- Gennaro Carotenuto - http://www.gennarocarotenuto.it -

Massimo Tartaglia, Susanna Maiolo: come si dedialettizza l’alterità…

« Forse un giorno, non sapremo più esattamente che cosa ha potuto esser la follia ».

Così cominciava Michel Foucault un suo testo, La follia, l’assenza di opera, prima di chiedersi che ne sarà della follia nel futuro.

Vediamo oggi, in particolare modo in Francia o negli Stati Uniti, l’ordine politico amministrare sempre di più il trattamento dei nostri folli, della nostra follia, seguendo le sue modalità politiche (igieniste e positiviste… efficacia, velocità, oggettività…). Le cure psichiatriche e psicoterapeutiche, ormai randomizzate statisticamente, si accordano sui valori dell’ideologia dominante. Dovremmo forse anche far fruttificare il nostro capitale di salute mentale, dopo aver investito nel benessere, nel lavoro, nel partner? Ammettiamo che è efficace. Realmente – e terribilmente – efficace. A tal punto che sembra sparire l’homo dialecticus di cui parlava Foucault, ovvero il soggetto nevrotico, mettendo in crisi i psicoanalisti stessi che non sanno più come fare con un soggetto al di sotto delle strutture nevrotiche e psicotiche. Sì che il filosofo francese scrisse: « so che una cosa sopravvivrà, e cioè il rapporto tra l’uomo e i suoi fantasmi, il suo impossibile, il suo dolore senza corpo, la sua carcassa durante la notte; che, una volta messo fuori circuito ciò che è patologico, l’oscura appartenenza dell’uomo alla follia sarà la memoria senza età di un male cancellato nella sua forma di malattia, ma irriducibile come dolore ». Il buon senso pragmatico che caratterizza la « post-politica » (J. Rancière) della nostra società globale, non ha ancora contaminato tutti i campi del sapere. L’antropologia – che si è fatta l’erede di Lévi-Strauss – mostra che la follia è costitutiva strutturalmente di tutta società umana, anche se fosse sotto l’etichetta di « malattia mentale ».

L’Italia tratta ancora la questione dell’Altro, dello Straniero, nell’esclusione, nell’odio. E in questo, la società italiana ha ancora un piede nel passato, è ancora « troppa umana ».  Ma basta guardare il razzismo elevato alla dignità del dibattito politico per individuare la novità. Un razzismo razionale e pragmatico, però. Un odio oggettivo dell’alterità, un odio disumanizzato, anzi anche più un odio. Un’incomprensione di quest’alterità: e penso, per esempio, alla vergogna di Piero Marrazzo (e alla sua dialettica, alla sua divisione nevrotica) che un Berlusconi non può neanche più concepire.

L’Altro, il vero altro, è sempre il colpevole. Lo straniero ha sempre rubato le nostre donne. Il folle è sempre stato il criminale – la sua eventuale responsabilità morale, penale, spirituale, etica viene pensata a posteriori –, anche se è statisticamente più spesso la vittima della violenza e raramente l’aggressore dell’individuo riputato sano. Queste statistiche, riportate dallo psicoanalista Roland Gori nell’occasione dell’Appel des Appels (recente movimento francese di dibattito e di opposizione agli effetti dell’ideologia dominante) ci dicono qualcosa: statisticamente la vittima è folle, l’aggressore sano. Penso evidentemente a quest’Atto (politico?) di aggressione di Berlusconi con un Duomo di Milano; e penso anche a quest’osservazione di un amico all’indomani dell’evento: « questo Massimo Tartaglia è l’unico che ha avuto le palle di fare ciò che doveva esser fatto ». Un vero uomo. E, infatti, il suo atto mi sembra adesso eccessivamente umano. Se non viene simbolizzato, il rimosso torna nel reale, dicono gli psicoanalisti. Una politica – criminosa contro l’umanità, in quanto capitalista – che si applica a edificare una società asettica, disumanizzata, ossia a fare senza l’uomo, questa società appunto lancia realmente sul suo rappresentante, un d’uomo (« ritorno del rimosso »). Mentre la follia rimossa tornò anche da Berlusconi: sotto la forma di una dedica all’Elogio alla follia di Erasmo, si è scoperto che il Cavaliere lodò la follia come la fonte del genio umano.

Come Massimo Tartaglia, Susanna Maiolo prova a toccare un rappresentante (morale) del potere (religioso). « E’ stato il tentativo di salutare il Santo Padre » rassicura l’arcivescovo di Genova, dando un senso a un Atto, cioè privandolo di tutti gli altri sensi possibili. Si mette in primo piano la sua cittadinanza svizzera – è quindi una straniera! – e il suo stato di salute mentale: Susanna è « psicolabile ». Vi si vede la strana ripetizione dell’episodio biblico di Susanna e i vecchioni (Daniele 13) ove la pia ragazza viene accusata da due giudici, personaggi degni di fede, di adulterio dal momento che non possono godere della sua bellezza. In quanto alla Maiolo, verrà accusata di essere labile (psicologicamente) da parte di vecchi sacerdoti che si rifiutano di toccare o ad esser toccati dalla donna. Il desiderio rimosso torna nel reale.

Se i significanti « paziente psichiatrico » o « psicolabile » vengono usati per indicare colui che fa uso di violenza contro un sistema violento nei confronti dell’uomo, allora ci manca il germe della follia per rifiutare l’indegnante violenza fatta contro tutte le forme di alterità che fanno la nostra umanità: follia, estraneità, arte, politica, vecchiaia, morte, religione… fino ai nostri lapsus e alla nostra psicopatologia della vita quotidiana. Questi « tratti di umanità » vengono sempre più messi sul mercato allargato; non più solo un mercato di merci, come descritto da Marx, ma un mercato della salute, del divertimento, dell’informazione, della morte, della spiritualità, dell’educazione (impariamo già a valutare il sapere in crediti di valore e a metterlo sul mercato europeo), delle dottrine politiche, della cultura e dell’arte, della vecchiaia o del legame sociale stesso (come si vede nei social networks).

Ma l’eccesso di umanità rimarrà, comunque, irriducibilmente. La nostra follia, anche se « cancellata nella sua forma di malattia », permarrà come un dolore senza colore, senza parola per designarlo, il dolore di essere umano, solo umano.