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Sull’invidia: da “Menomale che Silvio c’è” a Terry De Nicolò

lussuriainvidiaMentre ascolto la prostituta Terry De Nicolò stigmatizzare l’invidia (sic) dei cattolici e della sinistra per il suo sfruttatore Giampi Tarantini, un amico di questo sito mi accusa simpaticamente di scrivere per invidia che c’è vita oltre l’epurata RAI Dandini. È difficile difendersi da cotanta accusa come è difficile spiegare che la difesa di pochi spazi dignitosi all’interno del monopolio mediatico mainstream, pubblico e privato, mantenendo sostanzialmente intatto l’esistente (monopoli, lottizzazione, concentrazione), sia una battaglia di retroguardia e conservatrice.

Purtroppo, nella costante coazione classificatoria, essendo chi scrive catalogato dalla stessa parte politica della Dandini, non vi è alternativa al difenderla lancia in resta. Se tale difesa non c’è, se c’è un distinguo, una valutazione articolata, allora dev’esserci senz’altro un fatto personale, l’invidia appunto, che per i cattolici è un peccato capitale (come la lussuria). Coincidenza: è l’interpretazione perfino di José Mourinho che proprio questa settimana ha affermato a Madrid: “chi mi critica è invidioso della mia ricchezza”. Sono quei momenti nei quali si è assaliti da una straordinaria nostalgia per i ragionamenti complessi di Ciriaco De Mita.

La Dandini (che neanche mi sogno di criticare) in sé è un dettaglio. Altri passaggi e altre battaglie dovrebbero portarci dall’era attuale del privilegio di stampa (pochi soggetti ipergarantisti e in cambio ipergarantiti dal potere) a quella della libertà di stampa distribuita tra molteplici voci. Ho scritto un libro ed alcuni saggi per sostenere che il nostro tempo (quello del web 2.0, dei blog e dell’agenda setting personale della nostra bacheca di Facebook) può e deve essere quello della democratizzazione dell’informazione e dell’erosione dei monopoli informativi. Il problema non è sostituire un Minzolini cattivo con uno buono o un Berlusconi squallido con uno decente. Non pretendo di essere letto né condiviso né tantomeno capito. Mi rendo conto che per alcuni Marco Travaglio o Michele Santoro o Serena Dandini siano dei Che Guevara da idolatrare o dei Maradona per i quali fare il tifo a prescindere. Intendo anche che l’idea di un “monopolio buono” –in mano a qualcuno dei “nostri”- sia rassicurante. Ma se dico che un “monopolio buono” non è un passo avanti verso la restituzione di voce a chi non ha voce non è perché nessuno mi fa condurre Ballarò.

Il problema principale , che sembra apparire incomprensibile ai più, è il disciplinamento necessario per essere ammessi tra i chierici dei monopoli informativi e beneficiare delle prebende connesse. Dopo anni di ricatti e di contratti precari, i più rivoluzionari dei rivoluzionari si riducono a pesare ogni sillaba pur di non essere espulsi da un sistema che invece li digerisce come la balena di Pinocchio. C’è davvero da essere invidiosi? Per cosa? Per il conto in banca, ammesso che sia tutto oro quello che luce? Se così fosse chiunque critica Minzolini o Sallusti o Feltri sarebbe sotto mira di una Terry De Nicolò qualsiasi. La quintessenza del berlusconismo, che si sta giocando il suo warholiano quarto d’ora di celebrità ma sempre marchette farà nella vita, ti bacchetta: “li critichi perché in realtà ti piacerebbe dirigere Il Giornale”.

Mi sovviene che quello dell’invidia è lo stesso argomento che usavano e usano nei miei confronti non ricordo più se Rocco Cotroneo o Massimo Cavallini o Emiliano Guanella (o altri della stessa schiatta) per bollare il mio lavoro di spigolatura della stampa antilatinomericana in Italia e sottolinearne le incongruenze, le falsità, le omissioni. Lungi dal confrontarsi sul merito (sul quale credo di essere per professione e cultura molto scrupoloso), preferiscono dire che le critiche siano dovute a invidia (di cosa?), e tanto basta per aggirare fatti, nomi, circostanze, argomenti.

Ho ripensato a quelle accuse di invidia nell’ascoltare e riascoltare quel trattato di antropologia sull’Italia al tempo di Berlusconi che è l’intervista alla prostituta Terry De Nicolò (che consiglio caldamente a chi se la fosse persa). Chi critica Tarantini lo farebbe solo per invidia. Lo farebbe solo perché incapace di “vendersi la madre” e di “dare il culo” (“dare il bip” nell’ipocrisia linguistica di Rai2).

Meglio di me ne hanno scritto in molti, da un bel pezzo di Dino Amenduni su Valigia Blu, a Giovanna Cosenza a Concita De Gregorio su Repubblica (online qui) ad altri reperibili via Google. È interessante qui soffermarsi sull’invidia come spiegazione universale, un jolly, per zittire chi esercita il diritto al pensiero critico. Non già la critica bollata come estremismo, utopismo, oppure falsità, calunnia, ma come piccineria, meschinità, gelosia. Se mi critichi non è perché ho fatto qualcosa di riprovevole ma perché avresti voluto essere tu al mio posto [mentre andavo a letto con Berlusconi] [mentre intascavo quella mazzetta] [mentre evadevo il fisco].

Terry, “una di quelle” (si sarebbe detto un tempo) e orgogliosa di esserlo, è tetragona, lucida, perfino analitica nello spiegare la sua visione di mondo completamente interna all’egemonia culturale berlusconiana. Accetta perfettamente il suo ruolo gregario, in quanto donna e in quanto cortigiana, ed è gelidamente realista nel raccogliere le briciole del desco dell’imperatore, l’osso che questo le tira. È così convincente da far sussurrare a milioni quel “in fondo ha ragione”, “è vero che il mondo va così” con il quale tutti noi ci stiamo confrontando in queste ore.

Che si parli di prostituzione corporale o prostituzione intellettuale, quella dei giornalisti per esempio, o dei politici, la spiegazione “invidia”, per quanto risibile, è pari ad una porta chiusa oltre la quale nessun argomento (men che meno il “non sono invidioso”) è utile a dibattere.  Diventa indifferente che chi scrive o chi legge, o la sorella di tizio, o lo zio di caio, o la cugina di sempronio non si prostituiscano, neanche intellettualmente, o che non rubino, non paghino o ricevano mazzette, non evadano il fisco, ovvero cerchino di vivere il più onestamente possibile senza “vendersi la madre”. Avranno perso ogni vantaggio etico ed anzi saranno disprezzati da milioni di Terry de Nicolò o aspiranti tali che oramai popolano questo paese. Anche se è falso, è socialmente conveniente pensare che “così fan tutte”, e chi non viola la legge, umana, divina, del tresette, sia un poveretto che “vorrebbe ma non può”.

Prima di Terry, il denunciare la (presunta) invidia altrui per difendersi da critiche di carattere morale poteva essere considerato un comportamento infantile. Oggi quell’intervista fa capire come tale infantilismo sia sociale, una regressione ad uno stato di immaturità per il quale l’impunità diviene uno stato mentale. In fondo lo diceva anche la canzone: “Con quella forza / Che ha solamente / Chi è puro di mente / Presidente questo è per te / Menomale che Silvio c’è”.

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