giovedì 02 settembre 2010, 18:52

Colombia: un bambino stritolato dalla "guerra al terrorismo"

uribe_bush L’unica cosa sicura è che soprattutto la vita di Clara Rojas, la madre del piccolo Emmanuel, è in pericolo come mai prima d’ora. Metterla a tacere per sempre, tanto da parte delle FARC come da parte del governo di Álvaro Uribe, è senz’altro la soluzione più semplice. Cosa vuoi che sia un morto in più in un paese che si dissangua da mezzo secolo?

Cerchiamo di ricapitolare sfrondando. Secondo quanto ammettono adesso le stesse FARC, in un comunicato per il quale non vi è altro aggettivo possibile che "farneticante", il bambino Emmanuel, figlio di Clara Rojas, la più stretta collaboratrice di Ingrid Betancourt, non era già più con la madre da circa due anni.

Dunque le FARC hanno fatto mobilitare i governi di otto paesi, Francia, Svizzera e i sei più importanti latinoamericani, la Croce Rossa internazionale, sulla base di un falso. Nella migliore delle ipotesi supponevano di poter recuperare il bambino, ma non ne sono stati in grado e

non vale la pena di elencare le testimonianze in un senso e nel suo esatto contrario che si sono alternate in queste ore. Nella migliore delle ipotesi hanno giocato d’azzardo, esponendo ad una sconfitta tutti quelli che si spendono per una soluzione pacifica del conflitto colombiano.

La giustificazione che il bambino sarebbe stato sequestrato da Uribe nel centro di accoglienza dove loro lo avevano fatto ricoverare due anni fa è francamente patetica. Le FARC dimostrano una volta di più di essere un’organizzazione che sopravvive a se stessa, pesantemente infiltrata come le BR al tempo di Moretti, racchiusi in una logica e perfino in un’estetica militarista oramai incapace di valutare il contesto politico nel quale combattono e che ha come conseguenza il mantenere la Colombia in uno stato di guerra permanenente che impedisce alla rigogliosa società civile colombiana di democratizzare il paese, in maniera uguale e contraria a quanto fanno i paracos che esprimono la presidenza Uribe.

IL PARAMILITARE Le responsabilità evidenti delle FARC impallidiscono però di fronte a quelle di Uribe, che ha fatto di tutto per boicottare la liberazione dei tre. E’ infatti confermato dallo stesso esercito colombiano, che nelle ore nelle quali si supponeva che i tre ostaggi fossero sul punto di essere liberati, e nelle quali il governo colombiano aveva dovuto di malavoglia accettare di permettere l’operazione di riscatto, questo ha deliberatamente e pesantemente attaccato la guerriglia.

Fonti accreditate del ministero della difesa colombiano filtrano (e se ne vantano) che fossero al corrente dell’ubicazione del piccolo Emmanuel fin dal 30 novembre scorso. Se è vero, ed è probabilmente vero, questo significa che il Governo Uribe ha messo in piedi uno sporco piano per esporre ad un fallimento non tanto le FARC ma l’intera comunità internazionale, che si è mobilitata, partendo dall’odiato Chávez per finire a Nicolas Sarkozy, passando per il governo brasiliano e tutti gli altri paesi della regione, che sono e saranno parte in causa di ogni processo di pace possibile in Colombia.

Questi, se solo avessero sospettato che il bambino protagonista dell’ "Operazione Emmanuel" non fosse riscattabile, ma anzi già liberato, mai e poi mai sarebbero arrivati allo straordinario dispiegamento di altissimi rappresentanti diplomatici degli otto paesi giunti in Colombia, tra i quali l’ex-presidente argentino Nestor Kirchner, che si è espresso con termini furiosi contro Uribe. Il presidente colombiano ha mille volte mostrato sprezzo per la vita come quando ha pagato una banda di mercenari per assassinare gli 11 deputati ostaggi delle FARC per poterne incolpare questa organizzazione. Perciò la vita di Clara Rojas e anche quella di Ingrid Betancourt non è mai stata così a rischio come in queste ore.

Che Uribe abbia mantenuto segreto per 35 giorni il fatto di conoscere identità e ubicazione del bambino dimostra l’ennesimo cinico, sinistro disegno dell’Asse Bogotà-Washington, interno al Plan Colombia, nel quale il semplice impedire sulla pelle degli ostaggi un successo diplomatico al presidente venezuelano Hugo Chávez sarebbe un ben meschino risultato rispetto al disegno principale: impedire qualunque processo di pace in Colombia.

E anche se invece la notizia di Emmanuel fosse giunta a Uribe nelle ore nelle quali l’ha annunciata al mondo, la maniera con la quale ha giocato il caso, lo straordinario disprezzo mostrato comunque verso gli otto paesi, la Croce Rossa e l’intera comunità internazionale e il trattare (a tutt’oggi) il bambino Emmanuel come una sua disponibilità personale, impedendo finora qualunque controllo o contranalisi del DNA, testimoniano l’irrisolvibilità del caso colombiano finché permarrà al potere il partito della guerra.

Uribe ha fatto di tutto per boicottare la liberazione dei tre perché solo la logica della "guerra al terrorismo" può mantenere al potere l’ultimo rappresentante nel continente del neoliberismo più ortodosso, modellato oggi sulla guerra al terrorismo voluta da George Bush e del quale la Colombia dei 4 milioni di profughi (più che in ogni altro paese al mondo, dall’Iraq, all’Afghanistan alla Somalia) è il più drammatico dei fallimenti, o successi, se l’obbiettivo è invece la guerra permanente teorizzata dai neoconservatori.

Purtroppo in molti modi Uribe e le FARC sono due facce della stessa medaglia e tengono in ostaggio Clara, Ingrid, gli altri 42 ostaggi canjeables, scambiabili, 47 milioni di colombiani e tutto il continente che nell’ultimo decennio ha deciso di voltare pagina. Come Bush e Ahmadinejad sono due facce dello stesso fondamentalismo, anche Uribe e Marulanda (il capo delle FARC) non sanno e non vogliono parlare altro linguaggio che quello della guerra, perché senza guerra non esisterebbero, non esisterebbe il potere del narcotraffico, non esisterebbero le enormi rendite da genocidio che convogliano sulla Colombia miliardi di dollari in aiuti militari all’anno.

Le FARC possono recuperare un minimo di credibilità in un solo modo: liberando immediatamente Clara Rojas e Consuelo González de Perdomo. Allo stesso modo il piccolo Emmanuel deve essere restituito oggi stesso da Uribe ai familiari, nella speranza che possa riunirsi presto con la madre. Allontanare, svincolare le liberazioni dalla missione internazionale è una scelta grave che indica che tanto le FARC come il partito paramilitare di Uribe vuole che la Colombia lavi i panni sporchi in famiglia. Con più sangue.

E di fronte alla prospettiva di una comunità internazionale che si attiva e che parte da Caracas per estendersi da Buenos Aires a Berna, da Brasilia a Parigi per aprire una prospettiva di dialogo e di pace, questa non poteva non essere fatta abortire, con ogni mezzo, sulla pelle di Clara Rojas, Pablo Emilio Moncayo, Ingrid Betancourt il piccolo Emmanuel e tutti gli altri sequestrati.



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  1. erman | 5 gennaio 2008 20:03 | Rispondi

    purtroppo non credo che le Farc siano interessate alla loro immagine nel mondo,tantomeno alla credibilita’.fosse cosi’ avrebbero agito diversamente in questi anni e con una ben diversa morale,anche in relazione alla questione dei sequestri lunghissimi ed assurdi.piuttosto che fine ha fatto l’altro gruppo guerrigliero,l’ELN,di matrice guevarista?non ho da tempo notizie a riguardo

  2. Ciro Brescia | 5 gennaio 2008 23:20 | Rispondi

    COLOMBIA, CAROTENUTO E DINTORNI: FARNETICARE NON COSTA NIENTE…

    5 gennaio 2008

    In questi ultimi giorni, si è intensificato il susseguirsi di menzogne e mezze verità sulla vicenda dell’abortita liberazione unilaterale -da parte della guerriglia rivoluzionaria delle FARC- dell’ex rappresentante alla Camera Consuelo Gonzáles de Perdomo, Clara Rojas e suo figlio Emmanuel.

