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Il fallimento di Copenaghen: riflessioni e prospettive

L’esito del tutto fallimentare del summit C0P15, da pochi giorni conclusosi nella capitale danese stimola diverse riflessioni sia sullo stato dei rapporti di forza internazionali, sia sull’oggetto dei colloqui multilaterali, la lotta contro i cambiamenti climatici ed il riscaldamento globale. In primo luogo, il vertice ha sancito in maniera chiara, laddove ve ne fosse ancora bisogno, l’affermazione del G2 Cina- U.S.A. ed il sostanziale declassamento ad attore politico di secondo rango dell’Europa o, se si preferisce, delle principali potenze europee. Ciò è emerso in maniera evidente sin dalle settimane precedenti il vertice ed ha trovato, poi, puntuale conferma durante il summit. Si ricorderà, infatti, come nella oramai celebre conferenza stampa congiunta Obama – Hu del 15 novembre scorso, venne detto a chiare lettere da entrambi i leader che dalla conferenza non sarebbe uscito un accordo vincolante ma solo un accordo politico- programmatico. Ora si può discutere, e si stanno spendendo fiumi di inchiostro sul punto, su chi porti sulle spalle le maggiori responsabilità di questo fallimento. Cina ed U.S.A., guarda caso, sono i due maggiori indiziati. I pessimisti (realisti?), subito dopo quella conferenza stampa sottolinearono come ben difficilmente tale ingombrante premessa sarebbe stata smentita in occasione del vertice; gli ottimisti confidavano soprattutto in un’iniziativa forte dell’Europa, rammentandone il ruolo propulsivo svolto nel percorso politico-diplomatico che condusse all’approvazione del Protocollo di Kyoto. L’Europa, appunto. La regione dove i provvedimenti contro il riscaldamento globale, soprattutto nell’Europa centro –settentrionale, hanno trovato la loro espressione più avanzata e che appariva, pertanto, la candidata ideale a svolgere un ruolo di avanguardia verso un accordo progressivo ed ambizioso, volto ad affrontare in maniera sostanziale il problema del global warming. Quell’Europa che ai tempi dell’approvazione del Protocollo di Kyoto, come detto, fu in primo piano nei lavori che condussero, per la prima volta nella storia, a fissare dei numeri, dei paletti, degli obiettivi concreti di riduzione dei gas serra, principali responsabili dei cambiamenti climatici. Ma l’Europa oggi vede restringersi inesorabilmente il suo ruolo nella politica internazionale, non essendo più l’interlocutore naturale e prioritario degli U.S.A., che pure preferirebbero di gran lunga continuare ad interloquire con il vecchio continente, ma che volenti o nolenti, debbono fare i conti, in primis, con la principale potenza asiatica. Potenza asiatica che, tra l’altro, ha avuto ampio spazio ed in parte anche ragione, nel giocare, durante il vertice, il doppio ruolo della potenza emergente e quindi in via di sviluppo e della grande potenza, dalla quale nessuno può prescindere per concludere un qualsivoglia accordo. Così, nel far sentire tutta la propria forza economico-politica, il gigante cinese ha richiesto, in maniera piuttosto inequivoca, di poter usufruire degli aiuti riservati ai paesi in via di sviluppo al fine della riconversione ecologica e tecnologica necessaria a ridurre l’impatto delle economie in crescita sull’ambiente globale. E’ appena il caso di rilevare come, anche su questo tema, che pure è stato uno dei pochi a trovare ingresso nel documento finale (chiamarlo accordo mi pare un po’ eccessivo e fuori luogo…) sia stata raggiunta un’intesa del tutto generica su una somma complessiva da assegnare ai PVS, il che appare del tutto inidoneo a produrre, nel breve termine, effetti reali e significativi. Ma tornando al G2 ed al ruolo giocato dalla Cina, anche in occasione di questo vertice, se si aggiunge a quanto detto sopra la ben nota e strettissima dipendenza degli U.S.A. e del loro livello di vita dalle enormi riserve valutarie in dollari possedute dai cinesi, il quadro appare piuttosto chiaro e non necessita di ulteriori chiarimenti. Peraltro, non va dimenticato che, sul piano interno, l’amministrazione Obama vede il proprio piano energetico, varato nella prima parte del 2009, giacere in senato da diversi mesi, segnalando gli evidenti problemi che il governo U.S.A. riscontra, su questo tema, non soltanto da parte dell’opposizione, ma anche all’interno del partito democratico. Distanze e conflitti interni che, peraltro, sono emersi in tutta la loro ampiezza anche sul tema della riforma sanitaria, in questi giorni in dirittura d’arrivo