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L’associazionismo culturale: nuovo soggetto politico (sui limiti della forma partito) di Lidia Menapace

Rientro dalla splendida esperienza abruzzese (Chieti e Pescara), arrivo a Roma per tempo lunedì’ 14 e trovo anche il portatile rivisto e aggiustato dall’apposito ufficio del Senato (sicchè d’ora in poi posso ricevere allegati) e mi preparo a scrivere una lettera.

Ci ho pensato durante il percorso del ritorno, in una bella e fredda mattinata (alla partenza da Pescara 5 gradi e fino a 1, nei tratti di maggiore altitudine) in mezzo alle grandi catene appenniniche, Maiella e Gransasso e molte altre innevatissime fino quasi alle porte di Roma, dove pian piano le schiene delle montagne appaiono spruzzate o pezzate di neve, comunque molto più delle Alpi che ho visto tra Capodanno e l’Epifania. E quando sono a Roma ho ormai delineato in testa uno schema di esposizione, che sarà sul metodo delle iniziative e sul merito dei temi trattati. Non è una grande invenzione teorica, ma spero che sarà utile e chiara.

A Chieti l’11 mattina un dibattito nell’aula magna di una scuola, dove erano convenute scolaresche di vari istituti e si è presentato anche il sindaco: ma queste notizie le avete già da Luciano (ndr: Luciano Martocchia, curatore del libro “Lettere dal Palazzo” di Lidia Menapace) e quindi passo subito al metodo e al merito: l’iniziativa è stata preparata con l’aiuto e per mezzo -direi così- di varie associazioni, attive in città, sicchè abbiamo un primo ed efficace esempio di azione culturale e politica promossa da soggetti autonomi collegati tra loro, proprio quel che a mio parere ci vuole di fronte alla crisi della politica per non scivolare nell’antipolitica di massa o nella chiusura a riccio partitica.

Nel merito si è visto che vi è una acuta sensibilità fra le ragazze per il linguaggio inclusivo e domande sono state poste sulla laicità, sulla nonviolenza e sulla campagna vaticana contro la 194.

Nel pomeriggio in altra sede, il Museo di Scienze biomediche dell’Università, un altro incontro rivolto alla cittadinanza, pure costruito con la formula felice di “pool di associazioni politico-culturali in relazione con le istituzioni”: la cittadinanza ha mostrato gradimento (la sala colma con persone in piedi) e anche il dibattito, in parte previsto (domande predisposte), in parte spontaneo (questo momento si sviluppa anche in una permanenza di crocchi dopo le conclusioni) è stato molto buono.

L’indomani nel pomeriggio in una bellissima Book&Wine a Pescara, la formula è stata ricollaudata e a mio parere si può dire che ha passato l’esame. Ne sono molto contenta e ringrazio chi ha dato l’input e ha seguito lo svolgersi dell’iniziativa, sicchè ora ci metto su il “cappello” teorico da lungo tempo pensato sognato e agognato. Secondo me comunque funziona e potrebbe essere l’avvio di un tipo di riaggregazione, che andando contro la frammentazione mortale della sinistra, via via costruisca una rete molteplice di soggetti politici, adeguata alla società complessa nella quale viviamo. Evviva!

Alcune caratteristiche già emergono: si tratta di associazionismo politico-culturale autonomo, e di spazi pubblici (scuole, università) e di esercizi economici di tipo non speculativo che in parte rinnovano la formula dei club, salotti, osterie e caffè, luoghi cioè di esercizio della cittadinanza in forma ancora prioritaria rispetto all’ impegno partitico, prioritaria e fondativa, intendo. Non uso per queste aggregazioni il termine riduttivo di “prepolitica”: esse sono associazioni politiche e praticano un esercizio della politica, che è fondato sui diritti della cittadinanza: essere informata, controllare i mandati, consultarsi sul da farsi, insomma politicare senza ancora vincoli disciplinari, ma invece costruendo relazioni responsabili e privilegiando l’interlocuzione. Anche i luoghi conviviali che accompagnano questo modo non sono un particolare insignificante, anzi. Come non lo è l’uso delle tecnologie informatiche per la comunicazione veloce.