    Ricordiamo che a cavallo tra l’anno appena chiuso e l’inizio del 2008, la consegna dei tre prigionieri alla Carovana Umanitaria organizzata dal Presidente Hugo Chávez, formata da alti diplomatici di diversi paesi (Venezuela, Argentina, Brasile, Ecuador, Cuba, Francia e Svizzera), è saltata a causa dell’impossibilità di garantire l’incolumità a tutti i protagonisti per via dei forti e molteplici operativi militari realizzati senza sosta nell’area interessata dall’esercito governativo. Nonostante il governo colombiano si fosse impegnato a garantire condizioni propizie allo svolgimento della missione umanitaria, il mafioso Uribe ha fatto di tutto per boicottarne il buon esito, avendo pure la sfacciataggine di negare l’esistenza di operativi nell’area (che invece sono stati confermati dai comandi della brigata dell’esercito che vi opera).

    Nelle ultime ore si è avuta conferma del fatto che il piccolo Emmanuel, nato dalla congiunzione di Clara Rojas ed un guerrigliero, è apparso a Bogotá nelle mani del governo colombiano, che lo ha esibito al fine di dipingere la guerriglia delle FARC come menzognera e farsante. Sempre nelle ultime ore, un comunicato del Segretariato dello Stato Maggiore Centrale di questa organizzazione insorgente ha chiarito che il piccolo Emmanuel, proprio a Bogotá, è stato sottratto alle persone che lo accudivano per essere esibito come trofeo dalla Casa de Nariño e dai nemici dell’accordo umanitario.

    Francamente, di fronte a questa complessa e delicata situazione, ci sorprende che certi analisti nostrani della realtà latinoamericana, che abbiamo spesso apprezzato per l’indipendenza di critica e giudizio dai grandi media, si lancino in valutazioni approssimative e sputino sentenze tanto ridicole quanto fini a se stesse.

    Nel caso concreto, ci riferiamo a Gennaro Carotenuto, autore di un recentissimo articolo dal titolo “ Colombia: un bambino stritolato dalla “guerra al terrorismo” ” (pubblicato su http://www.gennarocarotenuto.it). Vale la pena di elencarne alcuni passaggi, che dimostrano come il buon Carotenuto di questioni colombiane, passate e presenti, ne sappia davvero poco.

    Secondo lui, le “FARC hanno fatto mobilitare i governi di otto paesi, Francia, Svizzera e i sei più importanti latinoamericani, la Croce Rossa internazionale, sulla base di un falso.” E’ il caso di ricordare che le FARC, impegnatesi a liberare le tre persone suddette, non hanno mai promesso alla cosiddetta comunità internazionale di comunicare dettagli operativi essenziali (come l’ubicazione e gli spostamenti dei tre) prima di prendere contatto con l’esponente venezuelano della Carovana Umanitaria, giunta nella città colombiana di Villavicencio (capitale del dipartimento del Meta). Le FARC, inoltre, hanno preso l’impegno con Chávez di liberarle, consegnandole allo stesso, ma non di farlo necessariamente nello stesso luogo e nello stesso istante.

  3. Ciro Brescia | 5 gennaio 2008 23:20 | Rispondi

    Carotenuto, inoltre, afferma che la “la giustificazione che il bambino sarebbe stato sequestrato da Uribe nel centro di accoglienza dove loro lo avevano fatto ricoverare due anni fa è francamente patetica”. Tuttavia, secondo quanto assicura il comunicato delle FARC in proposito, scritto in data 2 gennaio 2008, il bambino, naturalmente non in grado di sopportare i trambusti della guerra (costanti spostamenti, bombardamenti e privazioni materiali) e le inclemenze climatiche proprie dei boschi tropicali umidi colombiani, era stato affidato a persone di fiducia affinché se ne prendessero cura, in condizioni idonee, fino a quando non fosse stato raggiunto l’accordo umanitario. Che l’intelligence colombiana lo abbia strappato a queste persone, che lo stavano accudendo, rappresenta un sequestro.

    Quando Carotenuto asserisce che “Secondo quanto ammettono adesso le stesse FARC, in un comunicato per il quale non vi è altro aggettivo possibile che “farneticante”, il bambino Emmanuel, figlio di Clara Rojas, la più stretta collaboratrice di Ingrid Betancourt, non era già più con la madre da circa due anni”, incappa in una svista a dir poco imbarazzante; lo invitiamo a leggere attentamente il suddetto comunicato, e si accorgerà che la favola “dei 2 anni”, diffusa ad arte dalla macchina goebbelsiana di Uribe, non viene assolutamente confermata né citata.

    Il fondo poi è toccato quando nell’articolo leggiamo una grottesca sentenza, questa sì prepotentemente farneticante: “Le FARC dimostrano una volta di più di essere un’organizzazione che sopravvive a se stessa, pesantemente infiltrata come le BR al tempo di Moretti, racchiusi in una logica e perfino in un’estetica militarista oramai incapace di valutare il contesto politico nel quale combattono e che ha come conseguenza il mantenere la Colombia in uno stato di guerra permanente che impedisce alla rigogliosa società civile colombiana di democratizzare il paese, in maniera uguale e contraria a quanto fanno i paracos che esprimono la presidenza Uribe.”

    Se le FARC “sopravvivessero a se stesse”, non si spiegherebbe come riescano a resistere gagliardamente al più mastodontico piano militare di sterminio lanciato dal South Com del Pentagono (il Plan Patriota), né come potrebbero continuare a dispiegare unità e colonne in lungo e in largo per la Colombia. Inoltre, le affermazioni di Carotenuto sono smentite dall’innegabile crescita permanente di una miriade di organizzazioni di massa, del Movimento Bolivariano per la Nuova Colombia e del Partito Comunista Clandestino, diversi nel loro modo di agire e nel grado di coscienza e strutturazione dei loro attivisti o militanti, ma tutti orientati ed indirizzati dalle FARC. Il moltiplicarsi delle lotte sociali, rivendicative e non, che hanno attraversato il 2007 contro l’imposizione di un modello ulteriormente corporativo e liberista da parte del fantoccio Uribe, non è casuale e non proviene da una inesistente “rigogliosa società civile”.

  4. Ciro Brescia | 5 gennaio 2008 23:27 | Rispondi

    Aldilà del concetto altamente discutibile di “società civile”, che vuol dir tutto ed il contrario di tutto e che non caratterizza e descrive in alcun modo i settori popolari e di classe oppressi dal regime, va ribadita una realtà: chiunque in Colombia abbia messo e metta veramente in discussione i privilegi di un’oligarchia sanguinaria, muovendosi in un ambito legale ed alla luce del sole, viene immancabilmente perseguitato, arrestato, fatto sparire o ammazzato.

    La guerra, signor Carotenuto, non è stata lanciata dal movimento guerrigliero al Paese; la guerra è la politica dello Stato (e dei suoi governucol i di turno) per mantenere schiacciato un popolo che ha il diritto/dovere di ribellarsi, in tutti i modi possibili. La storia contemporanea di questo paese andino-amazzonico, che andrebbe studiata più attentamente da chi scrive di questioni colombiane dal proprio pulpito, evidenzia, dal massacro delle Bananeras (dicembre ’28), passando per l’eliminazione del leader Jorge Eliécer Gaitán (9 aprile ’48) fino al genocidio dell’Unión Patriotica, che per democratizzare la Colombia è ineludibile obbligare l’oligarchia a cedere, ed è essenziale cambiare strutture economico-sociali e politiche così ingiuste e sperequative.

    Purtroppo, le affermazioni infondate nell’articolo in questione non finiscono qui. Secondo l’autore, “Allontanare, svincolare le liberazioni dalla missione internazionale è una scelta grave che indica che tanto le FARC come il partito paramilitare di Uribe vuole che la Colombia lavi i panni sporchi in famiglia. Con più sangue.” Di fatto, nel loro comunicato le FARC chiedono al Presidente Chávez di “mantenere viva la speranza nello scambio mediante il suo coerente impegno umanitario”, e precisano che lo Stato deve smilitarizzare i due municipi sud-occidentali di Pradera e Florida, in modo che “si proceda immediatamente alla verifica ed alla realizzazione del primo incontro per convenire l’Accordo Umanitario, che comunque si a deve darsi con l’accompagnamento della comunità internazionale”.

