Tre domande a Nicolas Sarkozy
Gentile presidente,
so che non mi risponderà mai ma voglio lo stesso porle pubblicamente tre domande.
1) Come mai un mese fa voleva mandare truppe per aiutare il dittatore tunisino Ben Alì a restare al potere e adesso è in prima linea contro Gheddafi? Che differenza c’è tra i ragazzi di Tunisi e quelli di Bengasi? Cosa pensa del sangue che regimi amici del suo fanno scorrere nello Yemen o nel Bahrein?
2) Qual è il suo programma militare in Libia? Proteggere la Cirenaica o abbattere Gheddafi? E’ cosciente che si tratta di due guerre diverse?
3) Cosa farebbe se domani, come è probabile e forse perfino auspicabile, Aleppo o Homs dovessero ribellarsi al giovane Assad, un dittatore anti-occidentale non migliore di quello libico? Bombarderemmo anche Damasco?
Qual è il disegno generale presidente?
Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it
















Massimo di Sarno | 20 marzo 2011 19:09 | Rispondi
io sono passato dalle Gauloises alle MS
Duccio Basosi | 20 marzo 2011 22:40 | Rispondi
Le domande che poni sono sacrosante. Credo però che, da sole, esse non siano sufficienti a prevenire la risposta di tante persone che, in perfetta buona fede, pensano che, certo, le motivazioni “occidentali” non saranno cristalline, ma se servono a fermare Gheddafi…
Quello che sta succedendo in Libia ci pone dei problemi reali. Abbiamo fatto presidi di solidarietà con i ribelli e condividiamo le loro aspirazioni. Ma poi per sostenerli non mandiamo le brigate internazionali come negli anni 30. Come dici tu, “stringe il cuore” vedere i ribelli libici che festeggiano i bombardamenti di Sarkozy. Ma, oltre a far stringere il cuore, quei festeggiamenti mettono obiettivamente nell’angolo politico anche tutti coloro che non condividono i bombardamenti.
Io credo che chi i bombardamenti non li vuole debba mettere in luce tre cose più importanti della mancanza di titoli per intervenire, che caratterizza questa coalizione di ex-amici di Gheddafi pronti a spartirsi il suo petrolio come e meglio di prima:
1) dobbiamo recriminare su tutte le cose che i vari governi non hanno nemmeno provato a fare nelle settimane scorse, per mostrare come chi adesso dice che “non c’era altra strada”, probabilmente ha fatto di tutto per evitare che tale altra strada potesse essere percorsa (e però resta un macigno la domanda se davvero le alternative sarebbero state sufficienti a imporre a Gheddafi alcunché);
2) dobbiamo affermare con forza che un intervento condotto in nome di ragioni così strumentali non può portare pace e democrazia in Libia nemmeno come effetto involontario. Sarebbe forse l’occasione anche per sollevare il velo di ipocrisia che ancora copre il caso del Kossovo, adesso quasi “etnicamente pulito” dalla presenza fisica e simbolica della sua cospicua minoranza serba;
3) dobbiamo ammettere che soluzioni semplici e utili non siamo stati in grado di offrirne, rilanciando però la sfida a trovarne, e ricordando che le soluzioni semplici e dannose non sono ciò di cui c’è bisogno.