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Viaggio alla Casa Bianca di Gabriel Garcia Marquez (Fidel, Clinton, Colombia e terrorismo)

La mia visita alla Casa Bianca, con un messaggio di Fidel Castro al presidente Usa sul rischio terrorismo.

A fine marzo 1998, dopo aver confermato alla Princeton University il mio laboratorio letterario del 25 aprile, contattai telefonicamente Bill Richardson per chiedergli di organizzare una visita privata al Presidente Clinton per discutere della situazione della Colombia. Richardson mi chiese di chiamarlo una settimana prima del viaggio per la risposta. Alcuni giorni dopo andai a L’Avana per avere alcuni dati per un servizio giornalistico che avrei scritto in occasione della visita del Papa, e mentre parlavo con Fidel menzionai la possibilità di un incontro con il Presidente Clinton.

Fu allora che a Fidel venne l’idea di inviare un messaggio confidenziale su un macabro piano terroristico, che Cuba aveva appena scoperto, che avrebbe avuto conseguenze non solo sui due paesi ma anche su parecchi altri. Decise da sé che non avrebbe dovuto essere una lettera personale per evitare di mettere Clinton nella situazione spiacevole di rispondere; preferì un riassunto della nostra conversazione sul complotto e su altri soggetti di interesse comune. Oltre al testo propose due questioni non scritte che avrei potuto sollevare con Clinton se le circostanze fossero state propizie.

Quella notte mi resi conto che il mio viaggio a Washington aveva preso una piega imprevedibile e di grande importanza, e non avrei potuto considerarla una semplice visita personale. Pertanto non solo confermai a Richardson la data del mio arrivo ma gli annunciai anche per telefono che avevo con me un messaggio urgente per il Presidente Clinton.

Per via della segretezza concordata non feci parola al telefono di chi lo mandasse anche se deve averlo indovinato – e nemmeno lasciai trasparire che una consegna tardiva avrebbe potuto causare maggiori catastrofi e la morte di persone innocenti. La sua risposta non mi arrivò durante la settimana in cui ero a Princeton e questo mi fece pensare che la Casa Bianca credesse che fosse cambiata la ragione della mia prima richiesta. Pensai anche che non sarebbe stata garantita l’intervista.

Non appena arrivai a Washington, venerdì 1° maggio, una persona dello staff di Richardson mi disse al telefono che il Presidente non avrebbe potuto ricevermi perchè sarebbe stato in California fino a mercoledì 6, e io avevo programmato di andare in Messico un giorno prima di quella data, ma mi suggerirono di incontrare il direttore del Consiglio Nazionale di Sicurezza, Sam Berger, che avrebbe ricevuto il messaggio da parte del Presidente.

Il mio essere maliziosamente sospettoso mi fece pensare che stessero ponendo delle condizioni in modo che il messaggio arrivasse ai servizi speciali e non direttamente al Presidente. Berger era stato presente durante il mio incontro con Clinton nell’ufficio ovale della Casa Bianca nel settembre 1997, e le sue poche parole su Cuba non erano state diverse da quelle del Presidente, sebbene non possa dire che quest’ultimo condividesse tutte le sue idee senza riserva. Pertanto non mi sentii autorizzato ad accettare su mia iniziativa personale l’alternativa di essere ricevuto da Berger e non dal Presidente, soprattutto perché il messaggio era molto riservato e non era mio. La mia opinione personale era che potesse essere consegnato solo a Clinton in persona.

La sola cosa che pensai in quel momento fu di informare l’ufficio di Richardson che se il cambio di interlocutore era dovuto solo all’assenza del Presidente avrei potuto fermarmi più a lungo a Washington e attendere il suo ritorno. La risposta fu che glielo avrebbero fatto sapere. Qualche tempo dopo trovai in hotel una breve comunicazione scritta da parte dell’ambasciatore James Dobbins, direttore degli affari interamericani al NSC, ma decisi di non far sapere che l’avevo ricevuta e di continuare con il mio proposito di attendere il ritorno del presidente.

Non avevo fretta. Avevo scritto più di 20 pagine delle mie memorie nei locali ameni di Princeton, e non avevo diminuito il ritmo nella stanza impersonale dell’hotel di Washington dove passavo fino a 10 ore al giorno a scrivere. Ad ogni modo, anche se rifiutavo di ammetterlo, la vera ragione del mio confinamento era la custodia del messaggio contenuto nella cassetta di sicurezza.