    E’ curioso non trovare nei paragrafi di Carotenuto neanche un cenno alle oltre 150.000 persone passate arbitrariamente per le carceri in oltre 7 anni di regime uribista, né alla situazione disumana tipo Guantanamo in cui si trovano i guerriglieri bolivariani Simón Trinidad e Sonia, estradati illegalmente e sulla base di montature giudiziarie negli Stati Uniti, in cui le giurie hanno più volte invalidato i processi a loro carico per l’assoluta inconsistenza delle “prove” (costruite ad arte da Uribe e dalla CIA).

    Senza soffermarci sulla stolta comparazione tra “le BR al tempo di Moretti” e le FARC, che, oltre ad essere fuori luogo è anche la dimostrazione limpida dell’abbondante ignoranza di Carotenuto in materia, si dimostra infame -ed in linea con i peggiori pennivendoli- l’equiparazione dell’insorgenza colombiana e del paramilitarismo di Stato.

    Riempirsi la bocca di buoni auspici in merito ad un processo di pace in Colombia, a partire da un eventuale scambio di prigionieri, non è sufficiente; senza cambiamenti strutturali, come quelli che le FARC propongono nella Piattaforma Bolivariana (riforma agraria ed urbana integrali, moratoria del debito estero, ridiscussione del modello economico, riconoscimento de facto e non solo de iure dell’autonomia indigena, cambiamento drastico della dottrina delle forze armate, ecc.), in Colombia non potrà esserci pace.

    Chi, con un linguaggio più o meno progressista o pseudo-pacifista, predica la smobilitazione dell’insorgen za come equivalente finale di una “pace” sulla carta, firmata in assenza di misure tendenti alla costruzione di giustizia sociale, si sbaglia e si illude.

    Per il momento, il piccolo Emmanuel è sano e salvo. Gli sbirri di Uribe, che l’hanno sequestrato, devono consegnarlo immediatamente alla famiglia Rojas. Portarlo a Bogotá, in una circostanza temporalmente sconosciuta, non denota menzogna o “azzardo” da parte delle FARC, bensì senso di responsabilità, coscienza umanitaria e sensatezza. Quando tutti pensavano che il bambino fosse cresciuto e si trovasse nella selva, fioccavano le condanne e le accuse di “crudeltà”, “maltrattamenti”, “mancanza di rispetto per l’infanzia” e via dicendo. I fatti hanno dimostrato che così non è. Nonostante sia stato messo in piedi il circo del IBPF (Istituto Colombiano del Benessere Familiare), in cui per miracolo sarebbe apparso Emmanuel, le persone che lo hanno accudito veramente saranno accusate senza dubbio di chissà quale crimine da un regime che è campione di violazioni dei diritti dell’infanzia.

    La battaglia internazionale per lo scambio di prigionieri continua, e alla fine s’imporrà. Ma sia chiaro che scambio vuol dire SCAMBIO, e cioè reciprocità nel dare e nel ricevere. Chi si ostina a chiedere senza ritegno solo gesti unilaterali alla guerriglia, è fuori strada.

    Max Lioce
    Associazione nazionale Nuova Colombia
    http://www.nuovacolombia.net

  5. Ciro Brescia | 5 gennaio 2008 23:36 | Rispondi

    Mi sembra piuttosto esaustiva la risposta del compagno Max Lioce al signor Carotenuto e per tanto ho ritenuto opportuno postarla.
    Trovo piuttosto deprimente mettere sullo stesso piano le Farc-ep ed Uribe ma, ancora peggio, è di sicuro giornalisticamente scorretto parlare delle Farc come di una organizzazione che sopravvive a se stessa, contraddicendo l’oggettività delle cose poichè le Farc-EP negli ultimi anni non hanno fatto altro che accrescersi numericamente, qualitativamente, militarmente e politicamente. Ciò può piacere o meno ma è un dato di fatto incontrovertibile.

  6. Alessandro Vigilante | 5 gennaio 2008 23:37 | Rispondi

    Caro erman,
    non so da dove scrivi. Qui dal Brasile non posso non concordare con la lettura di Gennaro quando valuta giustamente che le contrapposizioni di ordine militare sono ormai sorpassate dalla congiuntura sudamericana, fatta di emergenza di una volontá partecipativa delle organizzazioni della societá civile (sindacati, cooperative, associazioni e vari gruppi sociali, culturali, formali ed informali rappresentando donne, quilombolas, GLS, ecc.).
    Qui nella Bahia siamo come Teresa Batista, STANCA DI GUERRA.
    Gli ideali guevaristi e popolari non sono piú cosí isolati e contrastati come una decina di anni fa, per cui é ora di articolarsi su basi piú ampie e creative. Senza arrendersi, senza rinunciare ai sogni piú utopici, ma con METODOLOGIE di lotta aggiornate e contestualizzate alla situazione ed ai tempi.
    Con solidarietá sostenibile.
    Alessandro.

    Info per Gennaro e chi ne fosse interessato: ho tradotto questo articolo e lo ho postato nel blog di Emir Sader in Carta Maior. Sono in attesa che lo moderino e lo pubblichino. Quando sará accessibile forniró il link.

  7. Ciro Brescia | 6 gennaio 2008 00:05 | Rispondi

    Questo è il comunicato ufficale

    FARC-EP: URIBE HA SEQUESTRATO EMMANUEL

    1. Esperto in cortine fumogene, il governo narco-paramilitare di Uribe Vélez, previa consultazione col suo padrone a Washington, ha deciso di sequestrare a Bogotá il bambino Emmanuel con l’infelice proposito di sabotare la sua consegna, quella di sua madre Clara Rojas e quella di Consuelo Gonzáles de Perdomo, al Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela Hugo Chávez.

    2. Con questo nuovo fatto, che si aggiunge all’intensificazione degli operativi bellici nell’area, Uribe mira a disattivare il trascendentale lavoro umanitario del Presidente Chávez, seminando la sfiducia tra i delegati internazionali e contrapponendo nuovi ostacoli e campagne mediatiche ad una decisione unilaterale che esprime la volontà politica delle FARC di portare avanti lo scambio di prigionieri. Lo ribadiamo in questa occasione: Uribe non è programmato dai gringos né per lo scambio umanitario, né per la pace.

    3. L’opinione pubblica nazionale ed internazionale comprende molto bene che Emmanuel non poteva stare nel mezzo delle operazioni belliche del Plan Patriota, dei bombardamenti e combattimenti, degli spostamenti permanenti e delle contingenze della selva. Per tali ragioni questo bambino, il cui padre è un guerrigliero, era stato sistemato a Bogotá ed accudito da persone per bene in attesa che venisse firmato l’accordo umanitario. Uribe, che ha già sequestrato nella capitale le prove di sopravvivenza dirette al Presidente Chávez, ora sequestra Emmanuel. Così come ha catturato ed arrestato i messaggeri umanitari, ora si appresta a procedere allo stesso modo contro le persone incaricate di accudire il bambino. Emmanuel sarebbe stato consegnato, insieme a sua madre, al Presidente del Venezuela Chávez.

  8. Ciro Brescia | 6 gennaio 2008 00:05 | Rispondi

    4. Con il governo Uribe, che ostinatamente si è rifiutato di smilitarizzare Pradera e Florida per parlare di accordo umanitario, non ci siamo presi impegno alcuno che gli permetta di andare a dire in giro che non stiamo mantenendo la parola. Per principio, morale ed etica rivoluzionaria le FARC non usano come metodo la tortura, e ancor meno se si tratta di un bambino. I veri torturatori stanno nell’esercito, nelle forze di polizia e tra gli agenti del governo narco-paramilitare che ha occupato il Palazzo di Nariño.

    5. Il processo di liberazione di Clara Rojas e Consuelo Gonzáles de Perdomo andrà avanti, così come abbiamo offerto al governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela. Questa è la decisione delle FARC. A tal fine non stiamo chiedendo al signor Uribe alcun corridoio di sicurezza; ciò che abbiamo reiterato, e che ratifichiamo, è la necessità della smilitarizzazione di Pradera e Florida, per procedere subito alla verifica ed alla realizzazione del primo incontro, allo scopo di convenire lo scambio umanitario, che ad ogni modo deve darsi con l’accompagnamento della comunità internazionale.

