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Libia: il nemico del mio nemico non è mio amico

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CIUDAD JUAREZ – Da mesi qualunque democratico si interroga con angustia sulla guerra in Libia. Da una parte ci sono evidenti interessi, soprattutto francesi, che travolgono la ridicola politica estera berlusconiana (un castello di carte miseramente crollato, dal Cairo a Tunisi, a Tripoli, baciamo le mani), le menzogne dei mezzi di disinformazione di massa (quella nell’immagine da Repubblica.it è particolarmente crassa nella sua gratuità ed è importante il lavoro di questi mesi e queste ore di Marinella Correggia), considerazioni geopolitiche e in alcuni casi ideologiche.

Dall’altra parte vi sono le evidenze di oltre quarant’anni di regime ma soprattutto un dato di fatto. Muammar Gheddafi, una volta patteggiato con gli Occidentali la soluzione di casi spinosi come quello di Lockerbie (sulla liberazione di Abdel Basset Ali al-Megrahi i britannici svendettero i loro morti in maniera imperdonabile), è divenuto l’implacabile massacratore di migranti in nome e per conto dei governi europei.

Esistono evidenze documentarie del fatto che decine di migliaia di migranti in questi anni sono stati incarcerati, sequestrati, ricattati, lasciati morire al sole del deserto libico in omaggio agli accordi che hanno trasformato Gheddafi da terrorista in “campione delle libertà”. Gheddafi in questi anni ha tagliato gole di migliaia di migranti in nome e per conto dei nostri tagliagole Roberto Maroni, Mario Borghezio, Roberto Calderoli e dei loro epigoni europei.

Qualunque considerazione geopolitica, come quelle che hanno legittimamente ispirato il punto di vista dei governi integrazionisti latinoamericani in questi mesi, passano in secondo piano. Nessuna lacrima può essere versata per l’assassino di migliaia di migranti Muammar Gheddafi. Chi in questi mesi ha cercato di vedere nel leader libico attaccato dagli Occidentali un campione di non si sa bene cosa finge di non vedere la complicità di questo nell’olocausto migratorio imposto dal modello neoliberale che garantisce le merci e ammazza le persone. E nessun democratico può anteporre altre considerazioni alla difesa dei diritti umani dei migranti, gli ultimi e più indifesi.

Resta un’ultima considerazione. L’oramai vicina caduta di Gheddafi segue di pochi mesi quelle di Moubarak in Egitto e Ben Alì in Tunisia e probabilmente ne precede altre nei mesi a venire, a partire da quella del regime siriano. E’ la prima ad avvenire per cause parzialmente esogene (l’intervento NATO) ma sarebbe sbagliato non coglierne innanzitutto la natura endogena regionale.

In Medio Oriente sta davvero finendo la guerra fredda e le caselle di uno scacchiere stabilite da personaggi di un’altra epoca, Leonid Breznev, Henry Kissinger, stanno lasciando spazio a nuovi incerti equilibri. Il mondo nuovo multipolare tarderà ancora anni a trovare equilibri ma la casella mediorientale, una delle auspicabili aggregazioni future, non potrà essere gestita con logiche, parametri e paraocchi novecenteschi.

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