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Negli abissi della democrazia o verso le vette di una moderna tirannia

L’Italia è un re(s)privata fondata sull’interesse personale e sull’incertezza del diritto”. Questo potrebbe essere l’incipit della nuova costituzione dell’Italietta odierna, già, nei fatti, costituzione sostanziale, avallata, oramai, persino da chi della Costituzione, si dice, sia o dovrebbe essere il supremo garante.

E’ un nuovo tipo di regime, in cui non si aboliscono, come in passato, le istituzioni scomode né è necessario cancellare coloro che riescono a conservare un briciolo di indipendenza. Semplicemente ci si passa sopra, si va oltre, si cambiano le regole in corsa, persino quando su quelle regole qualcuno si è già espresso. Nessun bisogno di riforme costituzionali o di rafforzare il potere dell’esecutivo, tanto se c’è un problema ci si riunisce la sera, si scrive in pochi minuti un bel decreto e tutto è sistemato…

Se fino a qualche tempo fa si parlava, giustamente, di vulnus alla democrazia, di deriva autoritaria, oggi l’arbitrio sembra assurto esso stesso a regola fondante della politica, estrema realizzazione di quel decisionismo di marca craxiana- berlusconiana che contrappone un paese che fa, non importa cosa, basta che sia redditizio (per pochi), all’Italia giurassica di chi prova ancora a sostenere, invero con molto coraggio, la necessità di conservare una prospettiva  più ampia, di chi continua a guardarsi indietro per poter poi, consapevolmente, proiettarsi in avanti, quindi l’Italia dei fannulloni e dei disfattisti, delle metastasi che ancora pensano di poter vivere in un paese dove, pur confinate in novelle riserve indiane (pardon italiane), le regole si possano ancora ritagliare un piccolo spazio. Quousque tandem?

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