Menu 2

Le forze progressiste in America Latina godono del consenso popolare

In America Latina vincono e rivincono le forze progressiste. Le ultime elezioni in Bolivia ed Uruguay ci confermano questo. Le masse popolari, escluse ed umiliate nei decenni trascorsi dalle oligarchie servili, riprendono la parola. Il processo di cambiamento nell’ex continente desaparecido è in marcia.

Cosi com’è in marcia la Revolución Ciudadana in Ecuador, altro Paese che ha invertito la rotta ed ha cambiato timoniere. Il timone è ben saldo nelle mani del Presidente Rafael Correa che negli ultimi tre anni non vede rivali che possano sostituirlo. Negli 1105 giorni di Governo, anche in Ecuador si sono sperimentate e si continuano a sperimentare politiche progressiste che non hanno avuto precedenti dall’avvento della democrazia.

Dal 1979 alla guida del paese si sono alternati i soliti gruppi di potere liberal – conservatori alleati con le secolari lobby economiche al servizio delle logiche di mercato dettate dal FMI. Politiche esclusive, privatizzazioni ad ampio raggio, svendita delle risorse naturali e solito servilismo nei confronti del secolare padrone di casa a stelle e strisce.

Dal 2006 al 2008 (si esclude il 2009 per mancanza di dati finali) le spese sociali son passate dal 6,6% al 9,3% del PIN nazionale (secondo fonti UNICEF), si è ridotto significativamente la quota destinata al pagamento del debito estero. In merito a questo, lo scorso anno il Presidente Correa ha dichiarato che la deuda exterior (il debito estero) è una vera rapina ed è oltretutto illegittima. Nessun Presidente dal 1979 aveva osato dire questo, il debito estero si pagava e basta.

Si è cambiata la tendenza negativa delle importazioni dei derivati, mediante convegni di scambi di crudo derivati (diesel e nafta) con il Venezuela, un passo avanti deciso nelle negoziazioni bilaterali per incrementare l’integrazione economica della regione, sospensione della negoziazione del TLC (Tratado de Libre Commercio) a vantaggio degli U.S.A., incremento del bonus per i viveri alle famiglie più disagiate (da 1800 ad oltre 4000 dollari), incremento del bonus dello sviluppo umano (sussidio alle famiglie più povere circa 1.300.000 persone) da 15 a 30 dollari mensili, aumento del bonus per le casalinghe del 50%, un aumento significativo (30% in più rispetto al 2005) delle spese per la sanità ed istruzione (istruzione gratuita fino al III anno d’Università), apertura ad una politica per la rinegoziazione d’una degna sovranità territoriale (chiusura della Base militare U.S.A. a Manta), iniziative per partecipare alla creazione del Banco del Sur con altri paesi della regione, l’apertura di linee di credito con bassi interessi per contadini ed indigeni nel sistema nazionale del Banco di Fomento, la lotta contro la corruzione e l’evasione fiscale e contributiva attraverso il Servicio de Rentas Internas (SRI), il risanamento pubblico di alcune imprese pubbliche (gestite prima da gruppi corrotti), la volontà di convocare prima un’assemblea popolare per un’assemblea costituente con pieni e legittimi poteri e poi di convocare quest’ultima per redigere una nuova costituzione popolare (vinta con oltre il 60% dei consensi), una rinnovata politica di microcrediti attraverso l’Instituto Ecuatoriano de Seguridad Social (IESS), nuove rinegoziazioni a favore dello Stato con le imprese multinazionali che estraggono il petrolìo tra le quali l’italiana ENI e la statunitense CHEVRON (Ex Texaco), nuove leggi per la tutela dei beni comuni (gestione pubblica dell’acqua) ed ancora altre misure di carattere progressista nel settore dei salari, dell’impiego e sussidi diretti ai piccoli agricoltori.

Tutte queste misure sono apprezzate dalla maggior parte del popolo ecuadoriano che in ben 4 tornate elettorali ha dato ragione al partito di Rafael Correa, Alianza Pais, che include al suo interno socialisti e comunisti. L’opposizione non riesce a tener testa al cambiamento in corso da tre anni ma destinato a proseguire fino al 2013 visti i rapporti di forza in campo.