    6. Aldilà di queste vicissitudini, chiediamo al Presidente Chávez di mantenere viva la speranza nello scambio attraverso il suo coerente impegno umanitario, che consideriamo un passo necessario verso la ricerca di una soluzione politica e diplomatica del conflitto sociale ed armato che vive la Colombia.

    Segretariato dello Stato Maggiore Centrale delle FARC-EP

    Montagne della Colombia, 2 gennaio 2008

  9. Annalisa Melandri | 6 gennaio 2008 00:07 | Rispondi

    @Alessandro, peccato che in Colombia le metodologie di lotta aggiornate e contestualizzate alla situazione dei tempi producono massacri da parte dei paramilitari e dell’esercito, come San Josè di Apartadò dove non molti giorni fa è stato ucciso un’altro appartenente della Comunità dai soldati di Uribe, con l’accusa di essere un guerrigliero.
    Voglio dire che non è semplice in quel contesto parlare di basi ampie e creative.
    Ciao

  10. erman | 6 gennaio 2008 02:21 | Rispondi

    guarda Alessandro,anch’io son d’accordissimo con l’articolo di Gennaro,chiedevo dell’ELN perchè conoscevo questo gruppo guerrigliero e non ne avevo piu’ notizia.vedo invece molto gagliardo e combattivo il signor Ciro Brescia,e mi chiedo,visto il suo ardore,se non sia il caso di farsi un volo in Colombia dai suoi amici FARC,catapultarsi nella selva,e tramutare in fatti tutti i suoi agguerriti e minacciosi proclami!

  11. Alessandro Vigilante | 6 gennaio 2008 02:33 | Rispondi

    Compagni.
    TENGHE 3 COSE DA DICERE.

    1) Amo firmare i miei messaggi personali con alcune frasi per mantenere vivo uno stimolo costante alla riflessione. Una delle 3 é: “Dimmi COME lo fai e sapró DOVE vuoi arrivare.”
    Non dovrei aggiungere altro, il concetto mi pare chiaro, ma se qualcuno avesse dubbi puó (su google o nelle librerie) leggersi qualcosa sulla vita (soprattutto) e le opere di un filosofo, pedagogo e molto altro, che si chiama Paulo Freire. É morto di recente, nel 1997.
    Purtroppo, molti compagni sedicenti rivoluzionari sono ancora fermi ad un altro filosofo, che a suo tempo forse é stato importante, ma la cui piú famosa sentenza oggi MI FA SOLO VOMITARE L´ANIMA. Il filosofo ritardato é Macchiavelli e la sua famosa frase é: “Il fine giustifica i mezzi.”
    É vero che la sapienza popolare giá da tempo gli aveva risposto: “Chi di spada ferisce, di spada perisce”. Per cui la partita stava 1 a 1. Per cui per vincere il gioco nelle olimpiadi della liberazione é ovvio che dovevamo cambiare tattica.
    Sulla base di una vita spesa (anche) a lottare per questa benedetta liberazione, la mia esperienza a contatto con le masse popolari, mi ha insegnato che (semplificando): fino ad oggi, in qualsiasi societá, nelle situazioni politiche piú propizie, al massimo il 20% (e sono ottimista) si impegna e partecipa attivamente al lavoro popolare per il cambiamento delle condizioni sociali e politiche. Questa percentuale, nel caso di scelta militare (appartenere a gruppi insurgenti clandestini), scende a numeri molto ma molto piú bassi.
    Chi sogna un nuovo mondo possibile, il socialismo, il comunismo, come me, ha il dovere (ed il diritto) di voler veder crescere questa partecipazione, pena il cadere nella contraddizione di voler imporre alla maggioranza qualcosa che sta solo nelle teste di una minoranza (per quanto suggestive che possano essere le idee della stessa), e questo lo chiamiamo autoritarismo.
    (continua)

  12. Alessandro Vigilante | 6 gennaio 2008 02:34 | Rispondi

    Ma chi ama il militare é pronto a dichiarare anche che nella Colombia é “inesistente una rigogliosa società civile”, come se questa condizione fosse un successo da andare fieri!
    Aggiungo che un errore ricorrente dei compagni (soprattutto intrisi del paradigma mascolino: prendi e scappa), é stato quello di pensare: “Prendiamo il potere, e DOPO realizziamo il socialismo come ci pare”.
    Metodologicamente, spero che abbiamo capito che eravamo in errore.
    Se non cominciamo a PRATICARE (azzeccando, sbagliando, correggendo, rivedendo, rifacendo, conquistando, ritraendosi, riadequando, ecc.) pezzetti di socialismo fin d´ora, come possiamo essere certi che quando (e se) arriverá il momento di stare lí nei governi, nelle amministrazioni, con la responsabilitá di gestire la nostra societá, saremo capaci di farlo funzionare sto socialismo (e quale)?
    Abbiamo il dovere ed il diritto di vivere, costruire il nostro socialismo fin d´ora. E qui l´importanza del COME. Se la nostra esperienza rivoluzionaria si limita al militare, allo stare nascosti nella selva, a pulire i fucili e gli scarponi, come pretendiamo (se arriva il momento) di saper gestire una societá dove si aprano finestre di felicitá, di bambini che giocano, di comunitá fiorenti, di cultura, arte, e tutto il resto che il popolo si merita?
    Siamo stanchi, francamente stanchi di queste posizioni militariste. Come Teresa Batista, STANCA DI GUERRA. Che lo annuncino propagandisticamente le FARC nella selva lo si puó comprendere, ma parole come: “il trascendentale lavoro umanitario del Presidente Chávez” non vi fanno un poco pena? Adesso vogliamo osannare Chávez alla stessa maniera di come i fondamentalisti evangelici chiamano il “pastore tedesco” (in arte Papa)? Trascendentale? Spero che sia stato un difetto del traduttore in italiano che si é un poco eccitato e allora gli risponderei con Ennio Flaiano: “Chi rifiuta il sogno, deve masturbarsi con la realtà”.
    (continua)

  13. Alessandro Vigilante | 6 gennaio 2008 02:35 | Rispondi

    2) Sono stanco, anzi non mi é mai andata giú l´IPOCRISIA. Ed il fatto di annunciare che si libereranno 3 (dico 3) ostaggi, quando non si ha il controllo totale su di uno di essi, se non é ipocrisia, é una bugia. Bugie sincere mi interessano, ma sul piano delle idee. Non quando si sta parlando di una vita umana e di tutto il mondo di sinistra aspettando finalmente di assistere ad una sconfitta di Bush e ad una vittoria delle forze del nostro lato. Adesso che la cosa é fracassata in questo modo, andatevi a leggere le prime pagine dei media: tutti in prima pagina a intingere il biscotto nell´operazione andata a male. Chi ci perde?

    3) “Farneticante”, “ridicolo”, “grottesco”, “ignorante” e “senza ritegno”. Pronunciati e scritti da un compagno qui, non sono apprezzamenti per Uribe o per Bush. Noooo! Sono l´esempio di come noi sedicenti di sinistra siamo masochisti. Sono il giudizio personale di un compagno per un altro che dice cose (un tantino) differenti da lui.
    Per noi di sinistra, o le cose vanno bene (poche volte), o le cose vanno male (come questa volta), dobbiamo sempre scagliarci uno contro l´altro, che fino a poco prima era un grande compagno ed adesso un “signore”. Mi fanno venire in mente la frase “boia chi molla”. Ed é per questo che voglio concludere di nuovo con un doloroso Flaiano: “In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti.” Solo che di esempi di questi compagni “rivoluzionari” impavidi che non si fermano di fronte a niente, ce ne sono ancora purtroppo in tutti i canti del pianeta.
    (continua)

  14. Alessandro Vigilante | 6 gennaio 2008 02:35 | Rispondi

    Per conludere vorrei suggerire la lettura di una poesia:

    Per quelli che verranno

    Siccome so poco e sono poco,
    faccio il poco che mi compete
    dandomi per intero.
    Sapendo che non vedró
    l´uomo che voglio essere.

