Thursday 09 February 2012, 20:38

L’ONU boccia ancora il blocco

Nuova condanna dell’ONU al bloqueo statunitense. L’Assemblea delle Nazioni Unite ha raccolto 184 paesi favorevoli alla condanna della massima sanzione commerciale inflitta dagli Usa a Cuba. Si tratta della 16esima volta consecutiva che l’Assemblea condanna “la brutal guerra económica”, come l’ha definita Felipe Pérez Roque, ministro degli esteri cubano, parlando ai delegati dei 192 paesi che compongono l’organismo ONU. La maggioranza (quasi unanime) ha – ancora una volta – ripetuto e riaffermato l’illegalità del blocco, imposto quasi mezzo secolo fa. I votanti si sono epsressi in questo modo:

Favorevoli….184

Contrari….4 (Usa, Israele, Is. Marshall, Palau)

Astenuti….1 (Micronesia)

Per fare chiarezza sull’importanza della decisione – per altro senza vincoli impositivi – occorre anche fare qualche passo indietro. Ripercorriamo queste ultime settimane, che hanno visto una “recrudescenza” verbale tra La Habana e Washington. E’ necessario capire quanto la decisione dell’Assemblea ONU sia importante anche alla luce del delicato momento che Cuba vive nel rapporto con la grandezza “imperiale” degli ultimi mesi, targati Bush.

21 settembre: Hugo Chávez, durante un’intervista si lascia scappare una frase sul líder cubano. La frase incriminata è la seguente: “Fidel casi se muere. Claro, no termina de recuperarse. Tiene un problemita ahí, pero él puede vivir así 100 años más”. Da Washington queste parole risuonano come campane a festa. “Quale colpo migliore per entrare nella storia come il presidente che ha visto la fine di Castro”, pensa Bush. Solo che i giorni che seguono lo smentiranno in pieno.

22 settembre: Fidel appare in tv al programma “La Mesa Redonda”. Pur affaticato parla di temi di attualità. La festa del presidente Bush sembre sfumata, ma lui – e la stampa di Miami – si aggrappano al fatto che il programma non era in diretta. Quindi – con sagacia – si aggrappano anche al respiro affannoso del comandante en jefe. Quindi il moscato è ancora in fresco nelle dispense della Casa Bianca in attesa di una sorpesa. Purtroppo Castro gela tutti con “Bueno, aquí estoy. Que si estaba moribundo, que si se murió, si se muere pasado mañana…; bueno, nadie sabe qué día se va a morir”.

23 settembre: il periodico cubano “Juventud Rebelde” pubblica le foto di Castro durante la visita ufficiale a Cuba del presidente angolano. Da Washington si trincerano nuovamente dietro l’ipotesi di un falso, fortificati dalla possibilità che siano immagini di repertorio.

14 ottobre: Castro appare in viva-voce nella trasmissione tv venezuelana “Alò Presidente”, occasionalemente trasmessa da Cuba per celebrare i 40 anni dalla morte di Ernesto Guevara. A Washington si gelano le bottiglie del “vino buono”. E’ la prova che Fidel è vivo e in salute (nel limite fisico di un anziano di 81 anni).

15 ottobre: sfumata la festa alla Casa Bianca, gli uomini del presidente si danno da fare per smaltire la doccia fredda…Tom Casey, portavoce del Dipartimento di stato Usa, sfida apertamente Castro. I giornali di mezzo continente riportano la sua ira: “Estoy encantado de que Fidel Castro haya tenido la oportunidad de hablar de cosas con su buen amigo, el presidente Chávez, pero es una pena que en casi medio siglo de mal gobierno, nunca haya tenido el mismo tipo de conversación con su propia gente”. Non a caso, Casey fa parte del governo americano con la media più bassa nelle materie storiche. Inutile dire che la revolución cubana fu soprattutto un movimento popolare. Sicuramente i superstiti del Granma non avrebbero potuto – da soli – conquistare un’isola. Ma Tom Casey ha studiato storia da con le proiezioni della serie completa di “Rambo” o “Missing in Action”.