All’aeroporto in Messico avevo perso un soprabito mentre ero in attesa del mio computer, la valigetta dove tenevo le bozze e i dischetti del libro su cui stavo lavorando e l’originale del messaggio senza copie. Solo l’idea di poterlo perdere mi dava i brividi alla schiena, non tanto per la perdita in sé quanto per il fatto che sarebbe stato facile identificare la sua provenienza e la sua destinazione.

Perciò mi dedicai alla sua custodia mentre continuavo a scrivere, a pranzare e a ricevere visite nella stanza d’hotel della cui cassetta di sicurezza ero ben lungi dal fidarmi, dato che non aveva una chiusura con combinazione ma solo una chiave che sembrava fosse stata comprata in un negozio di bassa categoria dietro l’angolo. La portavo sempre in tasca, e dopo ogni occasione in cui inevitabilmente lasciavo la stanza, controllavo che il foglio fosse ancora al suo posto nella busta sigillata. L’avevo letto così tante volte che l’avevo praticamente imparato a memoria, giusto per essere sicuro nel caso in cui avessi dovuto spiegare uno dei temi al momento della consegna.

Ho sempre pensato che le mie conversazioni telefoniche di quei giorni – incluse quelle dei miei interlocutori – fossero registrate. Tuttavia mi rilassai perché ero consapevole di far parte di una missione incensurabile, utile sia a Cuba sia agli Stati Uniti – il mio unico problema serio era che non potevo discutere dei miei dubbi con nessuno senza violare la segretezza.

Il rappresentante diplomatico cubano a Washington, Fernando Remirez, si mise al mio completo servizio per mantenere aperto il canale con L’Avana, ma da Washington le comunicazioni riservate sono così lente e pericolose – specialmente in un caso tanto delicato – che le nostre si potevano risolvere solo con un inviato speciale. La risposta fu una gentile richiesta di attendere a Washington per tutto il tempo necessario a compiere la mia missione, proprio come avevo deciso; allo stesso tempo mi fu chiesto umilmente di essere il più attento possibile a non offendere Sam Berger, non accettandolo come interlocutore. Il finale divertente del messaggio non lasciava dubbi sul suo autore, anche senza una firma: “Speriamo che lei scriva parecchio”.

Per un caso fortuito il presidente precedente Cesar Gaviria aveva organizzato una cena privata il lunedì sera con Thomas Mack’ McLarty che si era appena dimesso dal suo posto di consigliere per l’America Latina del Presidente Clinton, sebbene fosse il suo più vecchio e caro amico. Ci eravamo incontrati l’anno precedente e da allora la famiglia Gaviria aveva programmato la cena con un doppio scopo: discutere con McLarty l’enigmatica situazione colombiana e compiacere sua moglie che desiderava chiarire con me alcuni punti dei miei libri.

L’occasione appariva provvidenziale. Gaviria è un grande amico e un consigliere intelligente, una persona piena di risorse e informata della situazione dell’America Latina, e un osservatore attento e intelligente della realtà cubana. Arrivai a casa sua un’ora prima del convenuto, e non avendo tempo per le consultazioni mi presi la libertà di svelargli l’essenza della mia missione così che lui potesse darmi dei consigli.

Gaviria mi diede l’esatta dimensione del problema e mise un po’ di ordine all’interno del puzzle. Mi mostrò che le precauzioni prese dai consiglieri di Clinton erano semplicemente normali, considerando i rischi politici e di sicurezza che comportava il fatto che un presidente americano ricevesse di persona un’informazione tanto delicata attraverso un canale irregolare. Non aveva bisogno di spiegarlo perché mi ricordai immediatamente di una situazione che faceva al caso: durante una cena a Martha’s Vineyard, durante il massiccio esodo del 1994, il Presidente Clinton mi aveva autorizzato a toccare questo e altri temi relativi a Cuba, ma prima mi mise in guardia che lui non avrebbe potuto dire una sola parola. Non dimenticherò mai l’intensità con cui mi ascoltò, e i grandi sforzi che dovette fare per non rispondere ad alcuni argomenti di notevole importanza.

