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A chi fa comodo lo spostamento delle feste?

La manovra economica decapita le feste civili del 25 aprile, primo maggio e 2 giugno (sono troppe?) ma salva (strano ma vero) tutte le concordatarie che sono ben di più.

Detto della pervicace volontà politica di cancellare feste scomode come il 25 aprile e il primo maggio, vanno fatti tre brevi ragionamenti che smontano e dimostrano come intempestiva e perfino economicamente dannosa sia la misura inserita dal governo nel pacchetto ferragostano.

1) Un giorno perso di lavoro vale solo in teoria lo 0.3% del PIL. Questo quando l’economia tira. Quando non tira le conseguenze sono più limitate, vogliamo dire lo 0.2%? Ciò sottolinea che spostare le feste (la cosa incide ben meno che abolendole) non risolve assolutamente nulla, stiamo parlando di centesimi di punto del PIL. E’ allora scoperto che il vero obbiettivo dell’operazione tremontiana, da collocarsi culturalmente insieme all’abolizione di fatto della contrattazione nazionale è puntare ad abbattere il valore simbolico delle feste civili come valore unificante.
Così, quello che non si è ottenuto con la battaglia politica in questi anni (l’eliminazione o appropriazione del senso delle feste civili, si pensi alla pretesa pacificazione con i “ragazzi di Salò” o a Berlusconi a Onna), si prende adesso sotto l’imperio dell’economia e con la scusa dell’impellenza data dalla BCE. Tale organismo però non ha mai chiesto di spostare il 25 aprile così come mai chiederebbe alla Francia di abolire il 14 luglio.
Purtroppo, non essendo stati noi italiani capaci in questi anni di riconoscerci in una festa unificante che celebrasse la Nazione e la cittadinanza come fondamento della convivenza civile, lasciamo alla politica, ovvero a quell’emanazione della finanza che è divenuta la politica, la possibilità di obbligarci a farne a meno.
Tra la meschinità antinazionale della Lega, i conti della serva di Confindustria e l’incapacità della sinistra di difendere i simboli (povero Ciampi) quello tremontiano è un calcolo miope come pochi che vuole una società sempre più frammentata, balcanizzata e pertanto incapace di riconoscersi come insieme. Riecheggia così il mito thatcheriano per il quale la società stessa non esisterebbe sovrastata dall’individualismo dell’homo oeconomicus.

2) Si salvano le cosiddette feste concordatarie (la CEI è di un cinismo spietato nel trarre sempre il massimo vantaggio dalla crisi della Repubblica) ma vale la pena ricordare che le feste religiose in Italia sono un guazzabuglio senza senso perfino per altri paesi cattolici.
Nel 1977 furono aboliti, spostati alla domenica, il 2 giugno (poi ripristinato) e il 4 novembre come feste civili. Inoltre furono abolite Epifania, S. Giuseppe, Ascensione, Corpus Domini, SS. Apostoli Pietro e Paolo. Solo la prima fu ripristinata nel 1985 e contribuisce in maniera insensata a far ricominciare l’anno (scolastico e non solo) almeno una settimana dopo il suo naturale inizio.
Inoltre Santo Stefano e Pasquetta, il cosiddetto lunedì dell’Angelo (introdotto peraltro solo nel dopoguerra) sono feste di relativa importanza liturgica –che quasi nessun paese cristiano osserva come tali- che servono solo ad allungare il brodo di Natale e Pasqua. La stessa Chiesa cattolica stessa sa che giovedì e venerdì santo hanno ben altra importanza e senso religioso ma lascia le cose così, in un ribasso liturgico che privilegia la festa sul rito e la fede. Inoltre la Chiesa impone allo Stato un’ultima festa slegata da senso civile e storico. E’ quella dell’8 dicembre, introdotta solo da Pio IX (foto) e che celebra la controversa immacolata concezione di Maria.
Dal punto di vista civile dunque poi, se si volesse incidere davvero sulla produttività, le vacanze natalizie, almeno dal Po verso Sud, potrebbero durare dal 24 al primo compreso per iniziare con piena lena la vita del paese dal due gennaio.  Quindi è tra Pasquette, immacolate e Befane che va cercato come aumentare la produttività oggettivamente bassa di un paese che oramai, se va bene, lavora 4 giorni e mezzo a settimana.

3) Tuttavia va fatto un altro ragionamento per certi versi contrastante con quanto detto finora. Un paese moderno ricerca equilibri tra interessi contrastanti. Siamo sicuri che quelle feste civili (in particolare 25/4 e 1/5), così ben collocate nel mezzo della primavera, e in genere sufficientemente lontane dalla Pasqua, non siano uno slancio irrinunciabile per la stagione turistica alle porte? Siamo sicuri che il paese ci perda? In un contesto nel quale la vecchia “villeggiatura” non esiste più, proprio i cosiddetti ponti (ferie regolari non assenteismo) sono una fonte fondamentale. Federalberghi calcola che tra 25 aprile e primo maggio si fatturano in media 3.5 miliardi di Euro e per il 2 giugno più di due. Il nostro turismo ha dunque paradossalmente bisogno di più ponti e gli altri settori economici hanno bisogno di fermarsi sempre meno in estate. Ecco allora che lo spostamento tremontiano delle feste civili diviene una follia economica e si ricolloca in una sfera politica antinazionale tipica del governo Berlusconi e della finanza. Non è un caso che quest’ultima da sempre tenga la borsa aperta il 25 aprile: una follia in odio ai simboli della nostra convivenza civile.