    Giá ho sofferto abbastanza
    per non ingannare nessuno:
    soprattutto quelli che soffrono,
    nella propria carne, gli artigli
    dell´oppressione, e neanche lo sanno.

    Non possiedo il sole nascosto
    nelle mie tasche di parole.
    Sono semplicemente un uomo
    per il quale la prima e desolata
    persona del singolare,
    giá é andata smettendo,
    lentamente, sofferta,
    di esistere, per trasformarsi,
    con molta piú sofferenza,
    nella prima e profonda persona
    del plurale.

    Non importa che duoli: é tempo
    di avanzare mano nella mano
    con chi va nello stesso percorso,
    anche se ancora sia lontano
    dall´apprendere a coniugare
    il verbo amare.

    É tempo soprattutto
    di smettere di essere appena
    la solitaria avanguardia
    di noi stessi.
    St tratta di andare all´incontro
    (Dura nel petto, arde la limpida
    veritá dei nostri errori.)
    Si tratta di aprire il cammino.

    Quelli che verranno, saranno popolo,
    e sapranno esserlo, lottando.

    Thiago de Mello
    (Poeta brasiliano legato ai movimenti popolari, soprattutto al Movimento Sem Terra)
    Traduzione dal Portoghese: Alessandro Vigilante

    Saluti solidali, sostenibili e comunisti.
    Alessandro Matteo Luca Vigilante

    Il futuro é marcato, ma ancora non é stato scritto.
    #
    Dimmi come lo fai e saprò dove vuoi arrivare.
    #
    Bugie sincere mi interessano.

  15. Gennaro Carotenuto | 6 gennaio 2008 11:31 | Rispondi

    Ho risposto con un altro post al comunicato sul “signor Carotenuto” dell’ “Associazione Nuova Colombia”.

    Per il resto mi sento particolarmente vicino alle cose che scrive Alessandro, anche se non son sicuro che i commenti siano pubblicati nel giusto ordine… ;)

  16. Ciro Brescia | 6 gennaio 2008 14:39 | Rispondi

    Grazie al signor Erman per il gagliardo e combattivo, ma i comunicati non sono miei bensì delle Farc-Ep e visto che di loro si sta discutendo forse sarebbe il caso che tutti abbiano la possibilità di leggerli per potersi fare una opinione.

    Ma a proposito di ciò che dice Vigilante: “Se la nostra esperienza rivoluzionaria si limita al militare, allo stare nascosti nella selva, a pulire i fucili e gli scarponi, come pretendiamo (se arriva il momento) di saper gestire una societá dove si aprano finestre di felicitá, di bambini che giocano, di comunitá fiorenti, di cultura, arte, e tutto il resto che il popolo si merita?”, sei proprio sicuro che una organizzazione politico-militare come le Farc “si limita al militare”? Mi sembra evidente che se si fosse limitata solo a questo oggi non esisterebbe nè politicamente, nè militarmente.

    Dal punto di vista linguistico ‘trascendentale’ nel suo significato estensivo vale anche come “ciò che va oltre la normalità”, quindi, in tutta evidenza, niente a che fare con l’iperuranico.

    Le Farc-Ep, non da ora, dichiarano ad ogni piè sospinto di lavorare per una soluzione politica al conflitto, ma sempre in tutta evidenza, ciò non dipende solo da loro.

    L’operazione è andata male ma la storia non è finita ed è perfettamente normale che i media borghesi sparino su una operazione andata a male, come è perfettamente normale che non avrebbero certo tessuto le lodi di Chavez come mediatore o delle Farc se fossero riusciti subito nell’intento, nel caso in cui l’operazione fosse andata a buon fine.

    Mai come in questo periodo è del tutto evidente che i “giornali comunisti” siano assolutamente letali in certi ‘trascendentali’ frangenti (vedi taluni che di mestiere fanno i giornalisti – a titolo esemplificativo ma non certo esaustivo – la Nocioni su “Liberazione” e purtroppo, evidentemente, l’amico Piccoli su “Il Manifesto”).
    Grazie anche al signor Carotenuto che democraticamente dà la possibilità di un giornalismo partecipativo.

  17. Ciro Brescia | 6 gennaio 2008 14:54 | Rispondi

    Altro elemento da sottolineare è che la partenogenesi – magari con qualche dispiacerte per certo ‘femminismo’ – per l’homo sapiens sapiens non vale, il piccolo Emmanuel non è mai stato sequestrato dalle Farc-Ep ma anzi, per quanto se ne sa, è figlio di un guerrigliero. Non sarebbe il caso di sottolinearlo questo aspetto o pensiamo che questo sia un fatto del tutto secondario come fanno di norma i media mainstream?

  18. Gennaro Carotenuto | 6 gennaio 2008 15:55 | Rispondi

    Caro Ciro,
    cerca solo di non offendere l’intelligenza di noi tutti.

    Da sottolineare c’è solo che il piccolo Emmanuel è nato in cattività da una donna sequestrata e tenuta in condizioni di disumana prigionia per anni.

  19. Annalisa Melandri | 6 gennaio 2008 16:14 | Rispondi

    Caro Ciro, con tutta la simpatia che posso avere per il movimento insorgente delle FARC mi sento di dirti che il buon senso non andrebbe mai perso di vista.
    Cari saluti.

  20. Ciro Brescia | 6 gennaio 2008 16:39 | Rispondi

    Non vedo perchè l’intelligenza di qualcuno dovrebbe offendersi nel sottolineare un dato di fatto indiscutibile. Qui non si tratta di semplici simpatie o di antipatie; è evidente che la Colombia è un paese in guerra e non da oggi e posso anche immaginare che in guerra non accadano cose piacevoli e di esseri umani che purtroppo vivono in situazioni di prigionia ce ne sono molti, ma molti di più, della Betancourt e Rojas.
    Il padre di Emmanuel è un guerrigliero. Ci si può innamorare nella selva? Si può anche condurre una vita umana oltre che a pulire fucili e lucidare stivali? Dire ciò significa mancare di buon senso o offendere qualche particolare sensibilità? Francamente non credo.
    Saluti

  21. Alessandro Vigilante | 6 gennaio 2008 17:39 | Rispondi

    Cara Annalisa,
    purtroppo sono un irriducibile rompiscatole (scambiato a volte per un provocatore…) e confesso che mi aspettavo di piú da te.
    Capisco che fa male… Anch´io mi sto leccando le ferite (da buon “elefante” che sono).
    Ma, da una simpatizzante insurgente come te (senza ironia e con tutto il rispetto), non mi aspettavo semplicemente un appello al “buon senso”.
    Quale sia questo “buon senso” in condizioni di lotta politica “civile” giá é impossibile definirlo, figurati nelle condizioni “militari”.
    Di fatto, io non mi aspetto “buon senso” dalle FARC e da altri gruppi guerriglieri, ma per lo meno un “senso”, una “direzione” politica, un “andiamo dove?”. E che “senso” abbia avuto questa vicenda lo puoi leggere sulle prime pagine di tutti i media mondiali…

    Spero ti piaccia il testo (di una cantautrice brasiliana che amo) sul “buon senso”:

    Non mi piace il buon gusto
    Non mi piace il buon senso
    Non mi piacciono i buoni modi
    Non mi piacciono

    Io sopporto anche il rigore
    Io non ho pena dei traditi
    Io ospito infrattori e banditi
    Io rispetto convenienze
    Non mi interessano le concertazioni
    Io sopporto le apparenze
    Non mi piacciono i maltrattamenti

    Ma quello che non mi piace é il buon gusto
    Non mi piace il buon senso
    Non mi piacciono i buoni modi
    Non mi piacciono

    Io sopporto perfino i moderni
    ed i loro secondi quaderni
    Io sopporto perfino i benpensanti
    e le loro veritá perfette

    Ma quello che non mi piace é il buon gusto
    Non mi piace il buon senso
    Non mi piacciono i buoni modi
    Non mi piacciono

    Io sopporto perfino gli esteti
    Io non giudico le competenze
    Non mi interessa l´etichetta
    Io applaudo ribellioni
    Io rispetto tirannie
    Io comprendo pietá
    Io non condanno le menzogne
    Io non condanno le vanitá

    Ma quello che non mi piace é il buon gusto
    Non mi piace il buon senso
    Non mi piacciono i buoni modi
    Non mi piacciono

    A me piacciono quelli che hanno fame
    Quelli que muoiono dalla voglia
    Quelli che bruciano di desiderio
    Quelli che ardono…

    Adriana Calcanhotto

  22. erman | 6 gennaio 2008 18:05 | Rispondi

    il dibattito è stato interessante,ed il mio modesto punto di vista è questo:come dice una mia amica colombiana,io non sto con le FARC nè tantomeno con uribe.sto con la gente,col popolo che viene preso nella morsa di questa banda di imbecilli,di narcotrafficanti e di politici corrotti ed infami.le FARC non hanno la moralita’ e la capacita’ per essere una forza d’opposizione,e la triste vicenda del bambino ne è la chiara dimostrazione

  23. Ciro Brescia | 6 gennaio 2008 19:23 | Rispondi

    Come mai le mie risposte non appaiono più? E’ scattata già la censura? Ottimo esempio di democrazia partecipativa e di tolleranza!

