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Test d’ingresso, la demagogia padana di Severgnini

Mi sento offeso, se non calunniato, dall’editoriale di Beppe Severgnini sui test d’ingresso che è un trogolo di banalità e demagogia d’accatto in salsa padana.

Negli ultimi anni ho partecipato a molte commissioni per selezionare l’ammissione di studenti sia a scuole di alti studi che alla SSIS. Ho inoltre partecipato a veri esami finali e in almeno tre casi ho presieduto tali commissioni con non indifferenti responsabilità civili e penali. L’ho fatto sempre con l’estrema serietà e MAI, signor Severgnini tali esami, pur perfettibili, sono stati orientati a favorire questo o quello e le sue supposizioni sono diffamatorie.

Il problema semmai è stato spesso un altro. Tali test, tali esami di ammissione, purtroppo, non si possono permettere di selezionare i migliori ma, nella migliore delle ipotesi, di scartare i peggiori. E i peggiori da salvare per far numero purtroppo sono tanti.

Infatti nella scuola e università italiana, dove si disinveste da ben prima della Gelmini e gli studenti devono essere considerati clienti, i posti vanno tutti coperti anche se non ci sono candidati meritevoli a sufficienza.

Altro che domande astruse! Forse non è indispensabile sapere come è morto Gandhi per fare l’oculista ma perché ragazzi che hanno fatto la maturità da tre mesi sembrano non avere alcuna cognizione di un bagaglio culturale che dovrebbero avere acquisito tanto da considerare astrusa anche la più ovvia delle domande?

Da questo punto di vista Severgnini guarda il dito perché non ha voglia di vedere la luna. Qualche anno fa avemmo parecchie noie ministeriali perché in un esame di ammissione decidemmo che non potevamo ammettere gli insufficienti (persone che avevano ottenuto meno di 18/30 nelle varie prove) e lasciammo qualche posto scoperto. A ognuno di quei posti lasciati scoperti, perché i meritevoli non erano sufficienti, corrispondevano circa 2.000 Euro di tasse non pagate e questo era considerato addirittura sovversivo.

Inoltre Severgnini non manca di buttar lì (malignamente) l’argomento per il quale i voti della maturità non possono essere utilizzati perché in alcune scuole (infratesto: quelle del Sud) i voti li regalano. A parte il fatto che andrebbe dimostrato caso per caso che un “cento” non sia meritato (e comunque se non è cento corrisponderà a 95, non a 70), altrimenti vorrebbe dire che per Severgnini e Salvini di default uno studente meridionale è geneticamente peggiore di uno settentrionale, tale argomento è un ribaltamento di quello utilizzato da destra e sinistra prima che una serie di diffamanti menzogne leghiste e gelminiane stravolgessero le cose.

Il sindaco di Milano (non di Enna) Letizia Moratti, quando era ministro, abolì le commissioni esterne agli esami di maturità proprio per favorire le scuole private (da Domodossola a Lampedusa) dove in genere si rifugiavano molti ciucci danarosi bocciati nel sistema pubblico. Questi venivano portati fino in quinta superiore con voti inventati (il vero sei politico sessantottino era lì, per chi pagava) e poi venivano riportati sul pianeta terra dalle in genere dure commissioni esterne per le quali i voti non erano comprabili. Inoltre si metta d’accordo Severgnini, è a favore o contro il valore legale del titolo di studio?  Se è contro, evidentemente il titolo di studio non può essere considerato, se è a favore chieda alla Moratti come mai ha abolito le commissioni esterne alla maturità. Si stravolge come sempre la realtà e non certo per favorire gli studenti meridionali.

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