Il colonnello Gutierrez o “Lucio” (colui che sfidato alle ultime presinziali Rafael Correa) come viene chiamato dal popolo risulta ancora molto poco credibile. Evidentemente si ricorda ancora la sua fuga codarda dal Palacio Carondelet (sede del Governo) alla volta di Miami quel 20 aprile 2005. In quell’occasione il popolo era giunto in Plaza Grande (dove ha sede il Palazzo Presidenziale) per chiedere delle riforme sociali serie e radicali. Queste ultime non sono tardate a venire e cosi da tre anni la Revolución està en marcha y nadie la detiene come recita uno slogan che si legge in tutte le strade del Paese.

Le riforme proseguono, anzi il Governo negli ultimi tempi sembra spingere sull’acceleratore. La costituzione dei CDR (Comitati in difesa della revolución ciuadadana) sull’esempio cubano, la nuova legge sulla cultura, la nuova legge sul salario basico e la nuova legge sulla comunicazione sono solo alcuni progetti di legge, che in questo periodo sono all’ordine del giorno dell’agenda governativa.

Tutte ovviamente ostacolate dall’opposizione che cerca in tutti i modi di ritardare le promulgazioni legislative. Tra quelle in discussione l’ultima fa paura. I gruppi di potere che gestiscono l’informazione nel Paese sono sul piede di guerra e da Guayaquil (città roccaforte dell’opposizione) si susseguono manifestazioni di protestate capeggiate dal sindaco libanese Jaime Nebot. Quest’ultimo è stato l’unico ad aver confermato la leadership in città e ad aver resistito alla lista 35 di Alianza País. Il partito social cristiano, di cui fa parte, è primo partito in città ma la regione nel frattempo è passata agli uomini di Correa che s’insediano nella regione del Guayas col primo Governatore nero (Roberto Cuero) nella storia del Paese.

La nueva ley de comunicación è dal 10 dicembre in discussione nel Congresso Ecuadoriano. Dallo scorso 22 novembre il nuovo progetto di legge è in fase di discussione e d’approvazione. Il testo è passato in Commissione Comunicazione con 6 voti a favore e 5 astensioni e comprende 104 articoli e 6 capitoli.

Il cambiamento in America Latina colpisce tutti i settori e l’informazione non poteva certamente esserne esente. Dopo il Venezuela di Hugo Chávez e l’Argentina di Cristina Fernandez anche l’Ecuador di Rafael Correa corre ai ripari. In Venezuela la chiusura della rete privata RCTV fece scandalo a livello internazionale. Un canale privato che alle oceaniche proteste del popolo venezuelano davanti a Palacio Miraflores per richiedere il loro Presidente legittimo nell’aprile 2002 (durante il colpo di Stato Carmona) preferì mandare in onda un cartone animato di Walt Disney. Eppure dal 2002 al 2007 la rete privata ha continuato con i suoi programmi televisivi senza alcun problema. Fu poi chiusa per scadenza di contratto ventennale con lo Stato che gli doveva concedere l’emissioni radiotelevisive per altri 20 anni. Cosa avrebbe dovuto fare il Governo di Chávez?

Nessuno si scandalizzò quando il Presidente Peruviano Alan Garcia, nello stesso periodo, chiudeva due reti televisive e tre radio. In Argentina lo scorso ottobre il Senato argentino ha promulgato la legge 26522 dei Servizi di Comunicazione Audiovisuali dopo ben 20 ore di dibattimento congressuale. Anche qui le contestazioni non sono mancate soprattutto dal Gruppo Clarin vicino all’opposizione. In Ecuador la situazione non è certo diversa rispetto agli altri paesi, ma si prosegue con coraggio e determinazione. Dopo il 63% di Evo Morales Presidente Boliviano rieletto e il 53% dell’ex guerrigliero Pepe Mujica, gli ultimi sondaggi in Ecuador danno il Presidente Correa al 53% dei consensi. Il popolo non è ancora stanco delle riforme sociali in atto e se davvero la Revolución está en marcha y nadie la detiene vuol dire che da quest’altra parte del mondo il sole splende ancora all’orizzonte.

Davide Matrone

www.quitolatino.com

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,