24 ottobre: a pochi giorni dall’avvio delle elezioni di quartiere a Cuba, interviene lo stesso Bush jr. – il professore di storia – a mettere i puntini sulle “i” alla questione cubana. In una conferenza stampa (trattata qualche post fa, più sotto) si è cimentato nel grande “libertador” di Cuba, designando già i futuri governanti del paese, tutti regolarmente “spasimanti” della politica di esportazione democratica degli Usa. Poi si è lasciato andare con la frase “Cuba Libre!”, tanto per ricordare che i primi oppressori del popolo cubano – nel XX secolo – sono stati gli Stati Uniti. E lo sono ancora, visto i quasi 50 anni di blocco. Un blocco che – nonostante le proteste – suscita ancora l’amore paterno della politica estera americana che – illo tempore – lo generò. Uno strumento prezioso nella mani di Bush. Ed eventualmente dei suoi successori, anche se Obama sembra aver fatto dietro front su Cuba.

 

Dunque, viste le premesse di un mantenimento trionfale del blocco, la condanna (putroppo solo “morale”) all’aggressione economica che Cuba sta patendo da troppi anni suona come una nuova sconfitta del texano che vive alla Casa Bianca e che assomiglia sempre di più al dirigente scolastico dei Simpson (tale S. Skinner). Anche perché alcuni paesi-chiave a livello regionale ed internazionale hanno preso la parola – in seno all’Assemblea dell’ONU – per dare appoggio alla posizione cubana: Messico (sì: incredibile!!), Sudafrica, Venezuela, ma soprattutto la Cina. Le sanzioni economiche americane, che riportano al lontano 1962 (presidenza Kennedy), sono state giudicate dall’Assemblea come “una violazione della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale che, tra le altre cose, affermano con forza la libertà di navigazione e commercio”. Viene così ri-smascherata e condannata il mantenimento dell’ennesima sanzione della Guerra Fredda in un periodo in cui essa è decisamente finita. Tanto che, per “scadere” nel grottesco, anche Ted Kennedy era ostile al blocco contro Cuba. Tristemente era il 1975, ben 32 anni fa. T. Kennedy pensava che – già una trentina di anni fa – la sanzione americana inflitta a Cuba fosse più che proporzionale rispetto ai danni effettivamente subiti per mano di Castro e della Rivoluzione. Per non parlare poi della “guerra sucia” che la CIA mise in scena – via Posada Carriles – contro obiettivi civili cubani.

Oggi, molti politologi americani vedono la questione cubana come una delle chiavi di volta della campagna presidenziale, ormai alle porte. Anche perché c’é in ballo un buon 6% dell’elettorato, che rappresenta la minoranza cubano-americana che sarà chimata alle urne per l’elezione del presidente.



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  1. di sarno massimo | 4 novembre 2007 12:19 | Rispondi

    Al presidente Bush non rimane molto tempo. Il suo secondo mandato sta per scadere e, a quanto pare, non ha mantenuto la parola. Durante la campagna elettorale ( mi riferisco al primo mandato, quando ancora Clinton sedeva alla casa bianca e la graziosa Monica allietava le sue cupe giorate da presidente) ha detto, in varie occasioni, che, se eletto, sarebbe passato alla storia come il presidente capace di riportare l’isola di Cuba alla democrazia e alla libertà ( usò il verbo riportare, perchè, come tutti sappiamo, con Batista i cubani erano uomini liberi). Chiaramente Castro non perse occasione per deriderlo pubblicamente :” Ho sentito le dichiarazioni del candidato Bush, gli auguro di essere eletto, così aggiungeremo un altro presidente alla lunga lista degli inquilini della casa bianca che hanno promesso di rovesciare la Rivoluzione, con il risultato che loro non ci sono più e noi siamo ancora qui.” Personalmente al Comandante auguro ancora 100 anni di vita, comunque, a prescindere dalle sue condizioni di salute Lui ha già vinto; perchè se ci lascerà sarà per cause naturali e non per la politica “divina” del nostro texano. Prova un pò a immaginare Alessandro, il presidente della più grande superpotenza che l’umanità abbia mai conosciuto che lotta contro un’isoletta che si e no ha gli abitanti di New York, che deve aggrapparsi ai bollettini medici che arrivano dall’Avana, o a una trasmissione che forse era in differita e quindi non fa testo. Sic! Bush ha perso.

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