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Obama,un anno dopo – tra illusioni e promesse da mantenere -2

In questa sede vorrei affrontare uno dei temi più spinosi dell’agenda politica del 44esimo presidente U.S.A.: la riforma sanitaria. Un tema su cui Obama ha scommesso una quota molto alta del suo capitale politico. Un tema, peraltro, su cui fare una riforma sostanziale significherebbe realmente entrare nella storia, considerata la difficoltà a condurre in porto un simile progetto in un paese come quello a stelle e strisce.

Basti rammentare, in proposito, che l’ultima significativa riforma sanitaria risale al 1965, quando l’amministrazione guidata da Lyndon Johnson approvò il sistema Medicare, che garantisce l’assistenza sanitaria per gli ultra-sessantacinquenni.

E’ ben noto lo strapotere economico e politico della lobby delle assicurazioni private, vere padrone del business della sanità U.S.A., un sistema che vede al tempo stesso le migliori eccellenze mondiali, i migliori centri specialistici, grazie soprattutto alle eccellenti facoltà universitarie scientifiche lì presenti e che, tuttavia, lascia decine di milioni di cittadini sprovvisti di qualsiasi copertura sanitaria. Trattasi di cittadini che, semplicemente, sono privi delle risorse economiche necessarie per acquistare una polizza sanitaria e che pertanto possono solo sperare di non ammalarsi mai.

Ebbene, una delle riforme preannunciate da Obama sin dalla campagna presidenziale del 2008, una delle principali declinazioni della parola cambiamento, durante questi ultimi due anni, è stata proprio quella della riforma sanitaria, con l’obiettivo dichiarato di ridurre notevolmente, se non azzerare, la quota di cittadini sprovvisti di copertura.

Ora, in questi ultimi mesi la riforma è entrata nell’arena politica, prima alla Camera dei Rappresentanti e poi al Senato, che hanno entrambi approvato un progetto di riforma, con due testi diversi che necessitano, pertanto, di una riconciliazione.

E’ apparso subito evidente, sin dall’inizio del lungo percorso parlamentare, che la strada verso una sostanziale e sensibile riforma del sistema sanitario sarebbe stata tortuosa e che gli ostacoli non sarebbero venuti soltanto dal fronte conservatore e quindi dai repubblicani, la cui opposizione era pressoché scontata, ma anche dalla componente più moderata e centrista dei Democrats; ciò si è tradotto, inevitabilmente, in una negoziazione potenzialmente senza fine all’interno della maggioranza sui diversi aspetti della riforma o meglio, sulle diverse facce che la riforma può e potrebbe assumere.

Obama, conscio che si tratta di una battaglia che non può perdere, pena la perdita di una buona dose di credibilità, oltre che del treno per la storia, o almeno di questo treno per la storia, si è dapprima speso molto su questo tema, forse come mai nessun altro nelle scorse legislature. Basti pensare all’intervento in prima persona, in occasione della discussione alla Camera dei Rappresentanti sul progetto di legge di riforma, evento questo rarissimo nella storia degli Stati Uniti d’America.

Ma più il percorso parlamentare del progetto prosegue, più la battaglia tra gli schieramenti e dentro gli schieramenti si inasprisce, più l’obiettivo presidenziale sembra ridursi all’approvazione di una riforma purchessia, pena la più grossa sconfitta dell’amministrazione democratica dall’inizio della legislatura. A ciò si accompagna un atteggiamento sempre più di basso profilo del presidente, confermato nel discorso di ieri sullo stato dell’Unione, dove Obama si è limitato a ribadire la necessità di approvare la riforma, senza minimamente precisare cosa e come dovrà o potrà essere approvato.

Infatti, dapprima il compromesso con i repubblicani e le conseguenti concessioni sull’aborto al Congresso, poi lo stralcio dell’opzione pubblica in Senato, dopo l’estenuante tira e molla tra le diverse anime del partito democratico e con il senatore “indipendente” Joe Lieberman, vera bestia nera dei progressisti statunitensi, hanno messo in chiara evidenza le crescenti difficoltà che il progetto di riforma si trovava ad affrontare.

E adesso? Dopo la recentissima sconfitta democratica nelle elezioni suppletive senatoriali in Massachussets e la conseguente perdita della maggioranza assoluta in Senato (a 60 a 59 seggi) e tenendo conto che appare difficile presagire un’approvazione da parte del Congresso dello stesso testo approvato dal Senato poche settimane or sono, non è difficile intravedere nuove estenuanti negoziazioni, compromessi, trattative stavolta anche con l’opposizione, forte proprio della vittoria in quello che fu il feudo dei Kennedy.