Anni fa, di fronte alla evidente crisi dei partiti (si parlava molto della “crisi della forma-partito”) ho cominiciato ad elaborare un possibile modello differente di azione politica. Premetto che considero il partito politico di massa una delle più straordinarie invenzioni che siano esistite. Per questo è tanto difficile rimediare o tenere il passo o trovare forme sostitutive quando entra in crisi.

Infatti il partito politico di massa (di sinistra o di centro o di destra) rappresenta un veicolo straordinario di politicizzazione diffusa, di informazione orientata, di conoscenza del mondo. Come strumento di azione si connette con un’area di movimenti rivendicativi, collegati e posti in posizione meno eminente, in una specie di gerarchia soft, ma precisa. Questa gerarchizzazione tra partito e movimento viene dal fatto che tradizionalmente a sinistra si definì la classe operaia per sè incapace di orizzonti politici (limite tradunionistico), sicchè per diventare soggetto politico generale avrebbe bisogno della mediazione e direzione del partito. Sia pure con questa formula gerarchica che privilegia la formazione di un ceto politico dirigente spesso non molto collegato alle masse che dirige, il partito di massa ha esercitato una straordinaria funzione di pedagogia politica in tempi di scarsa scolarizzazione e organizzazione.

Tutto ciò premesso e affermato, oggi non è più così. La società è complessa, contro le idee generali è stata fatta una lotta vitoriosa da destra, il programma pedagogico è andato perso e addirittura la memoria storica è confezionata da altri, non ci sono più scuole di partito. Le ragioni sono anche molte altre, ma mi fermo qui.

Oggi la crisi di rappresentanza e direzione del partito è palese: sono cadute anche le tradizioni di onestà correttezza e responsabilità tipiche della sinistra, è un fatto doloroso e sconcertante, ma vero. Non sto dicendo che invece nella società tutto è limpido puro e disinteressato, non è possibile sostenerlo, una società limpida e disinteressata non intreccerebbe relazioni spesso disoneste con i finanziamenti pubblici. Ma invece soggetti politici nuovi che vengono costituendosi e costreundo culture politiche differenti, portano con sè anche forme diverse di organizzazione e di controllo e -forse anche perchè sono allo stato nascente- sono meno legate a interessi consolidati e a pratiche disoneste.

Per conto mio dunque è necessario liberare il livello della cittadinanza da sudditanze partitiche, appoggiare la costruzione e organizzazione di un assetto politico autonomo che esprime varie culture e pratiche e soggettività, insomma dare vita a un nuovo blocco storico democratico, intrinsecamente democratico ed egualitario, non indistinto, ma molto individuato e molteplice anche per forme di organizzazione e di insediamento sociale e culturale.

L’azione politica è complessa e tale deve rimanere resistendo a riduzioni autoritarie. Il partito rimane uno dei soggetti che compongono il blocco o sottoscrivono il patto, in funzione di esperto delle istituzioni che colloquia alla pari con gli altri soggetti organizzati e li adegua al livello della rappresentanza.

Sembra già deciso: è l’unico argomento che interessa, non discutono d’altro.

Infatti tornata a Roma ho trovato che la sinistra stava già litigando e dividendosi sulla legge elettorale, mentre il Pd osserva che lui invece unifica anche culture politiche molto diverse. E suggerisce di imitarlo. Il fatto è che se Pd e Fi restano gli unici punti di unificazione, l’esito che propongono è il bipartitismo e non il bipolarismo, cioè l’anticamera della democrazia autoritaria, il nuovo fascismo, per di più clericale. Peccato!

Capisco che fare di tre o quattro partiti una sola forma vuol dire ridurre di molto i posti da dirigente e se poi pensano che dovranno anche lasciarne la metà a donne, certo hanno incubi notturni. Ma pensino qualche trucco per contentare tutti e possibilmente non scontentare troppo tutte, via!

Originale in: http://coopmate.splinder.com/

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