelevate dall’esercito colombiano.

La principale preoccupazione delle organizzazioni internazionali che lavorano in zona è il possibile sfollamento di colombiani verso l’Ecuador y di ecuadoregni che tentano di allontanarsi il più posibile dalla linea di frontiera.

Intanto a Lago Agrio la vita di tutti i giorni continua. Il signore col triciclo pieno di bombole di gas, la signora che vende succhi di aloe vera che fanno miracoli, il carretto-barbecue con spiedini di carne e banana arrostita, i bus che si muovono agili e non curanti tra strade sterrate e piene di buchi, il venditore di empanadas con la cesta in testa, la musica del reggaeton fa da sottofondo.

Se non fosse per i due aerei militari parcheggiati sulla corta pista dell’aereoporto, nemmeno ci accorgeremmo di essere a un passo dalla guerra.

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