Gaviria mi avvisò anche del fatto che Berger era un ufficiale competente e serio da tenere in considerazione quando ci si relaziona con il presidente. Mi mostrò anche che il solo fatto di incaricarlo di incontrarmi dimostrava un rispetto molto speciale di alto livello, poiché le richieste private come la mia avrebbero girato anni in uffici periferici della Casa Bianca, o sarebbero stati trasferiti a ufficiali di grado inferiore della CIA o del Dipartimento di Stato.

Ad ogni modo Gaviria sembrava piuttosto sicuro che il testo consegnato a Berger sarebbe arrivato nelle mani del Presidente, e questo era fondamentale. Infine, proprio come avevo sperato, mi annunciò che alla fine della cena mi avrebbe lasciato solo con McLarty perché mi aprisse una linea diretta al Presidente.

La serata fu piacevole e fruttuosa; c’eravamo solo io e la famiglia Gaviria. McLarty, come Clinton, è un uomo del sud, entrambi sono amichevoli e alla mano come i caraibici. Durante la cena il ghiaccio fu presto rotto, principalmente per quel che riguardava la politica americana verso l’America Latina, in particolare sui narcotraffici e i processi di pace. Mark era così ben informato da conoscere il più piccolo dettaglio della mia intervista con il Presidente Clinton del settembre precedente, quando discutemmo approfonditamente dell’abbattimento degli aerei a Cuba e da dove nascesse l’idea che il Papa potesse agire da mediatore degli Stati Uniti durante il suo viaggio a Cuba.

La posizione generale di McLarty sulle relazioni con la Colombia per le quali sembrava disposto a lavorare – era che la politica americana avesse bisogno di cambiamenti radicali. Disse che il governo era disposto a prendere contatti con qualsiasi presidente fosse stato eletto per lavorare effettivamente per la pace. Ma né lui né i suoi ufficiali con cui parlai in seguito avevano una chiara opinione su quali potessero essere tali cambiamenti. Il discorso fu così franco e sciolto che quando Gaviria e la sua famiglia ci lasciarono soli nella sala da pranzo, McLarty e io eravamo come due vecchi amici.

Senza esitazione gli rivelai il contenuto del messaggio per il Presidente e lui non nascose l’apprensione per i piani terroristici, sebbene non fosse a conoscenza degli atroci dettagli. Non era stato informato della mia richiesta di vedere il Presidente ma promise di parlargli non appena fosse ritornato dalla California. Incoraggiato dalla facilità della discussione osai suggerire che mi accompagnasse all’intervista con il Presidente, e chiesi che non ci fossero altri ufficiali, in modo da poter parlare senza riserve. La sola cosa che mi chiese – e non seppi mai perché – fu se Richardson era al corrente del contenuto del messaggio, e io dissi di no. Allora pose fine alla conversazione con la promessa di parlare con il presidente.

La mattina presto di martedì comunicai a L’Avana, attraverso il solito canale, i punti principali discussi durante la cena, e mi presi la libertà di fare una domanda opportuna: se infine il Presidente avesse deciso di non ricevermi, e avesse dato questo compito a McLarty o a Berger, a quale dei due avrei dovuto consegnare il messaggio? La risposta sembrava pendere a favore di McLarty, ma sempre con l’accortezza di non offendere Berger.

Quel giorno pranzai al Provence restaurant con la signora McLarty, perchè non era stato possibile discutere di letteratura durante la cena dai Gaviria. Le questioni che aveva annotato furono presto risolte e tutto quello che rimase fu la sua curiosità su Cuba. Le spiegai tutto quello che potei e penso che si sentisse più rilassata. Quando arrivò il momento del dolce, telefonò al marito dal tavolo e lui mi disse che non aveva ancora visto il Presidente ma sperava di darmi notizie durante il giorno.

Di fatto non erano nemmeno passate due ore quando uno dei suoi assistenti mi informò tramite l’ufficio di Cesar Gaviria che l’incontro si sarebbe svolto il giorno dopo alla Casa Bianca con McLarty e tre ufficiali maggiori del Consiglio Nazionale di Sicurezza. Pensai che se Sam Berger fosse stato uno di loro sarebbe stato fatto il suo nome, e adesso avevo la preoccupazione opposta che non sarebbe stato presente. Fino a che punto questo poteva essere imputabile alla mia negligenza durante una conversazione telefonica? Ma adesso non importava perché McLarty aveva organizzato la cosa con il presidente che avrebbe dovuto già essere al corrente del messaggio. Pertanto presi l’immediata ma non ponderata decisione di non aspettare più a lungo: prenotai un posto su un volo diretto per il Messico alle 17.30 del giorno successivo. Ci stavo lavorando quando ricevetti da L’Avana la risposta alla mia ultima consultazione con il consenso più seducente che abbia mai avuto in vita mia: “Abbiamo fiducia nelle sue capacità”.

