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Le furbizie della Chiesa cattolica

La sentenza della corte europea di Strasburgo, che definisce il crocifisso un “simbolo passivo” è stata accolta come un trionfo dalla Chiesa cattolica. Cosa sarebbe un simbolo passivo? Esistono simboli passivi? O non è forse vero che tutti i simboli si espongono in maniera attiva, in pubblico e in privato, partendo dalla propria cultura, ma sempre in maniera assertiva? Un simbolo passivo non si esporrebbe affatto perché non se ne sentirebbe l’esigenza in quanto tale. Come può dunque la Chiesa cattolica accettare di considerare passivo il simbolo per antonomasia del cristianesimo, la rappresentazione del supremo sacrificio del Cristo per la salvezza dell’umanità?

Devo ammettere che a chi scrive il crocifisso non dia alcun particolare fastidio e che mi sembri, pur riconoscendone la legittimità, esagerato il protestare di chi se ne sente offeso o addirittura considerarne l’esposizione una violazione dei diritti umani. Piuttosto però la soluzione inizialmente prospettata dalla difesa del governo italiano, l’idea di crocifisso come simbolo culturale tradizionale, appariva meno scandalosa dell’alchimia del “simbolo passivo”. L’idea che il crocifisso possa essere un simbolo passivo e quel tripudio dei vertici della Chiesa cattolica per aver passivizzato il simbolo del martirio di migliaia di cristiani, invece causa scandalo perché figlio di una cultura della furbizia nel rapporto col Secolo che la Chiesa stessa preferisce torcere alle sue esigenze piuttosto che convincere alle sue ragioni.

Celebrare una sentenza che afferma che il crocefisso è solo un “simbolo passivo”, e pertanto indifferente, innocuo, quasi invisibile, piuttosto che lottare per il diritto ad esporlo legittimamente (e magari accettare di perdere la battaglia) proprio in quanto “simbolo attivo”, significativo, forte, testimoniale, appare una cavillosità che, pur di salvare il risultato dell’esposizione del crocifisso, ne accetta di svilire e offendere l’essenza. Non è interessante censurare quanto rilevare la ripetitività di tali comportamenti in epoca ratzingeriana. Difatti proprio ad un papa che rappresenta più di ogni altro l’assertività del dogma sembra corrispondere la tortuosità della ricerca di un compromesso, per sottobanco che sia. Ricordati di passaggio gli occhi chiusi sui vizi privati e le monetarie virtù del governo Berlusconi, al quale i vertici ecclesiastici appaiono prestare consenso (o meglio silenzio) a strozzo, vi sono altre cose che nella sostanziale indifferenza dei laici vanno citate.

Per esempio merita una parola quel capolavoro celebrativo da parte dello stesso Giuseppe Ratzinger per il 150° dell’unità d’Italia. Immaginiamo tanto Mastai Ferretti che Garibaldi rigirarsi nella tomba come un sol uomo nell’apprendere che la Chiesa cattolica, in buona sostanza, è stata madre del processo unitario, che nessun conflitto si verificò nella società italiana e che fede e cittadinanza non furono mai in conflitto. E’ una riscrittura dal tempo presente che ha il merito di prendere atto dei vantaggi ex-post per la Chiesa della rinuncia al potere temporale ma che, semplicemente, non corrisponde al vero. Se infatti non tutto il Risorgimento fu anti-cristiano, la Chiesa di Pio IX, la Chiesa del Sillabo che si asserragliava tra le mura leonine, fu duramente, dogmaticamente, e per decenni, antirisorgimentale per poi riconciliarsi solo con lo Stato fascista che ne riconosceva la primazia di religione di Stato.

La Chiesa ratzingeriana insomma nel Secolo, in questo squallido secolo, ci sta benissimo ed è pronta a torcere il braccio a verità e dignità quando capisce che può ottenere dei vantaggi, come accade per il Cesare dello Stato libero di Bunga Bunga. E’ la stessa logica dell’8 per mille, col quale si accetta di far “cose buone” sapendo di partire da un meccanismo truffaldino. Ed è la stessa logica con la quale la Chiesa si piega al peggio della politica italiana per esempio per invitare, come un Craxi qualsiasi, gli italiani ad andare al mare come successe il 12 e 13 giugno 2005 per i referendum sulla procreazione assistita. In quella Chiesa che non afferma chiaramente le proprie ragioni offendendo Matteo (5.37. sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno), ma preferisce rifugiarsi nel sotterfugio del mancato quorum per raggiungere comunque il proprio scopo, c’è un ulteriore triste “segno dei tempi”.

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