Si, perché sembra proprio che la maggioranza democratica alla Camera la quale, non dimentichiamolo, aveva approvato un testo significativamente differente da quello uscito dal Senato, e che, tra l’altro, prevedeva l’opzione pubblica, non sembra disposta ad approvare il testo approvato dai Senatori, unica via per evitare di ricadere nelle sabbie mobili della “camera alta”.

Ed è qui che emerge, a mio avviso, la profonda debolezza attuale dei Dems, tra i quali sembrano, al momento, prevalere i particolarismi piuttosto che il necessario senso unitario, senza il quale probabilmente bisognerà attendere ancora qualche decennio per vedere una riforma essenziale quale quella sanitaria.

Tale vicenda, peraltro, ci ricorda anche la peculiare struttura dei partiti U.S.A., l’assenza di una guida nazionale del partito e l’importanza centrale dei gruppi parlamentari, espressione, talvolta, come nel caso di specie, di linee politiche non convergenti.

Ciò detto, il rischio che si profila è che prevalga la linea del “tanto peggio tanto meglio”, che finirebbe per tradursi in una mancata riforma e, quindi, in una clamorosa e dolorosa sconfitta per Obama, proprio su una delle questioni chiave di politica interna.

Infatti, nonostante proprio ieri il Presidente, nel suo primo discorso sullo stato dell’Unione abbia ribadito di voler portare a casa la riforma, l’attuale situazione di stallo non sembra far presagire la rapida approvazione di una riforma significativa che corrisponda, almeno parzialmente, alle aspettative suscitate dallo stesso Obama in questi ultimi anni.

Il percorso parlamentare della riforma ha senz’altro evidenziato la volontà (necessità?) da parte di Obama e della maggioranza democratica di cercare il grado più elevato possibile di consenso da parte della compagnie di assicurazione, vere padrone della sanità U.S.A.

In questo senso il combinato disposto della scomparsa della public option, nel testo approvato in Senato, e dell’obbligo imposto ai cittadini di dotarsi di un’assicurazione (seppur con gli aiuti e i sussidi statali o federali), si tradurrà, è stato correttamente osservato, in un gigantesco regalo per le suddette grandi compagnie, le quali vedranno crescere in maniera significativa i propri spazi sul mercato e quindi i profitti.

Ciò detto, però, non vanno sottovalutati i passi avanti, comunque molto significativi, che anche il tanto contestato testo del Senato consentirebbe rispetto all’attuale sistema sanitario U.S.A., iniquo costoso e discriminatorio.

Ribasso dei premi di assicurazione, ampliamento della platea di cittadini che possono accedere al programma Medicaid, aiuti statali o federali per permettere premi accessibili alle fasce di reddito medio-basse, obbligo per le Compagnie di garantire una polizza anche a chi ha già è affetto da patologie croniche, obbligatorietà di un minimo livello di copertura e qualche, pur timido, passo in avanti per porre un argine alla crescita esponenziale dei costi del sistema sanitario.

Questi sono i principali aspetti positivi presenti, comunque, nel testo approvato qualche settimana fa dal Senato.

Affossare la riforma, secondo la predetta logica del tanto peggio, tanto meglio, significherebbe servire su di un piatto d’argento una vittoria politica importante per i Repubblicani, fermi oppositori, tranne qualche isolata eccezione, di ogni tipo di riforma sanitaria.

D’altronde, come ha brillantemente ed efficacemente osservato Kevin Drum, in un suo recente pezzo su Mother Jones: “There’s an alternate universe out there in which you could get all this stuff without compromise based on the sheer force of progressive arguments.  Sadly, it’s not this universe.  I sure hope we don’t have to learn this the hard way yet again”.   C’è il rischio, in altre parole, che per rincorrere l’utopia ci si risvegli bruscamente nel modo peggiore, facendo esattamente il gioco di chi, invece, nell’attuale sistema ci sta perfettamente e non aspetta altro che incassare, per grazia ricevuta, una significativa ed inaspettata vittoria politica.

In conclusione, per dirla con Andrew Sullivanif the health bill dies from neglect and irresolution, Obama is no leader. He is a follower. It’s time to lead”.

DAL BLOG: La trama, l’ordito e gli intesrstizi

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