nello stesso ramo del parlamento statunitense (oggi, 24 dicembre, è previsto il voto del Senato). Ciò se può spiegare, in parte, la posizione molto prudente assunta da Obama a Copenaghen, non toglie, a mio avviso, che l’esito del vertice costituisca un’indubbia sconfitta politica per il governo U.S.A. e soprattutto per l’immagine politica del 44esimo presidente U.S.A., se solo si tiene a mente l’enfasi con la quale il leader statunitense aveva, sin dalla campagna elettorale, posto in primo piano il tema dei cambiamenti climatici e della necessità di intervenire in maniera sostanziale per affrontare il problema. Ma la sconfitta di Obama e la profonda delusione suscitata nel mondo dal ruolo minimalista, di basso profilo, che il presidente USA si è ritagliato in occasione del summit di Copenaghen, all’insegna di un pragmatismo disincantato e privo di reale spinta propulsiva e innovativa, sottolinea soprattutto il contrasto evidente con l’immagine costruita sulla figura di Obama, basata sulla forte iniziativa, sul cambiamento, su una nuova pagina da aprire dopo gli 8 anni dell’era Bush. Sotto questo profilo sarebbe bastato poco, anche un accordo modesto, ma con dei numeri concreti e degli impegni reali, per dare nuovo slancio alle azioni politiche di Obama che, dopo neanche un anno di presidenza, appaiono già svalutarsi e soprattutto per la sua immagine nel mondo, che, in queste ultime settimane è quella del “vorrei ma non posso” o del “meglio un finto accordo che un non accordo”. Se è innegabile, insomma, che la Cina si imponga progressivamente come il leader emergente, e che il suo peso si faccia sentire sempre più, non solo a livello economico, ma anche sul piano politico-diplomatico, è tuttavia ben difficile affermare che Obama abbia giocato tutte le sue carte per giungere ad un vero accordo sui cambiamenti climatici. In altri termini, per dirla con Naomi Klein, si può sostenere che abbia gettato alle ortiche una delle più grandi occasioni che la storia gli ha finora offerto, sul piano politico e direi anche sul piano simbolico. Ma l’esito del summit induce anche qualche considerazione sul futuro, sulle possibilità, insomma, che l’umanità faccia qualcosa per salvare il pianeta. Appare ben difficile, oggi, continuare a credere nella idealistica via multilaterale (utopia?) che si risolve poi, nella sostanza, in una passerella internazionale dove le decisioni o presunte tali vengono assunte da un ristretto gruppo di paesi, com’è avvenuto nelle ultime ore di COP15 e come, d’altronde, avviene da 60 anni, in tutto il sistema delle Nazioni Unite. Sembra, allora, che ci si debba affidare, ancora una volta, alle tante piccole battaglie disseminate in giro per il mondo, alle visioni illuminate di (pochi) amministratori nazionali e locali, alla istituzionalizzazione delle prassi ecologiste a partire dai paesi più avanzati sul piano della sostenibilità e su una possibile diffusione a cascata di tali prassi su tutto il pianeta. Di ciò, tuttavia, sembrano poter beneficiare solo pochi fortunati che vivono nei paesi più ricchi, che possono vedere le loro città migliorare il livello di vivibilità, a seguito delle buone pratiche messe in opera da tanti comuni, piccoli e grandi, soprattutto nel vecchio continente. E’ nelle periferie del mondo, invece, nelle piccole isole-stato oceaniche, al polo nord, sulle coste africane e asiatiche che i cambiamenti climatici continueranno a produrre i loro effetti più catastrofici, che si abbatteranno su popolazioni già colpite da innumerevoli, troppi problemi, a partire dalla sopravvivenza quotidiana e che, certo, non annoverano la sostenibilità ambientale tra le loro principali preoccupazioni quotidiane. Ed è purtroppo evidente come, in assenza di un vero accordo, l’inevitabile incremento, esponenziale, di emissioni in paesi in rapido sviluppo economico, in primis Cina ed India, non possa che aggravare la situazione. Purtroppo, però, sembra proprio che anche questa non sia la volta buona e che, forse, in molti ancora una volta si sono fatti ingannare dai simboli, dai miti, dalle proiezioni dei propri sogni, vedendo in Obama l’uomo che voleva e poteva salvare il pianeta, invece di un politico pragmatico e prudente, attento più a non turbare gli equilibri internazionali che non a rischiare qualcosa per lasciare un segno nella storia. La politica del minimo comune denominatore, come è stata definita in un pezzo apparso ieri su Alternet.

dal blog: www.tramaordito.splinder.com

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