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	<title>Commenti a: Haiti</title>
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		<title>Di: jacopo</title>
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		<dc:creator>jacopo</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Jan 2010 16:49:25 +0000</pubDate>
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		<description>Come sempre accade, in questi giorni il mondo guarda l’isola di Haití con la lente d’ingrandimento per via di questo devastante terremoto d’inizio secolo. Pochi giorni prima del sisma, questa realtà di cultura creola nelle grandi Antille, immersa nel grande imbuto dell’oceano Atlantico, sopravviveva silenziosa nell’indifferenza dell’Occidente, senza affacciarsi nemmeno lontanamente alla soglia minima della povertà tollerabile, ammesso che ci sia un metro giusto per misurarla e ammesso che sia comprensibile che nel decennio appena cominciato coesistano ingovernabili sacche di degrado, ingiustizia e privazione dei più elementari diritti umani. Perchè Haití è anche e soprattutto questo, prima di sprofondare nel gorgo mortale di questa catastrofe, e ancor prima d’essere ascoltata dai paesi sviluppati, che avrebbero il dovere morale di aiutare le economie malate e prive di una struttura politica decente, come è il caso di queste e purtroppo ampiamente diffuse eccezioni.
Non riesco a pensare, in tali disastrose condizioni, al futuro di un’isola che un futuro non ha mai avuto, maledettamente strangolata da governi e politici paradossalmente surreali ma con fini di ego-profitto realmente esponenziali. Non riesco a pensare a niente che si allontani dal consueto sgomento, rabbia, impotenza e profonda pena di fronte a chi ha da sempre sbarrato il diritto a esistere in un paese che divide il proprio territorio con l’adiacente Repubblica Dominicana, che, stante la storia, ha delle ruggini ancora non sopite col territorio confinante terremotato e della quale non si hanno notizie circa l’invio di aiuti umanitari e che ha provveduto a chiudere la propria frontiera. Le parole rimangono tali e servono a poco, come gli aiuti umanitari che, pur sempre indispensabili, daranno una lavata di coscienza e di immagine alle democrazie elette dei governi europei ed americani. E qui puntualmente risorge una domanda da queste macerie marcescenti di corpi accatastati come nel più macabro film dell’orrore: poteva evitarsi tutto questo se l’isola avesse potuto disporre di infrastrutture adeguate e di un minimo di cultura della prevenzione? Analizzando la domanda che mi pongo mi sembra di anteporre il carro davanti i buoi. Perché ad Haití mancano le più elementari forme di democrazia, strozzata dalla morsa coloniale prima e azzannata dal susseguirsi di dittature senza scrupoli e da attuali governi che si contendono un potere che nessuno ha regolarmente eletto. Infine, per un imprevedibile capriccio della terra, l’evento geologico ha cancellato per sempre una preoccupante fetta di vite umane, lasciando ad una popolazione sfiancata quel poco di risorse che erano quasi niente. E’ la storia che ci riassume il passato di Haiti: la prima a togliersi le catene della schiavitù e l’ultima nella classifica delle altrettante attuali schiavitù moderne. Par quasi che il diciannovesimo secolo sia tornato al suo punto di partenza.
E il futuro, dopo lo sgombero delle macerie e il bilancio dei 200.000 e più morti è un’ipotesi molto lontana, tutta da ricostruire.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Come sempre accade, in questi giorni il mondo guarda l’isola di Haití con la lente d’ingrandimento per via di questo devastante terremoto d’inizio secolo. Pochi giorni prima del sisma, questa realtà di cultura creola nelle grandi Antille, immersa nel grande imbuto dell’oceano Atlantico, sopravviveva silenziosa nell’indifferenza dell’Occidente, senza affacciarsi nemmeno lontanamente alla soglia minima della povertà tollerabile, ammesso che ci sia un metro giusto per misurarla e ammesso che sia comprensibile che nel decennio appena cominciato coesistano ingovernabili sacche di degrado, ingiustizia e privazione dei più elementari diritti umani. Perchè Haití è anche e soprattutto questo, prima di sprofondare nel gorgo mortale di questa catastrofe, e ancor prima d’essere ascoltata dai paesi sviluppati, che avrebbero il dovere morale di aiutare le economie malate e prive di una struttura politica decente, come è il caso di queste e purtroppo ampiamente diffuse eccezioni.<br />
Non riesco a pensare, in tali disastrose condizioni, al futuro di un’isola che un futuro non ha mai avuto, maledettamente strangolata da governi e politici paradossalmente surreali ma con fini di ego-profitto realmente esponenziali. Non riesco a pensare a niente che si allontani dal consueto sgomento, rabbia, impotenza e profonda pena di fronte a chi ha da sempre sbarrato il diritto a esistere in un paese che divide il proprio territorio con l’adiacente Repubblica Dominicana, che, stante la storia, ha delle ruggini ancora non sopite col territorio confinante terremotato e della quale non si hanno notizie circa l’invio di aiuti umanitari e che ha provveduto a chiudere la propria frontiera. Le parole rimangono tali e servono a poco, come gli aiuti umanitari che, pur sempre indispensabili, daranno una lavata di coscienza e di immagine alle democrazie elette dei governi europei ed americani. E qui puntualmente risorge una domanda da queste macerie marcescenti di corpi accatastati come nel più macabro film dell’orrore: poteva evitarsi tutto questo se l’isola avesse potuto disporre di infrastrutture adeguate e di un minimo di cultura della prevenzione? Analizzando la domanda che mi pongo mi sembra di anteporre il carro davanti i buoi. Perché ad Haití mancano le più elementari forme di democrazia, strozzata dalla morsa coloniale prima e azzannata dal susseguirsi di dittature senza scrupoli e da attuali governi che si contendono un potere che nessuno ha regolarmente eletto. Infine, per un imprevedibile capriccio della terra, l’evento geologico ha cancellato per sempre una preoccupante fetta di vite umane, lasciando ad una popolazione sfiancata quel poco di risorse che erano quasi niente. E’ la storia che ci riassume il passato di Haiti: la prima a togliersi le catene della schiavitù e l’ultima nella classifica delle altrettante attuali schiavitù moderne. Par quasi che il diciannovesimo secolo sia tornato al suo punto di partenza.<br />
E il futuro, dopo lo sgombero delle macerie e il bilancio dei 200.000 e più morti è un’ipotesi molto lontana, tutta da ricostruire.</p>
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