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Deportazioni e importazioni nel paese del “meno siamo meglio stiamo”

Su Repubblica di oggi c’è un lungo articolo sulle strategie della Federcalcio per far diventare italiani adolescenti argentini, uruguayani ma anche svizzeri, polacchi, nigeriani e finanche tedeschi e belgi che hanno il solo merito di essere promettenti nel Giuoco del calcio. La chiosa spiega i termini: “per esempio Lucas Piazon (immagino Piazón, ma che importa all’articolista), 17 anni. Ha genitori di origini venete: costerebbe tanto fargli una telefonata?”.

Quella telefonata sarebbe un atto di pirateria internazionale ma tant’è. Investiamo poco sui vivai, facciamo giocare poco i nostri giovani ed importiamo a caro prezzo presunti fenomeni dai mari del sud che hanno semplicemente avuto le opportunità di maturare che non abbiamo offerto ai nostri. Un affarone! In cambio magari tra una dozzina d’anni proprio Piazón (nella foto però metto Juan Alberto Schiaffino) solleverà la coppa del mondo come capitano erede di Fabio Cannavaro, Dino Zoff, Giuseppe Meazza e Gianpiero Combi e vivremo tutti felici e contenti.

Il dettaglio, come spesso avviene, spiega un mondo e un paese, l’Italia, incapace di pensare il proprio futuro, chiuso a riccio nelle sue paure e nei suoi rancori analfabeti, indifferente a cosa voglia dire importar brevetti piuttosto che esportarne ma pronto a baloccarsi su come vincere i mondiali. Eppure abbiamo un governo liberale, che ha come spalla un’opposizione liberale. Entrambi si riempiono la bocca del modello di “società aperta” statunitense. Invece non spendiamo un centesimo (e anzi la maggioranza degli italiani sarebbero visceralmente contrari) per attrarre farmacologi cinesi o statunitensi, ingegneri indiani o inglesi, biotecnologi cubani o tedeschi. Versiamo ben poche lacrime se un bravo ricercatore, formato a caro prezzo dalle nostre università, finisce a far fortuna ad Harvard o, come sempre più spesso accade, a Shangai o a Bangalore. Il nostro autolesionismo è tale che nella riforma Gelmini (articolo 19, comma 1, lettera b) dell’Università cade l’obbligo di dare una borsa di studio, ancorché misera, ai migliori dottorandi di ricerca. La furbetta bresciana coglie due piccioni con una fava: dare un’altra mazzata all’università pubblica (la ricerca si fa senza soldi) ed evitare (in maniera puramente classista) che ragazzi senza genitori in grado di mantenerli fino a 40 anni possano anche solo sognare di far ricerca.

In un paese che disprezza il creare opportunità il pensiero va ai migranti di Lampedusa e al lugubre chiacchiericcio politico su come liberarcene: in maniera soft (il PD) o buttandoli a mare (la Lega). Tertium non datur. Al di là di ogni ragionamento sul diritto a migrare (che oramai suonerebbe sanscrito o aramaico al 90% degli italiani) è necessario non stancarsi nel ripetere che solo un paese con forze fresche, che dia opportunità ai giovani (non solo quelli nati qui ma chiunque abbia qualcosa da offrire al paese), può sperare di venir fuori da una crisi dai tratti sistemici. Invece perfino la Confindustria, tra gli scopi della quale sarebbe il favorire la creazione d’imprese e quindi di opportunità di lavoro, sostiene stancamente che in Italia non c’è posto. E’ un po’ come una banca che dicesse di avere troppi soldi (magari fuori corso, come i nostri pensionati) e non accettasse più versamenti (in valuta pregiata, come i giovani qualificati). Così, essendo utopistico trovare un equilibrio dove non si entra ma non c’è bisogno di uscire, il modello sognato non solo dalla Lega ma da tutto il quadro politico è un paese immobile dove nessuno entra ed esce solo chi rompe le scatole, non importa se migliore. Praticamente la Corea del Nord.

Tra quei migranti a Lampedusa ci sono persone non qualificate, qualche cattivo soggetto ma anche persone qualificate, perfino laureati. E’ scellerato pensare di non governare il fenomeno ma fino a quando giovani laureati siriani o marocchini non troveranno opportunità per vivere in Italia entrando dalla porta principale, non per lavare piatti ma per spendere i loro titoli per vivere bene e creare ricchezza e occupazione, non andremo da nessuna parte. Che importa, avrebbe detto Mao, se il gatto è algerino, calabrese o lombardo? L’importante è che acchiappi il topo. Basterebbe l’esempio dei tagli agli incentivi per il solare (avremmo dovuto invadere il Nordafrica non con bombe ma con tecnologie fotovoltaiche) e ai posti di lavoro che questo crea per capire l’autolesionismo della nostra immobilità.

Sembra che in questo paese valga ormai solo la non esaltante massima del “meno siamo meglio stiamo”. Via i bravi ricercatori che pensano con la loro testa, via i migranti, notoriamente brutti, sporchi e cattivi. Solo per Piazón (o per la nipote di Mubarak) possiamo fare una telefonata.

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