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ONU: che il lavoro debba essere precario e mal pagato è falso!

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Un rapporto dell’ONU contribuisce a far cadere i paradigmi neoliberali, le leggende sulle mano invisibili e il bla bla sulla competitività come bene assoluto.

Vale la pena dare un’occhiata a questo rapporto, fresco di stampa, della UNCTAD, l’agenzia dell’ONU per il commercio e lo sviluppo e che nel titolo delle conclusioni recita: “il bisogno di un riorientamento della macroeconomia globale per la crescita e la creazione di posti di lavoro”. La conclusione è contundente: “è indimostrabile che la disoccupazione dipenda dalla rigidità dei contratti di lavoro e dagli alti stipendi”.

Al contrario, l’ONU consiglia, soprattutto per i paesi sviluppati, una profonda rivalutazione del mercato interno e smettere di sopravvalutare l’importanza dell’export e della riduzione del costo del lavoro.

Cadono tutte le leggende se l’economista Alfredo Calcagno, relatore dell’UNCTAD, parla come José Bové o Vittorio Agnoletto: “il lavoro non è una merce. E’ falso che a riduzione del costo aumenti la domanda”. Non basta: “è venuto il tempo nel quale l’aumento di produttività debba essere destinato non più ad abbassare i costi dell’export ma ad aumentare i salari e la domanda interna. I paesi che nel prossimo futuro andranno meglio saranno quelli che sapranno redistribuire”.

Intanto, nel breve tempo della conferenza nella quale gli uomini più potenti della terra si costerneranno, si ingegneranno, si indigneranno per raggiungere i cosiddetti “obbiettivi del millennio” (quale millennio?) Save the Children ha calcolato che 70.000 bambini moriranno di inedia e malattie curabili.