L’incontro era previsto per mercoledì 6 maggio alle 11.15 negli uffici di McLarty alla Casa Bianca. Fui ricevuto dai tre ufficiali menzionati del Consiglio Nazionale di Sicurezza: Richard Clarke, direttore capo degli affari plurilaterali e consigliere presidenziale su tutti i temi di politica internazionale, soprattutto per la lotta al terrorismo e al narcotraffico; James Dobbins, direttore senior del NSC per gli affari interamericani con la posizione di ambasciatore e consigliere presidenziale per l’America Latina e i Carabi; e Jeff Delaurentis, direttore degli affari interamericani al NSC e consigliere speciale per Cuba. Non fu possibile, a quel punto, chiedere perché Berger non fosse presente. I tre ufficiali furono gentili e altamente professionali.

Non avevo con me comunicazioni personali ma conoscevo il messaggio in ogni particolare, e nel mio organizer avevo preso nota della sola cosa che temevo di dimenticare: le due domande fuori testo. Mack stava terminando un incontro in un’altra stanza. Mentre aspettavamo, Dobbins mi diede una panoramica piuttosto pessimistica della situazione colombiana. Le sue informazioni erano le stesse di McLarty durante la cena di lunedì ma mi sembrava che in lui ci fosse maggiore familiarità con l’argomento. Avevo detto a Clinton l’anno precedente che la politica americana antidroga agiva come un nefasto amplificatore della violenza storica della Colombia. Questo è il motivo per cui destò la mia attenzione il fatto che questo gruppo del NSC – senza riferimenti alla mia espressione specifica – fosse apparentemente d’accordo sui cambiamenti. Furono molto attenti a non dare le loro opinioni sul governo o i candidati di allora, ma non lasciarono alcun dubbio sul fatto che ritenessero la situazione catastrofica e il futuro incerto. Non ero felice dello scopo di correggere la situazione dato che diversi osservatori della nostra politica a Washington avevano penosamente commentato: “Sono più pericolosi ora che vogliono davvero essere d’aiuto mi disse uno di loro – perché vogliono ficcare il naso dappertutto”.

Entrò McLarty, vestito con un bel completo e con le sue solite buone maniere, ma con la fretta di una persona che ha interrotto qualcosa di fondamentale importanza per prendersi cura di noi. Ciononostante portò nell’incontro una atmosfera utile e misurata e una dose di buon umore. Sin dalla sera della cena mi era piaciuto il fatto che parlasse sempre guardando negli occhi. Fu lo stesso durante l’incontro. Dopo un caloroso abbraccio si sedette di fronte a me con le mani sulle ginocchia e iniziò a parlare usando un’espressione comune detta in modo così appropriato che annunciava una verità: “Siamo a sua disposizione”.

Volevo dire chiaramente fin dall’inizio che avrei parlato secondo le mie capacità di scrittore, senza alcun altro merito o mandato, del caso tanto difficile e seducente come quello di Cuba. Pertanto iniziai facendo una precisazione che non mi sembrava superflua in considerazione dei registratori nascosti: “Questa non è una visita ufficiale”.

Annuirono tutti e trovai sorprendente la loro solennità inattesa. Poi in modo semplice e con un tono piuttosto colloquiale descrissi loro come e perché avessi avuto quella conversazione con Fidel che aveva dato inizio ai messaggi informali che avrei dovuto consegnare al Presidente Clinton. Li porsi a McLarty e gli chiesi cortesemente di leggerli in modo che potessi commentarli. Era la traduzione in inglese di sette punti scritti in sei pagine, con doppia spaziatura: un complotto terroristico; relativa soddisfazione per le misure annunciate il 20 marzo di riprendere i voli dagli Stati Uniti a Cuba; il viaggio di Richardson a L’Avana nel gennaio 1998; le argomentazioni di Cuba per il rifiuto degli aiuti umanitari; riconoscimento della relazione favorevole del Pentagono sulla situazione militare di Cuba; – era una relazione in cui si diceva che Cuba non metteva in pericolo la sicurezza degli Stati Uniti – approvazione della soluzione della crisi in Iraq; e apprezzamento per i commenti su Cuba fatti da Clinton alla presenza di Mandela e Koffi Anan.

