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Caso Vividown: Google condannata. La parola alla difesa

Come è noto, all’inizio di questa settimana sono state depositate le motivazioni della sentenza che alla fine di febbraio scorso aveva suscitato, non solo in Italia, numerose polemiche e commenti, per lo più sfavorevoli.

Elda Brogi per Teutas

Si tratta del caso che ha visto quattro dirigenti di Google chiamati a rispondere di fronte al tribunale penale di Milano per violazione della privacy e concorso omissivo nel reato di diffamazione.

La sentenza, come è ugualmente noto, ha assolto gli imputati dall’accusa di diffamazione, ma ha condannato tre dei quattro per trattamento illecito dei dati.

Abbiamo raggiunto il difensore di tre dei quattro imputati nel processo, l’Avv. Giuseppe Vaciago, che ringraziamo per aver risposto alle nostre domande.

La sentenza è stata motivata sulla base della violazione della normativa sulla privacy, in applicazione dell’ art 167 (trattamento illecito di dati) del decreto legislativo 196/2003 , c.d. Codice della Privacy. Questa ricostruzione la convince?

La ricostruzione effettuata dal giudice nelle motivazioni non chiarisce affatto la possibile violazione derivante dagli artt. 17 e 26 D.lgs. 196/03, mentre è contradditoria per quanto riguarda l’articolo 23 D.lgs. 196/03. Si concentra sulla presunta mancanza di chiarezza nell’informativa sulla privacy ai sensi dell’art. 13 D.lgs. 196/03 senza considerare che tale violazione non comporta una sanzione penale ai sensi dell’art. 167 D.lgs. 196/03, ma una mera sanzione amministrativa ai sensi dell’art. 161 D.lgs. 196/03. Se da un lato non ci si deve mai fermare di fronte alla prima lettura fatta in questi giorni e alcune considerazioni presenti all’interno della motivazione non permettono di banalizzare la questione in questi termini, dall’altro non si può certo dire che manchino gli aspetti problematici e che la ricostruzione effettuata sia convincente.

Una delle questioni più discusse in questi ultimi mesi è stata l’applicabilità o meno nel caso concreto della disciplina sugli intermediari di rete ex d.lgs. 70 del 2003 sul commercio elettronico.

Come valuta la frammentaria motivazione della sentenza relativamente a questo punto?

E’ una valutazione difficile perchè nelle 73 pagine in cui si viene riproposta la tesi accusatoria in fatto vengono evidenziati elementi leggermente diversi dalle conclusioni in diritto dove invece sembra essere confermata l’applicabilità della normativa sul commercio elettronico prevista dal D.lgs. 70/03: un esempio è il capitolo relativo alle possibilità di controllo sull’immissione dei video in Google Video e sulle potenzialità tecniche a disposizione della società. Inoltre, il fatto stesso che si auspichi l’approvazione di una "buona legge" che limiti la "libertà assoluta" della Rete porta a pensare che in Italia non si sia ancora metabolizzato il principio del notice and takedown (ossia della rimozione del contenuto dopo un’appropriata segnalazione) perno fondante l’intera normativa italiana e comunitaria sul commercio elettronico che trova un riscontro anche oltreoceano nel Digital Millenium Copyright Act.

Nella sentenza si parla di “hoster attivo” e “content provider”. Lei come qualifica Google video (ed ogni soggetto che svolga attività simili) alla luce dei servizi che offre e della normativa vigente?

Ovviamente un Hosting Service Provider. Pur riconoscendo che nel 2000 (data dell’approvazione della direttiva 31/00/CE sul commercio elettronico) e nel 2003 (data della trasposizione in Italia della medesima direttiva con il D.lgs. 70/03) servizi come Youtube o Google Video erano solo nella mente degli informatici della Silicon Valley e non solo, sarebbe assurdo ritenere un servizio che "hosta" contenuti di terzi un content provider. Inoltre, ai sensi della normativa sul commercio elettronico, l’intermediario di hosting è prestatore di un servizio della società dell’informazione “consistente nella memorizzazione di informazioni fornite da un destinatario del servizio”, il che descrive con esattezza la funzione svolta da Google Video. Sono certo tuttavia che nei prossimi anni sarà possibile elaborare una definizione a livello normativo ancora più chiara e dettagliata, senza che ciò debba comportare necessariamente un cambiamento nel tipo di responsabilità previsto per tale servizio.

Nella prima parte della lunghissima sentenza viene riportata una sua “legittima” eccezione sulla modalità di presentazione delle "prove elettroniche". Le chiedo un commento a proposito conoscendo la sua attività universitaria in tema. (Giuseppe Vaciago ha anche partecipato a Firenze lo scorso anno ad un seminario organizzato nell’ambito del progetto europeo ECCE -European certificate on Cybercrime and Electronic Evidence-JPEN- da Teutas.it. Inevitabile quindi uno sguardo particolare a questo profilo nella lettura della sentenza).

La ringrazio per il termine "legittima". In realtà anche se l’eccezione non era proceduralmente legittima, ho ritenuto che fosse da un punto di vista sostanziale importante evidenziare che nel 2010 non dovrebbe essere più possibile produrre come prova in un processo penale un documento cartaceo di una pagina web corredato da un file digitale in formato word contenente il "copia e incolla" della medesima pagina web. Ci sono strumenti gratuiti e validissimi che permettono di garantire certezza nella fase dell’acquisizione di una prova digitale presente in Rete come ad esempio il software hashbot (http://www.hashbot.com/) che tra le altre cose è stato progettato da informatici italiani. Essendo il mio principale tema di ricerca accademica, mi rendo conto che sono parziale nel mio giudizio, ma sottavalutare il rischio in termini di alterabilità e mancanza di genuinità che una analisi superficiale della prova digitale può generare è davvero pericoloso.

http://www.teutas.it/societa-informazione/tutela-dei-dati-personali/759-la-sentenza-sul-caso-dei-dirigenti-google-condannati-per-violazione-della-privacy-i-commenti-dellavvocato-della-difesa.html

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