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Il Decreto e La Piazza Viola – Domenica 7 marzo 2010

La piazza, o meglio la parte centrale di Piazza Navona, è ben riempita alle 15:20 quando, attraversando i vicoli del centro storico pullulanti di turisti ed autoctoni a passeggio, giungo in uno dei luoghi ultimamente più frequentati dall’Italia manifestante. Siamo a poche centinaia di metri dai palazzi del potere: da Piazza Colonna, sede di quel governo sempre più autoritario ed arbitrario, da Montecitorio e da Palazzo Madama, illustri e sbiadite insegne che oggi sembrano quantomai un relitto del passato a fronte delle scintillanti vetrine, mediatiche e non, di Palazzo Chigi.

L’arrivo sulla piazza mi chiarisce in maniera netta chi è oggi a fare gli onori di casa: Il popolo viola. Dal palco un invito chiaro ai partiti, pur presenti con i loro vessilli (c’è il PD, Sinistra ecologia e Libertà, la Federazione della Sinistra, l’Italia dei Valori, la lista Bonino- Pannella, persino i Verdi!), a fare un passo indietro, non solo in senso politico-metaforico. Le bandiere di partito vengono invitate, almeno due volte, a spostarsi ai lati della piazza. Una piazza colorata di viola: Sciarpe, maglioni, calze, calzini, calzettoni, gonne, camice, bandiere, spille, cappelli, pantaloni, berretti, scarpe e cappotti, per limitarci all’abbigliamento…
Sul palco si alternano le voci più disparate: da un giovane cantautore, a me ignoto, ad un attempato avvocato, dai giovani “studenti viola”, all’emozionato presentatore, da una signora che legge Tucidide, tanto per rinfrescarci un po’ la memoria in tema di democrazia, alla lettura del testo del decreto salvaliste; fino all’intervento, sentito, appassionato del magistrato di Cassazione Vincenzo Marinelli, che scalda la piazza con una bellissima dichiarazione d’amore per la democrazia, per la giustizia e, soprattutto per la “Costituzione nata dalla resistenza”. Fin qui, senz’altro, l‘intervento più appassionante e denso di significati. Una maniera perfetta per concludere la mia giornata, iniziata il mattino all’auditorium con una splendida lezione di storia di Luciano Canfora che, inevitabilmente sollecitato sul punto, ribadiva la sua idea, sacrosanta, per cui Berlusconi bisognerebbe provare a batterlo sulla sostanza, prima ancora che sulle regole. Ma tant’è: al momento sembrano le lotte intestine le uniche che possono impensierire l’impresentabile coalizione di governo. La quale, comunque, con il decreto interpretativo è andata veramente oltre. Oltre la decenza, la dignità, ma soprattutto oltre quella sottile e fragile linea che separa la legalità dall’arbitrio, la forzatura delle regole dalla pura e semplice infrazione delle più elementari ed essenziali tra di esse.
Mentre finisco di scrivere queste brevi note, arriva la notizia che il TAR del Lazio ha respinto il ricorso del Pdl per la riammissione della lista. Nell’attesa di leggere le motivazioni, si cominciano ad intravedere degli argini, vivi e vegeti grazie al cielo, alla prepotenza ed al totale dispregio delle regole, comunque si concluda la vicenda processuale.
Ma il pomeriggio in piazza mi ha suscitato anche riflessioni sugli attori della protesta, sui partiti, sul popolo viola e, più in generale, sulle forme della partecipazione civile e politica nell’era dei social network.
Quell’esortazione iniziale dal palco, che invitava le bandiere di partito a defilarsi, mi è parsa emblematica di una fase storica in cui il ruolo e soprattutto la rappresentatività dei partiti sono oramai ridotti ai minimi termini. La particolarità è che questa volta la critica ai partiti non appare basata su considerazioni o posizioni ideologiche ma sull’iniziativa di tante persone, giovani e meno giovani, spesso marginali o del tutto estranee rispetto alla politica attiva, il tutto condensato nel richiamo, forse fin troppo reiterato, alla trasversalità del movimento viola.
Si, perché in piazza c’erano piccoli campioni delle diverse anime dell’Italia che non si arrende, che non vuole continuare a vedere all’infinito lo stesso copione cabaret-trash-horror che la narrazione berlusconiana ha imposto da oramai troppo tempo e che il regista-sceneggiatore vuole spingere sempre più in là, forse troppo in là persino per lui.
C’era, insomma, molta gente spinta dalla voglia di dimostrare che, se è vero che quel copione viene recitato milioni di volte da milioni di italiani ogni giorno, ogni ora, c’è ancora qualcuno che prova a tracciare piccoli, grandi percorsi al di fuori della sceneggiatura di ferro del pensiero unico, imposta da chi ogni giorno usa ed abusa di questo splendido, assurdo paese.
C’erano persone di almeno quattro diverse generazioni, giovani e persino giovanissime (valli a pescare alle manifestazioni di partito…) tanta gente accomunata dal desiderio di riprendersi la speranza, il futuro, a partire dai più elementari valori comuni, quelli senza i quali la convivenza civile è solo un ricordo o un utopia.
Nulla di rivoluzionario, quindi, o forse si, visto che nell’Italia di oggi solo i pazzi e i rivoluzionari sembrano credere nel rispetto (delle regole, dell’altro, del diverso) e nell’interesse collettivo.

Dal blog: la trama, l’ordito e gli interstizi

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