Come vedrete, sono elencati anche altri punti.

McLarty non li lesse ad alta voce come mi ero aspettato e come avrebbe indubbiamente fatto se avesse conosciuto il contesto in anticipo. Li lesse tra sé, in apparenza con il metodo di lettura veloce che Kennedy aveva reso famoso, ma il suo viso mostrava le diverse emozioni, limpide come l’acqua. Lo avevo letto io stesso così tante volte che praticamente sapevo quale delle sue espressioni corrispondeva ai diversi punti del documento.

Il primo punto, sul complotto terroristico, lo fece grugnire e disse: “È terribile”. In seguito soppresse un sorriso malizioso e senza interrompere la lettura disse: “Abbiamo nemici in comune”. Penso che si riferisse al quarto punto, dove si faceva menzione della congiura di un gruppo di senatori per sabotare l’approvazione dei progetti di Torres-Rangel e Dodd, e si manifestava apprezzamento per gli sforzi di Clinton di salvarli.

Alla fine della lettura passò il foglio a Dobbins e questi a Clarke che lo lesse mentre Mack lodava Mortimer Zuckerman, editore e proprietario della rivista US News & World Report, che era stato a L’Avana il febbraio precedente. Fece un commento in merito a qualcosa che aveva appena letto sul punto sei del documento, ma non rispose alla domanda implicita se Zuckerman avesse informato Clinton delle due conversazioni da dodici ore che aveva avuto con Fidel Castro.

Il punto che prese in pratica tutto il tempo utile dopo la lettura fu quello del piano terroristico, che impressionò tutti. Dissi loro che dovevo superare la mia paura di una bomba perché stavo per partire per il Messico dopo averlo saputo a L’Avana. Capii che era giunto il momento di fare la mia prima domanda personale proposta da Fidel: L’FBI potrebbe contattare i colleghi cubani per una lotta congiunta al terrorismo? Prima che potessero reagire aggiunsi una mia nota: “Sono sicuro che trovereste una reazione sollecita e favorevole da parte delle autorità cubane”.

Fui sorpreso dalla reazione rapida e forte dei quattro. Clarke, che sembrava essere più vicino all’argomento, disse che era un’ottima idea ma mi mise in guardia che l’FBI non prestava attenzione a casi apparsi sui giornali mentre era in corso l’indagine. I cubani sarebbero stati disposti a mantenere il segreto? Dato che ero ansioso di fare la seconda domanda, diedi loro il tipo di risposta che avrebbe potuto portare un momento di respiro viste le circostanze: “Non c’è nulla che piaccia di più ai cubani che mantenere i segreti”.

Mancando un motivo adeguato per la seconda domanda, decisi di porla come un’affermazione: la cooperazione in materia di sicurezza avrebbe potuto aprire la strada a un clima favorevole per la ripresa dei viaggi di americani a Cuba. La mia arguzia mi si rivoltò contro, perché Dobbins mi fraintese e disse che questo si sarebbe risolto con l’implementazione delle misure del 20 marzo.

Dopo aver chiarito l’equivoco, parlai delle pressioni che sentivo da parte di molti americani, di ogni categoria, che venivano da me per avere aiuto per contatti d’affari o di piacere a Cuba. In questo contesto menzionai Donald Newhouse, editore di varie pubblicazioni e direttore dell’Associated Press, che mi aveva onorato con una cena maestosa nella sua casa di campagna nel New Jersey alla fine del mio laboratorio letterario alla Princeton University. Il suo sogno era quello di andare a Cuba per discutere con Fidel in persona dell’apertura di un ufficio permanente dell’AP a L’Avana, simile a quello della CNN.