  24. Gennaro Carotenuto | 6 gennaio 2008 19:27 | Rispondi

    Ciro, Clara Rojas è una persona innocente sequestrata da anni ed Emmanuel è un bambino nato in cattività.

    Questo è quanto sappiamo ed è inumano.

    Eventuali Bucoliche allo stato sono fantasie.

  25. Annalisa Melandri | 6 gennaio 2008 19:28 | Rispondi

    @Alessandro l’appello al buon senso era rivolto a Ciro e alla sua uscita alquanto fuori luogo sulla partenogenesi…per il resto sono in pausa di riflessione, quindi non aspettarti molto da me.
    Bye Bye.

  26. Ciro Brescia | 6 gennaio 2008 20:29 | Rispondi

    Una battuta del tutto innocua, cara Annalisa, molto meno innocua di chi fa ironia sui “nemici del popolo” che attendono “l’ora dell’esecuzione”.
    Conosco personalmente Guido Piccoli, discutiamo spesso quando ci vediamo e per quanto mi rigurada certe uscite su ‘Il Manifesto’ se le potrebbe pure evitare, comunque conosco le sue posizioni (che ovviamente in certi casi non posso condividere) ma mi rendo anche conto che per avere la possibilità di scrivere sul ‘quotidiano comunista’ si devono fare certe scelte.
    Ho conosciuto Thiago de Mello a L’Havana nel 2006 ed è certamente una persona poeticamente densa come certamente lo era Paulo Freire, un autentico rivoluzionario, ‘l’Educazione come pratica della Libertà’ e ‘La Pedagogia degli oppressi’, sono stati i miei testi formativi che ritengo più importanti; detto questo non mi metterò mai pregiudizialmente a fare il tiro al piccione sulle Farc (cosa che va tanto, ma proprio tanto, di moda). Una organizzazione politico-militare con decenni di esperienza ed una egemonia sulla società tutt’altro che secondaria – se la sono conquistata solo con le armi? – con tutti gli errori che può aver commesso (ma che devono sempre essere argomentati in maniera circostanziata) non ha alcun senso definirla una “banda di imbecilli”. Nei contesti di guerra non si può dire tutto, si rischia di favorire il nemico. Uribe ha fatto intendere che Enmanuel fosse stato torturato. Una cosa del genere non gioverebbe certamente all’insorgenza; allo stesso modo qualcuno potrebbe velatamente far intendere che la Rojas sia stata brutalmente violentata (infondo i media borghesi non vogliono far credere che sono una banda di criminali, feroci assassini e cose del genere?). Pensare che le Farc si pongano l’obiettivo di far fare una brutta figura a Chavez è proprio fuori luogo, come è certo che Uribe ha fatto arrestare gli emissari che portavano le prove in vita dei prigionieri a Chavez. Avranno scoperto così dove si trovava il bambino?

  27. Alessandro Vigilante | 6 gennaio 2008 20:43 | Rispondi

    Caro Ciro,
    io non voglio cadere nello stesso errore che imputavo a molti compagni, scagliandomi contro di te (poverino) che qui stai essendo criticato da tutti.
    Ma, per favore, fai un piccolo sforzo (perché evidentemente non sei stato mai “nella selva”, come me del resto), a contatto con fucili, scarponi infangati, guerriglieri “stanchi di guerra” e “prigioniere”…
    C´é stata evidentemente una relazione sessuale tra un “guardiano” ed una “prigioniera”. (consenziente? non lo sappiamo)
    Ne é scaturita una gravidanza. (consenziente? non lo sappiamo)
    É nato un bambino.
    Non so che succede agli altri bambini nati nella selva (se é permesso dalla guerriglia ne nascano) tra guerriglieri e guerrigliere. Nel caso di questo bambino si é scelto di toglierlo dal seno materno dopo piú o meno un anno di vita (terribile per la madre e per il bambino). (la madre é stata consenziente? non lo sappiamo)
    Se la madre non era consenziente all´allontanamento, la decisione é stata vergognosamente (e per niente rivoluzionariamente) maschilista.
    Se la madre era consenziente all´allontanamento, puó essere che ha concordato con la visione guerrigliera che fosse meglio per il bambino essere accudito in una situazione piú sostenibile. E se c´é tutta questa affinitá di intenti tra “guardiano” e “prigioniera”, perché la “prigioniera” é trattata ancora come tale? (non lo sappiamo).
    Si potrebbero fare ancora molti sforzi di riflessione e spero che tu non li rifugga semplicisticamente e maschilmente dicendo che “Il padre di Emmanuel è un guerrigliero”. E la madre? E il bambino?

    É triste tutto ció, é triste sapere della situazione autoritaria e violenta con cui sono trattate le comunitá popolari in Colombia, é triste dover riconoscere che, a volte, l´unica via d´uscita sono le armi, per difendere la propria vita ed i propri ideali.
    Quello che abbiamo il DOVERE di analizzare, discutere, proporre, é come uscire da tutta questa tristezza. Senza basarci sul paradigma macchiavellico.
    (continua)

  28. Alessandro Vigilante | 6 gennaio 2008 20:44 | Rispondi

    Il NOSTRO fine NON giustifica (e sulla base dell´insegnamento del Che: non lo ha mai giustificato) mezzi disumani. Quando lo si fa, purtroppo, ci si ALLONTANA dal socialismo, dal comunismo, da un nuovo mondo POSSIBILE. Come risulta evidente in questa vicenda disumana in tutti gli aspetti.
    E chi ne é pregiudicato non é solo il guerrigliero padre, la “prigioniera” madre, il capro espiatorio figlio, ma tutta la comunitá popolare colombiana, latinoamericana e mondiale, per la quale i guerriglieri si onorano di star combattendo, in nome di ideali di liberazione.
    Io non ho soluzioni d´oro in tasca, ma so che cosa non sono disposto piú ad accettare in nome di ideali che, se non confermati dalla praxis QUOTIDIANA, finiscono per essere periodicamente disattesi.
    La guerra (l´ambito militare) é una porcheria, ed é per questo che i fascisti (e la destra) ci sguazzano. Per noi sognatori di un mondo senza guerra, l´obbiettivo principale deve essere quello di impegnarci quotidianamente (in qualsiasi posto del mondo attuiamo) per uscire da questo paradigma. Per chi vive situazioni come la Colombia é difficile, e ció significa che si é esposti spesso ad errori (ma é sempre diabolico perseverare).
    Per chi ha la grande fortuna di star fuori da quelle bolgie, é imperativo non essere superficiali. Solidarietá alle FARC contro Uribe: si! Ma giustificare a tutti i costi il paradigma militare, non fa parte della NOSTRA tradizione RIVOLUZIONARIA.
    Se un compagno sente di essere importante (mai indispensabile) per la lotta per la liberazione, ha il dovere di vivere il piú a lungo possibile la sua vita quotidiana nelle comunitá, tra la gente umile (quella che non ha ancora acquisito pienamente la coscienza “per se”) ed essere un esempio vivente della utopia che vogliamo. La guerra permanente ed i militari NON fanno parte della nostra utopia.
    Con solidarietá sostenibile.
    Alessandro

  29. Ciro Brescia | 6 gennaio 2008 20:45 | Rispondi

    Un altro messaggero delle Farc – il fratello del membro del segretariato Mono Jojoy? – è stato ucciso dall’esercito nella sua missione di informare Chavez che ovviamente non ha potuto portare a termine. Basta consultare aporrea.org per raccogliere un po’ di notizie al riguardo. Mi sembra che tutto lasci pensare che le Farc-Ep abbiano tutto l’interesse per liberare le due prigioniere e che invece il governo di Uribe stia facendo di tutto per far saltare l’operazione, scaricare tutte le responsabilità su Tirofijo come fa Guido Piccoli mi sembra quanto meno ingeneroso, non riconoscendo gli sfrozi messi in campo. Non dimentichiamoci che poi esiste una lista di 500 prigionieri nelle carceri uribiste di cui si richede la liberazione. In passato scambi di prigionieri sono avvenuti con una certa agilità ma gli anni in cui Pastrana demilitarrizzava intere regioni per incontrarsi con Tirofijo e avviare tavoli di pace sembrano impossibili fino a quando ci sarà Uribe.