Non posso esserne sicuro ma mi sembra che durante l’animata conversazione alla Casa Bianca fosse chiaro che non avessero, o non fossero a conoscenza di, e non volessero rivelare l’immediata intenzione di riprendere viaggi di americani a Cuba. Devo comunque sottolineare che in nessun momento fu fatta menzione di riforme democratiche, elezioni libere o diritti umani, né di alcun altro clichè politico con cui gli americani pretendono di condizionare ogni progetto di cooperazione con Cuba. Al contrario, la mia impressione più viva di questo viaggio è sicuramente quella che la riconciliazione stesse cominciando a crescere nella coscienza collettiva come processo irreversibile.

Clarke ci richiamò all’ordine quando la conversazione cominciò a deviare e indicò – forse come messaggio – che avrebbero fatto immediatamente dei passi in direzione di una congiuntura USA-Cuba per un piano sul terrorismo. Alla fine di una lunga annotazione sul suo palmare, Dobbins concluse dicendo che avrebbero comunicato con la loro ambasciata a Cuba per mettere in atto il progetto. Feci un commento ironico sul ruolo che lui stava dando alla Sezione Interessi a L’Avana a cui Dobbins rispose di buon umore: “Ciò che abbiamo laggiù non è un’ambasciata ma è molto più grande di un’ambasciata”. Risero tutti con maliziosa complicità. Non furono discussi altri punti, dato che non sembrava il caso, ma pensai che li avrebbero analizzati tra loro più tardi.

L’incontro durò in totale 50 minuti, incluso il ritardo di Mack. Mack lo concluse con una frase di rito: “So che lei ha un’agenda fitta prima di tornare in Messico e anche noi abbiamo molte cose da fare”. Proseguì con un paragrafo breve e conciso, che sembrò una risposta formale ai nostri sforzi. Sarebbe irresponsabile cercare di riportarlo esattamente ma lo spirito e il tono delle sue parole esprimevano il suo apprezzamento per la grande importanza del messaggio, degno della massima attenzione del suo governo, e di cui si sarebbero occupati con urgenza. Poi, come in un happy end, e guardandomi dritto negli occhi, mi fece un complimento personale: “La sua missione è stata di fatto della massima importanza, e l’ha portata a termine egregiamente”. Né l’eccessivo onore né l’assenza di modestia mi fecero dimenticare quell’espressione alla gloria effimera e i microfoni nascosti nei vasi di fiori.

Lasciai la Casa Bianca con la ferma impressione che lo sforzo e le incertezze dei giorni precedenti valessero la pena. L’irritazione per non aver consegnato il messaggio personalmente al Presidente era stato compensato da un conclave più informale e operativo, i cui buoni risultati sarebbero arrivati. Allo stesso tempo, conoscendo le affinità di Clinton e di Mack e la natura della loro amicizia sin dai tempi della scuola, ero sicuro che presto o tardi il documento sarebbe finito nelle sue mani nell’atmosfera informale di un dopocena.

Alla fine dell’incontro, assistetti a un gesto galante quando, fuori dall’ufficio, un usciere mi portò una busta con le foto scattate sei mesi prima durante la mia visita precedente all’Ufficio Ovale. Tornando in hotel, l’unica frustrazione fu che fino ad allora non ero stato capace di scoprire o godere il miracolo della fioritura dei ciliegi di quella magnifica primavera.

Ebbi giusto il tempo di fare le valigie e di prendere il volo delle 17.00. Quello che mi aveva portato in Messico quattordici giorni prima dovette rientrare alla base con una turbina danneggiata, e aspettammo quattro ore all’aeroporto prima che fosse disponibile un altro aereo. Quello che presi per tornare in Messico, dopo l’incontro alla Casa Bianca, ebbe un ritardo a Washington di un’ora e mezza mentre riparavano il radar e i passeggeri erano a bordo.

Prima di atterrare in Messico, cinque ore dopo, dovemmo sorvolare la città per quasi due ore perché un carrello era fuori servizio. Niente di simile mi era mai accaduto da quando presi un aereo la prima volte 52 anni prima. Ma non avrebbe potuto fare alcuna differenza per una missione di pace che occuperà un posto privilegiato nelle mie memorie.

Gabriel Garcia Marquez, 13 maggio 1998.

Fonte (originale in inglese): http://www.counterpunch.org/marquez05212005.html, 21/05/2005
Tradotto da ELENA MEREGHETTI () per Nuovi Mondi Media

Nuovi Mondi Media, Venerdì, 03 Giugno 2005 – 19:23

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