  30. Alessandro Vigilante | 6 gennaio 2008 23:50 | Rispondi

    Ciro,
    “Nei contesti di guerra non si può dire tutto, si rischia di favorire il nemico.”
    APPUNTO.
    (Spiegami che cosa ha a vedere questo con l´esempio vivo di Paulo Freire e la sua ‘Educazione come pratica della Libertà’.)
    La rivoluzione solo per pochi intimi, che sanno tutto, ma non lo dicono. O lo dicono solo a quelli con il fucile e gli scarponi (e la patente di “amici”).
    XXI secolo! Ma basta!
    Alessandro

  31. Alessandro Vigilante | 7 gennaio 2008 00:07 | Rispondi

    Ciro un altro dettaglio che mi era sfuggito.
    A volte Freud….
    Tu dici: “…far intendere che la Rojas sia stata BRUTALMENTE violentata…”.
    Perché scusa esisterebbe il DOLCEMENTE violentata?
    Se aggiungi l´aggettivo, lo potresti dare ad intendere…
    Ahi, ahi! Freud…
    Alessandro

  32. Annalisa Melandri | 7 gennaio 2008 00:23 | Rispondi

    Ciro, anche io conosco Guido, forse non benissimo, ma ti posso assicurare che non mi sembra assolutamente il tipo che scrive cose piuttosto che altre per poter avere spazi sul Manifesto, che nonostante le critiche che gli vengono rivolte a destra e a manca rimane sempre il miglior quotidiano in Italia.
    Si può o meno concordare con quello che lui ha scritto, ma quello che affermi mi sembra fuori luogo se è vero come dici, che lo conosci.

  33. Alessandro Vigilante | 7 gennaio 2008 00:30 | Rispondi

    Errata corrige:
    Brutalmente e dolcemente non sono aggettivi, ma avverbi.

    Approfitto per aggiungere un´altra ciliegina:
    “Ho conosciuto Thiago de Mello a L’Havana nel 2006 ed è certamente una persona POETICAMENTE densa…”

    Per gli “irriducibili”, oggi evidentemente essere poeti non é di moda come ai tempi di Claudio Lolli, in cui si cantava zingari e felici:
    “É vero che i poeti ci fanno paura, perché accarezzano troppo le gobbe, amano l´odore delle armi e odiano la fine della giornata…”

    Un poeta si puó permettere tutto. Un guerrigliero non puó neanche dire la veritá…
    (se no favorisce il nemico).

  34. Ciro Brescia | 7 gennaio 2008 09:40 | Rispondi

    Caro Alessandro,

    non esprimo le mie opinioni per cercare appoggi di comodo, altrimenti mi limiterei ad essere corrivo e visto che di solito dico ciò che penso sono piuttosto abituato a trovarmi in disaccordo con tutti gli altri.
    Non ritengo che il fine giustifichi i mezzi ma non ritengo nemmeno che non li giustifichi, più correttamente essi sono correlati dialetticamente, come giustamente sosteneva Trotckij ne “La nostra morale e la loro” – questa citazione mi salverà almeno dalla solita qualifica a mo’ di insulto “ecco il solito stalinista!”? Mah, chissà – quindi la questione è certamente più complessa rispetto alla semplicistica logica lineare. E decontestualizzare è sempre una azione manipolatoria, chiunque lo faccia.
    E’ umano eliminare fisicamente un uomo o una donna? Non lo è, in linea di principio assoluto, ma visto che – ahinoi – non viviamo nel mondo iperuranico dei principi assoluti, talvolta accade, ed è pure indispenabile. Il Che, che tu tiri in ballo, ammise le fucilazioni sommarie ‘dei nemici del popolo’, quelli veri (Gennaro stia pure tranquillo, intercederò per lui col compagno Lioce) e non si limitò ad ammetterle, ma ne ha rivendicato la giustezza ed ha pure ufficialmente dichiarato al mondo che avrebbero continuato a fucilare fino a quando ce ne fosse stato bisogno, questo non ha creato nessuno problema a Paulo Freire quando sviluppava il tema generatore della rivoluzione amorosa dicendo che traeva ispirazione da Che Guevara.
    Sempre dal punto di vista linguistico, “brutalmente violenata” è la ridicola modalità retorica di certo linguaggio giornalistico che si utilizza per spettacolarizzare certi argomenti, al quale facevo, in tutta evidenza, ironicamente il verso. Per il resto come giustamente dici tu molte cose non le sappiamo, appunto, quindi prima di sputare sentenze e fare paragoni con contesti storici e geografici assai diversi – come nell’articolo dal quale sono scaturiti questi commenti – meglio cercare di capire affinando la curiosità.

  35. Ciro Brescia | 7 gennaio 2008 10:37 | Rispondi

    Anche nella guerra può esserci poesia. E’ una contraddizione? Senza contraddizione non c’è vita.
    Un altro testo poeticamente denso è “L’arte della guerra” di Sun Tzu, chi non si lascia sopraffare dal pregiudizio può apprezzare anche questo testo, che prima di essere un testo di tecnica militare è un vero è proprio compendio di pòiesis filosofica. Perchè poesia non significa solo fare un ‘reading’ nei salotti bene dove si può declamare un po’ quel cazzo che ci pare, e immagino che in questo senso qualche differenza con chi si assume la responsabilità di combattere una guerra armi in pugno ci sia. Bisogna essere puri come le colombe è scaltri come serpenti, sostiene a ben vedere Chavez, perchè la purezza assoluta in natura non esiste.
    Anche io odio l’ipocrisia, soprattutto di quelli che non possono mai sbagliare perchè non si mettono in discussione facendo e, visto che non fanno, scrivono sui giornali (perchè è il loro mestiere) e/o insegnano agli altri come si mettono in discussione coloro che permanentemente mettono a rischio la propria esistenza per servire una causa. Non ci sono militari che possono rientrare nelle nostre ‘utopie’? Per quanto mi riguarda massimo rispetto ai militari Che Guevara, Camilo Cienfuegos, Fidel Castro, Manuel Marulanda, Hugo Chavez Frias e tutti gli altri che poeticamente (etimologicamente significa ‘creare’) sono caduti in combattimento, e, non solo in America latina, con il loro sangue hanno contribuito a seminare il futuro.
    Non mi conterete mai tra quelli che applaudono di fronte ad una rivoluzione vittoriosa, troppo semplice, se nel contempo non ci si schiera dalla parte di quelle che devono ancora vincere; fare questo è sicuramente più difficile perchè non va di moda e per farle potrebbero anche non bastare le ‘democratiche’ urne.
    Oggi è Natale, almeno per gli ortodossi, quindi buon Natale a tutti, io andrò a mangiarmi il maiale insieme al resto della mia banda con i rom a Scampia, insieme a quei ‘felici’ zingari di cui sopra.

  36. Ciro Brescia | 7 gennaio 2008 10:40 | Rispondi

    Dato che la poesia piace anche a me, ho il piacere di socializzarvi quanto sotto copiaincollato:

    Una poesia di Franco Fortini, del 1958.

    “Forse il tempo del sangue ritornerà.

    Uomini ci sono che debbono essere uccisi.

    Padri che debbono essere derisi.

    Luoghi da profanare bestemmie da proferire

    incendi da fissare delitti da benedire.

    Ma più c’è da tornare ad un’altra pazienza

    alla feroce scienza degli oggetti alla coerenza

    nei dilemmi che abbiamo creduto oltrepassare.

    Al partito che bisogna prendere e fare.

    Cercare i nostri eguali osare riconoscerli

    lasciare che ci giudichino guidarli esser guidati

    con loro volere il bene fare con loro il male

    e il bene la realtà servire negare mutare.”

    (Franco Fortini, 1958 – da “L’ospite ingrato”)

  37. Martino Mai | 7 gennaio 2008 17:11 | Rispondi

    Ho pubblicato il pezzo di Chierici dell’Unità

  38. erman | 7 gennaio 2008 19:47 | Rispondi

    per favore,non scomodiamo il Che Guevara o Fidel per ruffiane citazioni,per mettere sullo stesso piano la morale guevarista e l’immoralita’ Farc.signor Brescia,con tutto il rispetto,lei usa paroloni grandi,ed un umile operaio ignorante come me non ne afferra il senso.qualcosina pero’ ho afferrato:lei gira intorno all’argomento evitandolo di proposito,infatti qui si discute di un bimbo nato in cattivita’,di esseri umani tenuti in ostaggio da anni e anni.lei invece parla di trotsky,di stalin,”la nostra morale e la loro”,di azioni di guerra,di poesia della guerra…standosene nel salotto di casa sua al calduccio lei parla di poesia della guerra!!!si vanta di essere stato a Cuba a parlare con De Mello credendo che cio’ basti a rilasciarle il “patentino del buon rivoluzionario”,e quindi a pontificare sulle azioni delle Farc,sull’inevitabilita’ delle morti in battaglia con la freddezza tipica e la noncuranza di chi ha il culetto ben riparato.io sono ignorante,e ribadisco che ritengo le Farc un massa di imbecilli(e sono fin troppo morbido)per la vicenda che abbiamo discusso.distinti saluti

  39. Alessandro Vigilante | 7 gennaio 2008 21:32 | Rispondi

    Ciro,
    “decontestualizzare è sempre una azione manipolatoria, chiunque lo faccia”: sono parole tue.
    1) Non sei mai stato nella selva.
    2) Non lavori a contatto con i dannati della terra (mi pare).
    3) Ti riferisci a maestri rivoluzionari del millennio passato.
    4) Citi una poesia del 1958! (io perlomeno ero arrivato all´indietro fino al Claudio Lolli del 1974).

    A erman (e a Gennaro, da te qui costantemente ironizzato) tutta la mia solidarietá.

    Alessandro

  40. erman | 7 gennaio 2008 22:06 | Rispondi

    Caro Alessandro,ti ringrazio molto,sei gentilissimo e giusto!mi fa piacere che hai apprezzato cio’ che ho cercato di dire e ti leggo con estremo interesse!

  41. Alessandro Vigilante | 8 gennaio 2008 00:55 | Rispondi

    Grazie a te erman! Per la tua testimonianza squisitamente POPOLARE.
    Purtroppo, una piccola minoranza di esseri umani ci mette tempo a riflettere a dovere, soprattutto se rimane nel campo della teoria.
    É triste percepire che la politica delle tifoserie é ancora una pratica diffusa. Rivoluzioni “vincenti”, rivoluzioni che ancora non “vincono”. Come se le rivoluzioni fossero partite di calcio, che danno la coppa a qualcuno sottraendola ad altri e non invece PROCESSI. Forse agli albori del marxismo era piú facile: due classi contrapposte, una perde, una vince.
    I tempi passano, dopo i campionati di Lenin, Stalin e Trozcki, sono arrivate le olimpiadi di Mao. E poi i tempi di Ho Chi Minh e Fidel fino ai piú recenti sandinisti (passando solo per le piú importanti secondo me…). Le Rivoluzioni perdono? Vincono? No. Alcuni processi si consolidano, soprattutto quelli con maggior percentuale di partecipazione diretta popolare. Altri processi retrocedono, altri ancora, purtroppo, fracassano.
    A partire da quando (io ne discutevo nel PdUP fin dagli anni 80), accanto alla contraddizione centrale CAPITALE X LAVORO, si sono affiancate altre tre contraddizioni fondamentali (non riconducibili alla precedente citata) e cioé: quella di GENERE, quella AMBIENTALE e quella PACE X GUERRA, é cominciato ad essere svelata la necessitá di ampliare le lotte e le articolazioni libertarie. Sono emersi soggetti precedentemente lasciati al margine delle “partite”. Ma i tifosi continuano a semplificare, non accorgendosi che la rivoluzione non é né una partita e né un campionato, Perché non si puó farla giocare da una piccola squadra, ma necessita il coivolgimento e la piú ampia partecipazione di tutti gli interessati. É un processo lungo e che richiede tempo, ma i “tifosi” sono sempre pronti a proporre scorciatoie, cioé mezzi giustificati dal “fine”. Ma quale fine? Quella della Storia quando il campionato sará finalmente “vinto”? E da chi?
    (continua)

  42. Alessandro Vigilante | 8 gennaio 2008 00:57 | Rispondi

    Dobbiamo intendere i processi, imparare ascoltando i piú sfruttati e i piú subalterni, lavorando con umiltá al loro fianco e costruire giorno per giorno il nostro amato processo rivoluzionario, ognuno nel suo ambiente, ognuno al lato del suo fratello e della sua sorella piú sfavoriti.
    Quelli che scelgono ancor oggi le scorciatoie militari, convinti che quando saranno al potere applicheranno il loro GIUSTO comunismo, non mi incantano piú. Io voglio essere soggetto del mio destino e (per paura e per scelta) non voglio essere militare né adesso e né “dopo”. Io faccio la mia vita di rompipalle ribelle senza armi materiali. Uccidetemi pure, ne nasceranno altri dopo di me, che saranno in grado di avanzare nel PROCESSO rivoluzionario se saranno molti e convinti DENTRO che la coerenza tra ideali e pratica quotidiana é imprescindibile.
    Auguri Ciro, auguri erman, auguri compagni e compagne.
    Alessandro

  43. guido piccoli | 8 gennaio 2008 17:22 | Rispondi

    Dando mostra di pentimento dopo essere stato smascherato dai fans italiani delle Farc “sempre e comunque” voglio denunciare Indymedia Colombia, noto covo di spie al servizio del capitale. Leggete cosa scrivono nell’editoriale che apre da alcuni giorni la loro pagina:
    “Frustración Emmanuel Vive!
    En el momento de ofrecer la liberación unilateral de tres personas, las FARC, desde hace más de dos años no tenían en su poder a Emmanuel. En vez de manifestar donde estaba el niño para que fuera entregado a sus familiares, mintieron burdamente al Presidente Chávez y a los observadores internacionales, y le dieron de nuevo la oportunidad al gobierno de Uribe para destruir cruelmente cualquier pretensión de Acuerdo Humanitario. Esto sucede justo cuando por primera vez en muchos años, había un amplio respaldo internacional que podría estimular la confianza en la viabilidad de una salida negociada al conflicto armado. Otra demostración de torpeza política y de crueldad en el trato a los rehenes por parte de la FARC….”
    Mi auguro che anche questi traditori possano essere smascherati al più presto.

  44. Ciro Brescia | 10 gennaio 2008 00:09 | Rispondi

    James Petras (http://petras.lahaine.org) non avrà certo lo spessore intellettuale di ‘Indymedia Colombia’ (sic!) e col suo bastone e la sua simpatica coppola avrebbe difficoltà a gironzolare per la selva amazzonica in mimetica ma questo non gli è di ostacolo per analisi serie sulla situazione colombiana, anche se se ne sta al calduccio nella Binghamton University di New York.

    http://www.aporrea.org/internacionales/n107263.html

  45. Ciro Brescia | 10 gennaio 2008 00:49 | Rispondi

    In qualsiasi caso, anche su Indymidia Colombia c’è chi non si unisce al coro e puntualizza:

    “Las FARC no mintieron sobre Emmanuel”
    por Gloria Gaitán

    http://colombia.indymedia.org/news/2008/01/77265.php

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